Dalla rassegna stampa Televisione

La grande famiglia del Nord è un romanzo corale - Il successo della serie tv su casa Rengoni

Un intreccio di rancori e misteri in Brianza

MILANO — Le buone famiglie sono peggiori delle altre. Per esempio, i Rengoni. Industriali della Brianza che si muovono in un quadrilatero padano con al centro Inverigo, perché lì c’è il villone dove alla fine tutti si incontrano. Specchio magico che deforma una realtà che è diversa da quella che sembra. Ricchi, con mille possibilità, apparentemente felici. Ma quando si gratta la patina dell’ipocrisia, vien fuori un quadro di rimorsi & rancori, bugie & segreti. Perché non c’è niente di più stereotipato, dunque di più vero, che anche i ricchi piangono.
«Una grande famiglia», fiction di Rai1, racconta tra dramma e mistero (in dosi abbondanti), ma anche commedia (la questurina modica quantità, per ora) un romanzo famigliare contemporaneo. Eleonora (Stefania Sandrelli) e Ernesto (Gianni Cavina) hanno cinque figli ormai grandi: Edoardo (Alessandro Gassman), Laura (Sonia Bergamasco), Raoul (Giorgio Marchesi), Nicoletta (Sara Felberbaum) e Stefano (Primo Reggiani). Sono tutti a tavola per festeggiare. Manca solo Edoardo, il primogenito, da tempo a capo dell’azienda («gli ictus dei genitori ricadono sui figli»), che non arriverà: il suo aereo precipita e di lui si perdono le tracce. Sua moglie Chiara (Stefania Rocca), improvvisamente sola, è costretta a scontrarsi con l’ostilità della famiglia — la chiamano «Ivana Trump» per via del suo rapporto allo stesso tempo disinvolto e geloso con il denaro. Diretta da Riccardo Milani, la seconda puntata (di sei) è stata vista da oltre 7 milioni di spettatori con uno share del 26,30%.
C’è il tema dell’omofobia (un adolescente vessato dai bulli a scuola), quello dell’impegno sociale (un bambino in affido temporaneo). Storia corale. Chi l’avvicina a certa serialità americana (Brothers & Sisters) o riannoda la memoria a …e la vita continua, saga per la tv di Dino Risi. Racconta Ivan Cotroneo, che con Stefano Bises e Monica Rametta, è lo sceneggiatore: «Quando scrivo non penso a una cosa specifica, ma a un mood; credo di aver pensato a un certo tipo di serie americane dove i rapporti famigliari sono determinanti nella costruzione dei personaggi. Credo che la vera forza della mia serie di culto — Mad Men — non sia nel lavoro da pubblicitario negli anni 60 ma nei legami famigliari e misteriosi di Don Draper, il protagonista: le sue ambiguità le trovo vicine a quelle del personaggio di Edoardo Rengoni. Il nostro è stato un lavoro più di sviluppo psicologico dei personaggi che sulle storie che gli accadono». Per Cotroneo «la caratteristica principale di questa famiglia è che sono persone dalle vite diverse. Abbiamo privilegiato la differenza delle visioni sul mondo, delle idee, il tipo di atteggiamento che hanno nei confronti delle cose importanti della vita, su questioni sociali o sulla religione».
Stefania Rocca è la pecora nera acquisita, il clan la mal sopporta: «L’intento non era quello di raccontare una famiglia Mulino Bianco — spiega l’attrice —, perché ormai non ci crede più nessuno. Ogni personaggio è a cerchio, ci sono cose positive e negative, nessuno di noi è in un’unica direzione, non c’è il buono, non c’è il cattivo. Ma come nella vita ognuno ha delle sfaccettature, che a volte si costruisce in base alle persone che ha davanti». Per rendere vivo il personaggio ha attinto dalla strada: «Vivo a Milano, mi sono ispirata alle mamme che vanno all’asilo con i figli; il mio punto di riferimento è stata quella Milano lì».
Cotroneo è anche ideatore di Tutti pazzi per amore dove ha raccontato un altro tipo di famiglia, qual è quella più rappresentativa tra le due? «Preferisco parafrasare a mio modo Anna Karenina, direi che ogni famiglia può essere felice e infelice a suo modo. Il racconto sulla famiglia permette di affrontare dei discorsi che poi hanno a che fare con la società tutta. Tutti pazzi è una commedia romantica con inserti iperrealistici, le canzoni, le citazioni da film, costruita come un gioco ad incastri, un girotondo sull’amore. Qui siamo su un tono da una parte più realistico e quotidiano e dall’altro più da saga famigliare, più romanzesco. Tutte e due sono rappresentative, ma nessuna è veramente esaustiva».

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Foto di gruppo come «Brothers & Sisters»

di ALDO GRASSO

L e grandi famiglie sono di per sé un romanzo. In verità, tutte le famiglie si offrono generosamente al racconto, come suggerisce il celebre incipit di Anna Karenina, una vera dichiarazione di poetica.
Ogni membro diventa il portatore di una storia e i legami familiari sono il tessuto naturale per ogni tipo di trama o di intreccio.
«Una grande famiglia» di Ivan Cotroneo ha poco da spartire con la fiction italiana, il cui format ideale è la biografia in due puntate. Il modello strutturale sembra piuttosto preso a prestito da «Brothers & Sisters» (2006) che racconta la travagliata vita quotidiana dei Walker, una famiglia californiana composta da due genitori e cinque figli. Mentre, per la recitazione e per la coloritura con cui sono tratteggiati i singoli caratteri, il punto di riferimento sembra La famiglia di Ettore Scola (1986). Anche se l’ambientazione brianzola è del tutto spiazzante rispetto alla romanocentricità di molto cinema (ahimè, il discorso vale però solo per la location non per gli attori).
La foto di gruppo dei Rengoni si anima percorsa da una vena drammatica striata da mistero. Se si ride, si ride a denti stretti. La speranza è che la tenuta narrativa raggiunga felicemente il porto della sesta puntata.

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