Dalla rassegna stampa Personaggi

Ozpetek: adesso un film sulla Turchia

…Cosa pensa delle nozze gay? «Credo che la legge per consentirle dovrebbe esistere ma personalmente sono contrario a ricorrere all’istituto del matrimonio»….

Il regista a Open Roads: è il momento di raccontare Istanbul

Vuole girare un film sul dinamismo della Turchia, considera l’America di Obama la frontiera avanzata dei diritti dei gay e crede in un’idea di società imperniata sulla famiglia allargata, capace di aprirsi ad ogni estraneo: così il regista turco-italiano Ferzan Ozpetek si descrive in occasione del debutto newyorkese di Magnifica Presenza, il film che apre Open Road, annuale rassegna del film italiano al Lincoln Center.

Per riassumere la sua opera il Museo di Arte Moderna parla di «cinema che rende accessibile la gentilezza degli estranei». Quanto ci si riconosce?
«Molto, non a caso in Magnifica Presenza c’è un travestito che, malmenato e sanguinante, dice di aver avuto “sempre fiducia nella gentilezza degli estranei”».

Da dove viene questa idea?
«La citazione originale è in una battuta del film ‘Un tram che si chiama desiderio’ ma più in generale ho sempre creduto all’idea di una famiglia allargata».

Cosa intende per «allargata»?
«Basata non solo sul concetto di parentela bensì sull’amore verso persone anche estranee ma che sentiamo più vicine».

Quanto è radicata in Italia questa idea di famiglia?
«Più di quanto si creda. Lo dimostra la popolarità della proposta di una legge che riconosce la convivenza, senza specificare il sesso degli interessati. Va in questa direzione perché si tratta di unioni senza contratti legali. Quando feci ‘Le fate ignoranti’, nel 2001, nessuno parlava di questi temi ma oggi i sondaggi dicono che l’80 % degli italiani è favorevole a un tale approccio alla convivenza».

In Turchia la situazione è assai diversa…
«In Turchia di queste cose non si parla nemmeno, anche se i single possono adottare, il che è un dato importante».

Che rapporto ha con il Paese dove è nato?
«Voglio fare un film sulla Turchia anche se non sarà il prossimo. Desidero rimanervi per due-tre mesi, immergermi in quella vita e raccontarla».

Perché un film sulla Turchia?
«E’ arrivato il momento di raccontare Istanbul, una città che ha superato in modernità molte città italiane. Dagli aeroporti al wi-fi, all’estetica dei locali pubblici, la Turchia cresce velocemente grazie all’entusiasmo per arte e cultura».

C’è entusiasmo fra i turchi nei confronti dell’Islam?
«La religione è in continua trasformazione. Ciò che si afferma è un nuovo modello di religiosità, oltre l’impianto tradizionale».

A proposito di famiglie allargate. In quella dell’Europa c’è spazio per la Turchia?
«Non credo che la Turchia desideri entrare in Europa. In questo momento i turchi non hanno alcun interesse ad aderire mentre, se l’ avessero fatto anni fa, oggi a giovarsene sarebbe l’Europa».

Sulla difesa dei diritti dei gay è stato molto criticato in Turchia. Si immedesima con Orhan Pamuk, il Nobel oggetto in patria di contestazioni perché troppo vicino all’Occidente?
«In Turchia mi sento molto amato. Pamuk è stato contestato per quello che ha detto sugli armeni, ma comunque i suoi libri sono molto amati».

Lei è un regista nato in Turchia che ha trovato il successo in Italia. Si sente protagonista di una «storia americana» dove la fortuna premia l’immigrato?
«In effetti è così ed è stato possibile grazie al fatto che gli italiani sono capaci di integrare gli stranieri, gli estranei. E’ però giusto aggiungere che il successo dell’integrazione deve molto anche alla volontà dell’immigrato».

Cosa la colpisce di più dell’America?
«Obama sostiene che i diritti dei gay sono la frontiera più avanzata dei diritti civili, io sono d’accordo e per capire quanta strada ha fatto l’America mi viene da ricordare quando, 7 o 8 anni fa, andai a chiedere in un negozio il film Bagno turco e mi dissero che sulla scaffale non c’era perché era in vendita con gli altri film per gay».

Cosa pensa delle nozze gay?
«Credo che la legge per consentirle dovrebbe esistere ma personalmente sono contrario a ricorrere all’istituto del matrimonio».

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