Dalla rassegna stampa Cinema

Morante: gli uomini? Come ciliegine

Laura Morante diventa regista per “Ciliegine” commedia su una donna che soffre di androfobia e tiene lontani gli uomini

Debutto da regista con l’aiuto dei tre mariti: Costantini autore, Pierrot attore e Giammatteo produttore

ROMA – Ci ha messo sette anni Laura Morante per girare il suo primo film da regista: Ciliegine, in uscita domani per la Bolero film. Tre anni a cercare un produttore italiano, dalla Rai in giù, disposto a sostenere il soggetto che aveva scritto con Daniele Costantini, padre della sua prima figlia. Altrettanti a mettere insieme una coproduzione che potesse affiancare il produttore francese Bruno Pesery, conosciuto sul set di Cuori, il film di Resnais che stava girando allora. «Eppure, una settimana prima dell’inizio delle riprese, in tutta fretta, per non perdere il finanziamento pubblico, abbiamo dovuto inventarci perfino una nostra casa di produzione aggiuntiva. Una operazione rischiosissima». Il coproduttore italiano inventato lì per lì dalla Morante è suo marito Francesco Giammatteo, architetto nonché padre del suo ultimo figlio, un bambino russo appena adottato. Il terzo uomo della sua vita coinvolto in questa operazione è stato, infine, l’attore Frederic Pierrot, padre della sua seconda figlia, chiamato a fare la parte di uno psicanalista eterodosso che diagnostica alla protagonista di Ciliegine l’androfobia, singolare malattia che colpirebbe le donne affette dalla paura di essere deluse dal maschio. Una patologia che spingerebbe le malate, per difendersi dall’abbandono, a pretendere una costante attenzione da parte del compagno lasciandolo poi, senza rimorsi, alla prima mancanza. Amanda, la donna che lascia l’innamorato perchè ha mangiato l’unica ciliegina della torta ignorando che a lei avrebbe fatto piacere sentirsela offrire, è una androfoba: considera gli uomini, tutti gli uomini, inaffidabili, arroganti, indifferenti, traditori. Per farla innamorare l’attore Pascal Elbé, su consiglio di una amica comune, l’attrice Isabelle Carrè, si fingerà, quindi, omosessuale: lei non ne avrà paura e finirà per non poter più rinunciare a lui. Almeno per un po’.

Non l’è parso esagerato debuttare nella regia con un film di cui è anche sceneggiatrice, produttrice, e per ultimo protagonista assoluta?
«E’ stata una accumulazione di ruoli non voluta. Trovato il produttore francese che ha preteso però che la vicenda fosse ambientata a Parigi e non a Roma, abbiamo cercato invano chi potesse dirigere il film, finchè lui stesso non mi ha proposto di farmelo da sola. Allora mi son messa alla ricerca della protagonista e avevo perfino trovato Sandrine Kiberlain che sarebbe stata una Amanda perfetta, quando si sono fatti vivi i produttori italiani chiedendomi di essere io a interpretarla perchè la pellicola sapesse di Italia. Sono stata obbligata. Autodirigersi non mi entusiasma: lo trovo vagamente onanista. Quando recito preferisco avere un interlocutore che mi dica cosa fare».

L’idea di mettere insieme nel film gli uomini più importanti della sua vita, però è sua.
«Forse per la durata di una storia sentimentale posso mostrarmi insopportabile, ma quando è finita divento una ottima compagna. Chi ha contato per me continua a contare. Sarà perchè non sono socievole e ho pochi amici, oppure perchè ho fatto scelte oculate selezionando persone di valore, ma tutti e tre questi uomini sul set sono stati indulgenti».

Chi è davvero Amanda? Vedendo il film si pensa a Marivaux, a Woody Allen, a un francesissimo comte philosophe.
«Io ho pensato alla Lucy dei Peanuts. In alcuni momenti Schultz la fa apparire insopportabile, ma a me piacciono i personaggi rompiscatole. E poi volevo fare una commedia psicologica che affettuosamente fosse anche la parodia del romanticismo senza offendere gli innamorati, anzi guardandoli con nostalgia. Fin da ragazzina, come fossi stata una vecchia zia, mi è sempre piaciuto vedere due che si baciano».

Com’è cominciata questa avventura?
«Sono partita da una donna che lascia il suo uomo perchè ha mangiato la ciliegina della torta. Andando avanti nella storia le ciliegine sono diventate tante e il titolo è andato al plurale».

Le piacerebbe dirigere un altro film?
«Dirigerlo e basta, però. Non vorrei metterci altri sette anni. Non ho in mente di fare né La caduta degli dei né Ben Hur. Al massimo un’altra commedia. E sette anni per una commedia sono davvero troppi».

Visualizza contenuti correlati


Condividi

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.