Dalla rassegna stampa Televisione

“Le mie grandi famiglie pazze ma di successo”

Ivan Cotroneo ha ideato film e serie cult di Raiuno sui clan familiari: “Universo ideale per guardare il mondo”

TORINO – Niente di più universale: una famiglia. Ivan Cotroneo, scrittore e sceneggiatore da Oscar dell’audience, geniale inventore di storie ad uso cinematografico e televisivo, sulla famiglia altrui ha costruito buona parte dei suoi successi. Un po’ perché dalla famiglia di nascita sapeva di poter prendere spunti utili. Un po’ perché dalla sua famiglia di elezione, quella professionale, difficilmente si separa. Ora è su Raiuno con Una grande famiglia che macina ascolti, storia un po’ gialla e un po’ sentimentale di una ricca e numerosa famiglia del Nord che passa guai ma che resta unitissima.

La sua serie cult è stata Tutti pazzi per amore , due scombinati che si muovono con brandelli di famiglia, uniti per allargarsi, cantando la loro felicità d’essere così. Per il cinema, ecco una famiglia più costruita, come quella di Guadagnino di Io sono l’amore . Stesso anno, il casinista Ferzan Ozpetek, altro autore famiglia-dipendente con Mine vaganti , difficoltoso coming out di due figli di borghesia, sia pure eccentrica, del profondo Sud. Finalmente nel 2001, la sua di famiglia in La kryptonite nella borsa basato sul suo omonimo romanzo.

Cotroneo, che cosa ha di speciale la sua famiglia da averla spinta verso tanta sublimazione?
«La mia è molto numerosa, allargata ai tanti parenti e ai vicini di casa. Una famiglia napoletana che aveva il tono di quella della Kryptonite , allegramente scombinata, affettuosa, calda, con il dono dell’ironia che spero di aver assorbito. In una famiglia così non sei mai solo nella tua stanza e se soffri c’è sempre qualcuno che ti guarda e che ti fa capire, nella giusta distanza letto-porta, che da quel dolore si può uscire. Magari ridendoci sopra, sdrammatizzando».

Che cosa c’è in una famiglia che vale la pena di raccontare?
«C’è la condivisione, le complicità incrociate, le alleanze e le gelosie. Nasce una rete di segreti e si creano occasioni di continue schermaglie costruttive».

E lei lo ha immesso in «Una grande famiglia» tutto questo mondo composito.
«L’idea è che la famiglia sia un osservatorio privilegiato della società. I temi appartengono a tutti. Toccano le persone più care. L’identificazione è agevolata. Si va per sentimenti, per affetti, le dinamiche sono più calde».

Ma non esiste solo la famiglia di nascita. Nel corso della vita si costruiscono altre famiglie. E parlo anche di quelle amicali, professionali.
«Mi sono trasferito a Roma per studiare cinema e gli incontri molto importanti che ho fatto me li sono portati dietro. Con Monica Rametta e Stefano Bises scrivo da tempo, con Riccardo Milani ho girato due serie, con Serena Dandini ho lavorato per L’Ottavo Nano eParla con me . È la famiglia d’elezione».

Non c’è il rischio che si faccia troppo clan? Che alla fine il rapporto diventi asfittico?
«Il rischio del clan c’è. Ma ho voglia di stare con persone che hanno il mio stesso sguardo. Per esempio con Francesca Cima e Nicola Giuliano della Indigo. L’idea del lavoro è la stessa. Si parla anche dei fatti propri e si prendono appunti. Io tengo un laboratorio di sceneggiatura alla Dams di Roma, per il divertimento di stare con i ragazzi mai conosciuti prima e lavoro con registi diversi. Mi piace anche cambiare».

Ora che si è concluso Tutti pazzi…
«…E chi lo ha detto?, ancora adesso pensiamo alle possibili avventure di Laura e Paolo».

Le storie si esauriscono.
«Le storie mai, siamo noi che ci esauriamo. In quell’avventura eravamo in tanti con un cast grandioso con un Carlo Bixio che ci produceva, ci lasciava massima libertà e ci proteggeva. Grande coraggio perché era il primo soggetto di lunga serialità che avessi mai scritto. Vede, nei manuali di sceneggiatura si dice che quando già si sa che cosa un personaggio farà e dirà, bisogna fermarsi. Io ho ancora tante curiosità».

La sua famiglia che dice?
«Mia mamma mi sta tormentando per sapere se il personaggio interpretato da Gassman in Una grande famiglia è vivo o è morto. Lo stesso vale per le mie zie. Mi seguono solo se ne vale la pena».

Che cosa la fa sentire soddisfatto?
«L’idea di poter raccontare le esperienze di vita come fossero un romanzone con andamento quotidiano che aggreghi. Per aspirazione o per paura. Chi non sarebbe spaventato dalla scomparsa improvvisa di un parente? Poi mi piace che, a differenza dei Cesaroni e di Un medico in famiglia , per citare altre famiglie di successo, le nostre non vengano da un format straniero ma siano originali. Ne siamo orgogliosi».

13/5/2012

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