Dalla rassegna stampa Personaggi

CAPRONI "QUANDO DOPPIÒ SALÒ PER L'AMICO PASOLINI"

Il figlio Mauro Attilio, professore a Udine, racconta suo padre

FR. ERB.

«Questo testo mio padre lo scrisse nei primi anni Sessanta». Mauro Attilio Caproni, figlio di Giorgio, professore di bibliografia all’Università di Udine, si rigira tra le mani l’articolo su Pinocchio, la parola e l’immagine (che qui pubblichiamo, ndr ). «È scritto a macchina con una Olivetti che iniziò a usare proprio in quel periodo. Forse era destinato alla rubrica “Il taccuino dello svagato” che curava per La Fiera letteraria. Non credo sia mai stato pubblicato. Certamente non in volume».

Quando viene a Roma, Mauro Attilio Caproni apre la casa di suo padre in via Pio Foà, nel quartiere di Monteverde, a pochi metri da Villa Pamphilj. In un angolo dello studio c’è un leggìo con uno spartito. Alle pareti alcuni ritratti di Caproni e una foto del poeta insieme a Pier Paolo Pasolini. Al centro della stanza una piccola scrivania. «Mio padre si soffermava spesso, anche con me e con mia sorella, sul tema della parola e dell’immagine che è affrontato in quel testo. Diceva che quando si leggeva una favola si leggeva per sognare, non per capire. La parola veniva trasfigurata e trasferita in immagine. Ma se la favola era illustrata questo effetto svaniva». Torna la cura per la parola e per i suoi effetti. «Svolgeva ricerche molto accurate sull’uso della parola. Cominciava con il vocabolario, che sfogliava come se fosse un romanzo. E terminava misurando l’effetto musicale che essa produce». La casa di via Foà è vicina a quella in cui abitava Attilio Bertolucci, uno dei poeti più legati a Caproni, insieme ad Alfonso Gatto. E poi c’era Pasolini. «Pasolini venne per la prima volta a casa nostra all’inizio degli anni Cinquanta. Fu Gatto a indirizzarlo da mio padre, che però già lo conosceva avendo recensito molto favorevolmente alcune sue poesie.

Subito dopo Pier Paolo conobbe anche Bertolucci, che gli procurò le prime collaborazioni. Mio padre avrebbe dovuto recitare nel Vangelo secondo Matteo, ma poi rinunciò e al suo posto fu indicato Gatto. L’amicizia con Pasolini durò fino alla morte del poeta friulano. L’ultima volta che lo vide fu a Ferragosto del 1975. Mio padre venne a Roma, e io lo accompagnai, per doppiare il personaggio del vescovo in Salò o le 120 giornate di Sodoma. Pasolini lo scelse nonostante lui avesse una voce stentorea, molto distante da quella vellutata dei prelati. E nonostante lui non amasse il cinema: la considerava una forma d’arte che invecchiava troppo velocemente».

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