Dalla rassegna stampa Personaggi

Ozpetek e la musica «La Turchia spaccata tra classica e pop»

… I fratelli di Ozpetek da adolescente lo prendevano in giro, «mi accusavano di ascoltare il pop turco melodico-strappalacrime…

ISTANBUL — Con Ferzan Ozpetek, sulla strada che porta al concerto di Anne-Sophie Mutter, la violinista diva, nello spaventoso traffico di Istanbul ci imbattiamo in decine di giovani attori in rivolta: volantini, megafoni, striscioni. Si sovrappongono due festival, uno teatrale e l’altro musicale. Quei ragazzi ce l’hanno col primo ministro, il conservatore Erdogan: «Vuole privatizzare la cultura in Turchia, ma se il progetto naufraga, ha chiesto a una commissione di decidere quali testi si possono mettere in scena e con quali attori. Una proposta folle». Chiediamo lumi a Deniz Özdogan. Nata a Istanbul, è l’attrice di Romeo e Giulietta con Riccardo Scamarcio; dice che il governo del suo Paese «cerca di monopolizzare le idee e i gusti, il teatro è una delle cose che fa più paura, ma ci sono tante energie anarchiche, e dove c’è l’anarchia l’arte prospera. In Turchia sta arrivando un nuovo orizzonte che è sconosciuto, eppure per la prima volta non siamo considerati cittadini del Terzo Mondo, in Italia invece sento più il clima di una fine». E Ozpetek, il regista che a 17 anni ha lasciato Istanbul per Roma, ma continua a fare avanti e indietro mantenendo salde le sue radici, delinea questo Paese che corre, colorato e allo stesso tempo in chiaroscuro, dice che le proteste sono un segno di vitalità «in un Paese che dal 2003 ha aperto 35 teatri, è passato da 9 a 70 film. A Istanbul ci sono 7 festival in 7 mesi, sembra la New York del futuro». La musica nei suoi film è protagonista quanto gli attori. I fratelli di Ozpetek da adolescente lo prendevano in giro, «mi accusavano di ascoltare il pop turco melodico-strappalacrime, andavamo d’accordo solo su Sezen Aksu, ho messo la sua voce all’inizio della Finestra di fronte e all’inizio di Mine vaganti». Come nell’arcobaleno etnico dei suoi film, ora è pazzo dei Dolapdere, «immagina la musica di Michael Jackson con strumenti gitani». Ma siamo qui per i 40 anni del Festival di musica classica, un mondo che Ozpetek ha scoperto da poco, con la regia di Aida a cui seguirà in dicembre La Traviata a Napoli. «Quando entri dentro l’opera, non puoi non perdere la testa, ti tocca l’anima». Ma eccoci in piazza Taxsim davanti al Teatro dell’Opera. Un edificio scuro con delle grate, come se non si volesse far notare, chiuso da un restauro che doveva terminare due anni fa. Il ritardo non è dovuto ai soldi. In questa città laica e musulmana, tra veli e jeans, si dibattono le idee come nel dopoguerra in Italia. «Per l’Opera c’è stato un processo in tribunale — spiega il direttore artistico del festival Yesim Gürer Oymak —, i sindacati hanno temuto che cambiasse destinazione d’uso ospitando ristoranti e caffè. Chi ha vinto? Nessuno. Ma il pubblico ha perso molto». «Per cinque anni — riprende Ozpetek — la lirica si è fatta in un teatrino da 600 posti nella parte asiatica della città. Nella musica classica prima coesistevano tradizione orientale e stilemi nordeuropei». Il risultato era un ibrido di stampo nazionalista. Questa cerniera tra Occidente e Islam che racchiude due mondi in uno si rispecchia nel modo di far musica. I nuovi compositori sono più occidentali, a giorni si ascolterà Fazil Say. Il concerto della Mutter ha il coraggio di alternare Mozart a Rihm. In Turchia la classica è arrivata alla fine dell’800, Liszt e Hindemith furono gli apripista. Tra una guerra e l’altra vennero «pedagoghi» dalla Russia e dalla Germania. C’è il mito della voce di Leyla Genger che era di Istanbul, dove l’opera è arrivata appena 40 anni fa, mentre si inaugurava il Festival che il suo direttore, una giovane donna docente al Conservatorio, ha chiamato Speranza ed eroi: «E’ una piattaforma per arricchire il repertorio, incoraggiare i nuovi talenti e allargare il pubblico».

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