Dalla rassegna stampa Cinema

CANNES - Grande Ambizione Senza Sregolatezza

Le Stelle del Mereghetti

Romanzo generazionale soprattutto nella sua ambizione di registrare in diretta — siamo a cavallo del 1950 — il rifiuto di una serie di valori fondanti per l’american way of life, Sulla strada di Kerouac aveva già spaventato Marlon Brando che aveva respinto l’offerta dello stesso autore di interpretarlo per il cinema. Ci ha provato adesso il brasiliano Walter Salles, che però non riesce a ritrovare lo stesso equilibrio con cui aveva adattato l’autobiografia giovanile del Che (I diari della motocicletta). Nonostante un cast abbastanza azzeccato — Sam Riley nei panni di Sal Paradise alias Kerouac e Garrett Hedlund in quelli di Dean Moriarty/Neal Cassady, Kirsten Dunst come Camilla e Kristen Stewart come Marylou, con Viggo Mortensen nella parte di Bull Lee, cioè William Burroughs — il film sembra preoccuparsi più della sua fruibilità che della carica ribellistica. Preoccupato di dare una forma concreta (e cinematografica) a una serie di esperienze intime e personali, il film insegue le disavventure sentimental-geografiche di Dean e Sal con una discreta fluidità narrativa ma finendo per scivolare in qualche luogo comune di troppo. L’ostacolo che non riesce a superare è proprio quello del linguaggio cinematografico, troppo «levigato» e «hollywoodiano» per riuscire a restituire la ruvidità «indisciplinata e sregolata» (parola di Henry Miller, uno dei miti di Kerouac) del libro. Ti sembra che tutto si riduca solo a una questione di «rispettabilità borghese», detestata a parole ma inseguita nell’inconscio, e che sfugga invece quello che ne avrebbe fatto uno dei miti fondanti della beat generation: l’aspirazione a una libertà davvero totalizzante. Una «libertà» che invece Leos Carax rivendica con convinzione in Holy Motors, raccontando la giornata di travestimenti di un misterioso Mister Oscar (Denis Lavant) che si fa scarrozzare in una limousine per Parigi per incarnare personaggi diversissimi: una mendicante, un killer, un attore di motion capture, un padre di famiglia, un reietto che vive nelle fogne, un vecchio morente… Il regista, che ha coinvolto anche Eva Mendes (una modella da rapire) e Kylie Minogue (una cantante suicida), si guarda bene dall’offrire elementi di interpretazione: all’inizio siamo in una sala cinematografica e l’autista della limousine è — citazione esplicita — la protagonista di Gli occhi senza volto di Franjou, ma tutto sembra più il regesto di un regista in crisi (che spinge il suo protagonista a interpretare frammenti di storie che non farà mai) piuttosto che una riflessione sul cinema o sulla creatività. Molti critici gridano al capolavoro assoluto, personalmente propendo per una riflessione solipsistica incapace di dialogare davvero con lo spettatore.

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