Dalla rassegna stampa Cinema

E il cinema rese visibili gay invisibili

Les invisibles (Gli invisibili), un documentario di Sébastien Lifshitz presentato qui a Cannes in proiezione speciale, è una delle prove più belle di testimonianza umana sui gay da parte dei gay. Anzi di testimonianza umana e basta.

Merito di Sébastien Lifshitz, con all’attivo una decina di film, alternando documentari e fiction. Opere come La Traversée, bel documentario road-movie che ripercorre la ricerca, che diviene presto una ‘cerca’ da intendersi quasi in senso metafisico-mitologica, del padre di Stéphane Bouquet, gay dichiarato, ex critico dei Cahiers du Cinéma, ora sceneggiatore. Un padre americano scomparso nel nulla, un Gman dell’esercito Usa alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Oppure fiction come Wild Side, uscito anche in Italia seppure ai margini della distribuzione, nel quale si espongono corpi e atti sessuali come tanto cinema francese per significare la solitudine umana ma anche la naturalezza di questi corpi e la semplicità di questi atti. Il film ha in compenso quella sensibilità e giustezza umana che spesso manca a molti di questi film ostentatori. Co-sceneggiatore del film è Stéphane Bouquet.

Chi l’avrebbe mai detto che era possibile raccogliere su un argomento ancora oggi spinoso, e visto come settario, così tante testimonianze? E così dense? E così universali?

Essere gay negli anni tra le due guerre, uomini e donne, come è stato? Un trauma, un esperienza terribile ma un iniziazione alla realtà della vita, una cosa naturale. Furono dei non sottomessi, tutti.
Dei ribelli, sia detto senza enfasi.

Ci sono gay maschi e gay femmine, ci sono gay e bisessuali. Ci sono le donne di cui si indovina l’importante substrato culturale con alle spalle gigantesche biblioteche di libri. Ci sono gli uomini che hanno allevato per tutta la vita le capre e testimoniano con vivida emozione e finezza il loro vissuto. Ci sono le donne che pur venendo da un ambiente borghese sono scappate apposta in campagna per far pascolare le capre. Ci sono gli uomini che sono scappati in Africa per sfuggire al peso dell’educazione e dei pregiudizi religiosi. Tutti hanno in comune di non ostentare la propria diversità, ma sono gioiosamente orgogliosi di questa diversità.

Ciascuno di loro dimostra una densità nella leggerezza. E’ un piacere ascoltarli, pieni di felicità per la loro vita malgrado difficoltà e dolori, spesso briosi nel raccontare. Danno anche conto di numerosi episodi di tolleranza inattesa, quindi di speranza. Hanno fatto sì che siano entrati nel cuore di coloro che hanno visto il documentario, come degli amici da cui è doloroso staccarsi. Questi gay invisibili – invisibili come tutti i vecchi – nascosti dietro ai gay delle ultime generazioni che hanno trovato molte delle conquiste paritarie già fatte, sono spesso i veri eroi delle battaglie che hanno ottenuto queste conquiste, eroi discreti al pari di questo eccellente documentario che li celebra senza enfasi.

Quello che pian piano si delinea, è il racconto dell’evolversi della società francese, vista attraverso il prisma della questione della parità sessuale. Per realizzarlo, per ottenere questa semplicità ci è voluto un enorme lavoro di ricerca di persone e materiali e di finezza in fase di montaggio.

Oltre che di capacità nel far parlare gli intervistati, nel metterli a loro agio. Nel far uscire il “naturale” in modo naturale.

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