Dalla rassegna stampa Cinema

SULLA STRADA DI KEROUAC - Kristen Stewart "Divento adulta con i viaggi di quei folli beat"

La superstar di “Twilight” è la moglie di Dean Moriarty nella versione cinematografica del celebre romanzo diretta dal brasiliano Walter Salles e in concorso al festival della Croisette che comincia oggi
“Interpretare questa storia ha significato riuscire a vivere il mio libro preferito”

CANNES – Sulla strada per Cannes, incontro con Kristen Stewart. La star di Twilight è già protagonista di una nuova saga: Biancaneve e il cacciatore, rilettura dark della celebre favola, in sala a luglio. Tra Bella e Biancaneve l´attrice 22enne, diventata modello per milioni di ragazzine in tutto il mondo, si è messa alla prova con un ruolo adulto: al Festival di Cannes sarà in concorso con On the road, film che Walter Salles ha tratto dal romanzo che ha definito la Beat generation. «Quello di Marylou è un ruolo immenso, senza limiti», racconta Kristen. Giacchina nera di pelle, camicia bianca e jeans intonsi, parla lentamente, s´interrompe e si corregge spesso, come se ogni concetto fosse per lei importante e difficile. Marylou è la seducente e disinibita moglie di Dean Moriarty, amico e mentore del protagonista Sal Paradiso, alter ego di Kerouac.
Kristen, On the road è un film speciale per lei.
«E´ uno dei primi romanzi adulti che ho letto, il primo che mi ha completamente conquistato, perfino ossessionato. Mi ha aperto porte e orizzonti, insegnato ad andare all´esplorazione di me stessa. E poi io amo i diari, le cronache, i racconti vissuti. Soprattutto quanto il punto di vista è quello di un outsider. On the road non è solo un romanzo, è un insieme di realtà e invenzione, un mix tra quel che è successo e il punto di vista di Jack. Mi piace la verità dei personaggi, la quantità di informazioni su di loro che giungono a noi intatte».
Che sfide le ha posto il personaggio di Marylou?
«Sono dovuta andare ad esplorare territori emotivi nei quali non ero mai stata prima. Ho dovuto spingermi avanti, trovare dentro me stessa corde che nemmeno sapevo di possedere. E´ un personaggio senza limiti, una donna capace di instaurare rapporti unici. Un personaggio che ammiro enormemente ma che non mi appartiene. Non sono capace, come Marylou, di vivere le cose in modo così spontaneo ed estremo, felice di cogliere il momento. Io somiglio più a Sal, sono una che resta a guardare. Interpretare questo film per me ha significato riuscire a vivere dentro il mio libro preferito, ringrazierò per sempre Walter Salles per questo».
Emozionata o preoccupata di andare al Festival di Cannes?
«Tutt´e due le cose. Più felice, però, perché Cannes è il luogo più importante per un film e io ci andrò con una squadra di cui sono fiera. La cosa che più mi piace di questo lavoro è il senso di gruppo, l´energia creativa che ti scambi quando sei sul set. E´ una sensazione intima, anche fisica. Poi ti vedono in milioni e la cosa non è più intima e personale, ma qualcosa di quella energia rimane. E´ su questa base che faccio le mie scelte».
Anche per quanto riguarda le saghe miliardarie?
«Ho una grande base di fan, è vero. Ma faccio le mie scelto solo seguendo l´istinto. Rivendico la purezza dell´outsider, l´assenza di calcoli. E´ stato così per Twilight e anche per Biancaneve».
Lei è un modello per milioni di adolescenti, sente la responsabilità?
«Le persone scelgono da sole il proprio modello. Io sono onesta con me stessa e non mi vergogno di nulla di quel che ho fatto. Non bisogna progettare di dare un´idea di se stessi agli altri. Tu devi vivere la tua vita, le tue esperienze, il tuo lavoro. La gente poi prende quello che le interessa».
Quando non è sul set cosa fa?
«Leggo molto. Mi piace Henry Miller. Recentemente ho letto anche Il disprezzo di Alberto Moravia, poi ho visto un pezzo del film che ne è stato tratto. Mi sono immedesimata nelle ossessioni, nella paranoia del protagonista, anche se non sono le mie. E poi, nel tempo libero, scrivo. Non mi interessa la narrativa: sono sempre alla ricerca di pensieri, di frasi, anche solo parole».

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da Corriere della Sera

Maestri, Sorprese e il Lato debole targato Hollywood

di PAOLO MEREGHETTI

La grancassa è già cominciata a suonare. Le due più importanti riviste cinefile francesi, i Cahiers e Positif non risparmiano parole d’elogio per alcuni dei film che i miseri mortali vedranno «in anteprima mondiale» a partire da oggi: Moonrise Kingdom di Wes Anderson (che inaugura oggi il concorso) è «un ottimo film d’apertura, con i più bei titoli di coda visti da lustri» e Cosmopolis di Cronenberg è «il film più attuale che si potesse immaginare, quello che si vuole vedere qui e ora per dare un’immagine dell’assurdità di questo inizio ventunesimo secolo» (citazioni testuali dai Cahiers du Cinéma) per non parlare di Vous n’avez encore rien vu di Resnais, a cui Positif dedica un dossier di 34 pagine. Senza dimenticare che l’entusiasmo transalpino arruola nei propri colori anche Amour di Haneke, che pure batte — a dar retta al catalogo ufficiale — bandiera tedesca e austriaca. Ma qui basta un trio di attori très français (Trintignant, Riva e Huppert) per un cambio di casacca in corsa. Come dire: Cannes è il festival più importante del mondo e la selezione nazionale non può che essere all’altezza. Alle reprimende delle autrici, indispettite per la mancata partecipazione di una regista femminile (l’anno scorso ce n’erano quattro) il direttore ha risposto che «mai un film verrà selezionato sulla Croisette a partire dal sesso» ma forse il vero rimprovero da fare a Thierry Frémaux riguardava la selezione americana, vero punto dolente di ogni festival europeo, Cannes compreso. Ci sono cinque film che battono bandiera a stelle e strisce (senza contare il canadese Cronenberg) e sulla carta rappresentano il lato più debole della selezione: firmati da registi non ancora consacrati, troppo legati ai meccanismi di genere e scopertamente debitori dello star system. È su questi film che Cannes si gioca la reputazione, più che sulla capacità di meravigliare con qualche «sorpresa» (come qui è ancora considerato il nostro Garrone). «Sorprese» — probabilmente anche molto belle — che non dovrebbero certo mancare a cominciare da Kiarostami volato in Giappone (un vecchio professore che si innamora di una studentessa che si prostituisce) o da Seidl in viaggio in Kenia (personalissima riflessione sulla «carità» evangelica a partire dal turismo sessuale) o da Nasrallah in ricognizione sulla piazza Tahir (il primo film di finzione egiziano sui fatti che hanno portato alla caduta del regime di Mubarak). Per non parlare del romeno Mungiu alle prese con il tema dell’amore per Dio o del danese Vinterberg che si è fatto produrre da Lars Von Trier una storia di isteria collettiva, insinuazioni e false accuse. Ma si sa, questi rischiano di essere i soliti «film da festival», quelli che piacciono solo alla critica, mentre quest’anno la vera, grande sfida sembra quella che Cannes si è decisa a portare alle leggi del mercato. Dopo aver aperto l’anno scorso la strada verso l’Oscar a The Artist e verso gli incassi a The Tree of Life, qui sulla Croisette le ambizioni sembrano non avere più limiti.

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