Dalla rassegna stampa Personaggi

Gullotta, il trasformista

L’attore in scena a Treviso e Vicenza «Denuncio gli ipocriti» … denunciando di essersi visto negare il ruolo di Don Puglisi, nell’omonima serie televisiva, perchè omosessuale, a causa dell’ostracismo di un alto dirigente Rai…

Dai ruoli comici a quelli drammatici, Leo Gullotta è poliedrico. Riesce a trasformarsi, passando da un personaggio all’altro, facendo ridere, piangere, pensare. E interpreta con disinvoltura ruoli sia teatrali che cinematografici e televisivi. La sua è una presenza scenica costante e incisiva con spettacoli che fanno riflettere senza per questo rinunciare all’ironia e al divertimento. Né esita a mettersi a nudo senza peli sulla lingua come ha fatto di recente, denunciando di essersi visto negare il ruolo di Don Puglisi, nell’omonima serie televisiva, perchè omosessuale, a causa dell’ostracismo di un alto dirigente Rai. Gli spettatori veneti lo hanno visto in scena con L’uomo la bestia e la virtù e con Il piacere dell’onestà di Pirandello. In questi giorni Gullotta è in tournèe con Le allegre comari di Windsor di Shakespeare, è stato al teatro Comunale di Treviso (dove sarà anche stasera) con tutto esaurito e pubblico entusiasta. Martedì e mercoledì porterà lo spettacolo al teatro Comunale di Vicenza.
Qual è il suo rapporto con il pubblico veneto?
«Di grande feeling: c’è una corrente di simpatia reciproca. Il “tutto esaurito” di Treviso lo dimostra. Ma non è tanto una questione di numeri quanto di condivisione: gli spettatori veneti non sono né razzisti né discriminatori e mi dimostrano affetto. Al teatro romano di Verona, la scorsa estate, al mio debutto con Shakespeare, sono rimasti fermi, imperterriti, sotto la pioggia».
Ha a che fare con l’attualità “Le allegre comari di Windsor”?
«Sì, nella denuncia degli umori di una società di maschi dediti al denaro, al sesso, all’imbroglio. Sono le donne a rimettere in carreggiata la situazione e a trionfare con la loro intelligenza. Il protagonista, Falstaff, è una sorta di Capitan Fracassa, beone e vizioso, ma diverso dagli altri perché non è un ipocrita.
Nello spettacolo è proprio di questa diversità che vogliamo parlare e dell’atteggiamento tipico di una comunità bigotta e retrograda verso chi non si omologa».
E lei certo non si omologa nè si nasconde…
«Assolutamente no. Sulla scena mi travesto, ma è un modo di rivelarmi. Nella vita ci metto la faccia: non ho problemi a dichiarare la mia autentica natura. Detesto l’ipocrisia, i parolai, il parlare a favore di telecamera e l’adesione di comodo a gruppi, tribù, consorterie. Mi piace pensare con la mia testa, anche se viviamo in un paese un po’ cialtrone, dove chi pensa disturba ed è considerato pericoloso: una specie di tram con scritto “non parlare al conducente”».
Ai suoi spettacoli ci sono sempre tanti giovani. Come lo spiega?
«Con la loro voglia di capire come stanno veramente le cose e col desiderio di incidere sulla società. Io faccio tanti incontri nei licei e nelle università e sento questa voglia di libertà e di conoscenza. Il piacere dell’onestà gira da quattro anni: ci sarà un perché… »
Tornerà presto al cinema?
«Nell’immediato no. Ho in mente un altro spettacolo teatrale, anche se oggi con la crisi è difficile fare teatro. Quest’ultima produzione è stata impegnativa: sedici attori in azione, scenografie, costumi importanti. Il mio costume pesa trenta chili e non è facile tenerselo addosso per tre ore».
Caterina Barone

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