Dalla rassegna stampa Libri

Che cosa è dunque un uomo?

…Questa progressiva osmosi tra i sessi e l’omologazione dei comportamenti arriva al confine sottile dove si situa l’androgino, rimandando al tema della bisessualità come caratteristica comune a tutti gli esseri umani….

L’eterno mascolino è come l’eterno femminino: un abito smesso per tutte le stagioni, che dovrebbe significare tutto e non dà conto di nulla. Ma per gli uomini è peggio. Se essere donne è difficile, esser maschi è impossibile. Nessuno ce la fa, dice lo scrittore Ferdinando Camon, riferendosi alla sua esperienza personale. Destino bizzarro, quello del genere maschile: da un lato costituirebbe il soggetto dominante del mondo, che ha permeato di sé la direzione e il senso della storia; dall’altro conterrebbe i germi di un male oscuro che lo porta all’autodistruzione. Che cosa è dunque un uomo?, si chiede Günter Grass. «Un luogo di incresciosa sofferenza, un terno al lotto, un teatro di angoscia e di disperazione». Accidenti, ecco dove ci ha condotti la crisi del maschio, uno dei temi centrali degli ultimi decenni, causato in buona parte dal rapido mutamento della condizione femminile emancipata. La «maschilità» e i suoi paradigmi è diventata un tema forte di indagine, nella ricerca prima nordamericana e oggi anche europea. Sia le discipline storico-sociali sia la letteratura divulgativa hanno disegnato una identità maschile di volta in volta «liberata» o minacciata, spesso confusa davanti al cambiamento, sottoposta a tensioni nella condizione familiare, particolarmente nell’esperienza della paternità, nel campo professionale. E soprattutto nei rapporti con l’altro sesso, sempre oscillanti tra debolezza e dominio. Insomma, se lo stereotipo maschile si è disgregato, ancora non si intravede una figura sostitutiva che abbia la stessa validità universale. Ma molte ricerche di genere, diversi men’s studies e le nuove esperienze organizzative degli uomini che si sono «messi in movimento» stanno costruendo una immagine, interessante e frantumata, di un figura maschile duttile e cangiante. Un uomo a più dimensioni. Non è certo che la «virilità profonda» di cui ha parlato in un recente articolo Guido Ceronetti contro la violenza sessuale s’identifichi con il mito poetico dell’uomo-toro capace di piangere: le lacrime della forza e la forza delle lacrime, nella traduzione di tre versi di Miguel Hernandez sull’archetipo maschile. Ma certamente il saggio del sociologo Arnaldo Spallacci (Maschi, Il Mulino, pagg. 200 pagine, euro 12) spezza un omertoso silenzio sul tema e fa il punto sulle trasformazioni della metà del cielo oggi più travagliata dell’altra. Più travagliata sì, perché lo sguardo delle nuove generazioni femminili, più aggressive e competitive, sottrae al corpo maschile gli attributi originari, rende la maschilità più liquida, secondo l’immagine di Zigmunt Bauman, formando degli ibridi molto diversi dai modelli anni Sessanta. Al cowboy, al soldato, al gentiluomo, all’eroe, al bravo ragazzo da sposare subito, oggi si sostituiscono l’uomo incerto, il narciso, il padre consapevole, il giovane sensibile, il metrosexual, l’uomo simile alle donne o comunque attratto da modelli femminili. In tal senso, la stessa diffusione delle riviste di men’s help non sarebbe tanto una manifestazione esasperata di narcisismo, ma il desiderio di curare il proprio corpo minacciato. Questa progressiva osmosi tra i sessi e l’omologazione dei comportamenti arriva al confine sottile dove si situa l’androgino, rimandando al tema della bisessualità come caratteristica comune a tutti gli esseri umani. Sappiamo che in certe culture la bisessualità è stata censurata e repressa, in altre come quella greca antica accettata come dato naturale. Secondo George Mosse, fino al 1850 l’androgino era simbolo di fratellanza, poi si trasformò in emblema del vizio e della perversione. Da Lorena Bobbit donna eviratrice allo spogliarello di «Full Monthy», diversi sono gli spunti di riflessione stimolati dal saggio di Spallacci. La parte più innovativa della ricerca è però certamente quella che traccia le nuove politiche della maschilità, con le mobilitazioni e le lotte in cui gli stessi protagonisti rimettono in discussione il significato del genere maschile. Ne fanno parte quei gruppi che hanno elaborato pratiche di vita e interessanti proposte politiche alternative. Come i gruppi per i diritti dei padri; come il movimento uomini casalinghi; come i mitopoietici, legati alla scuola junghiana, preoccupati della cosiddetta «femminilizzazione» e promotori di pratiche di omosocialità; come i «profeminist» a fianco delle donne; come i Promise keepers, sostenitori del ruolo «naturale» maschile e femminile, collocati nel filone della «cristianità muscolare»; come il movimento di liberazione gay. Fra i costi aggiuntivi dell’essere maschio essi sottolineano la minor lunghezza della vita, la salute più precaria, il più accentuato disagio psichico, la legislazione spesso sfavorevole. Il loro motto comune? «It’s ok to cry»: anche gli uomini piangono. Come pure i tori, chiedetelo a Ceronetti.

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