Dalla rassegna stampa

«Fecondazione, sconfitte le lobby gay»

La Corte di Strasburgo: sul fronte educativo la situazione di due persone dello stesso sesso «non è giuridicamente comparabile a quelle coppie sposate». Il giurista Grégor Puppinck, direttore dell’Eclj: «Significa anche che gli Stati membri del Consiglio d’Europa non sono obbligati ad …

Deciso stop all’aggressiva offensiva delle lobby omosessuali per modificare le normative europee in materia di matrimonio e genitorialità attraverso la via giudiziaria. «Una severa sconfitta» per questa campagna dei gay, dunque, commenta il direttore dell’European Center for Law and Justice (Eclj), Grégor Puppinck. Infatti la Camera della Corte di Strasburgo, quasi all’unanimità (sei voti contro uno), ha respinto il ricorso di una cittadina francese contro sia le norme del suo Paese che limitano le tecniche della procreazione medicalmente assistita (pma) eterologhe alla coppie eterosessuali, sia quelle che non consentono ad una lesbica di adottare il figlio della sua compagna. Nel caso in questione quest’ultima aveva generato il figlio con la pma con la cosiddetta ‘donazione’ di seme maschile.
In altri termini i magistrati hanno giudicato che la legge transalpina sulla adozione congiunta non è in contrasto con le norme sulla famiglia ed contro la discriminazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La ricorrenti sostenevano invece la illegittimità della norma che consente una responsabilità genitoriale congiunta all’adottante ed al padre/madre naturale solo nel caso costoro siano legati da un matrimonio. Le norme francesi infatti non la consentono alle persone legate da un solo un Patto civile di solidarietà (Pacs). Con la consueta escalation, che da un’altra ottica si trasforma in un piano inclinato, una volta ottenuta la possibilità di adozione per un celibe, le lobby gay con un ricorso alla corte sono riuscite ad estenderla all’adottante omosessuale. Lo step successivo era quello di avere una responsabilità congiunta nel caso di una coppia dello stesso sesso, ma la Corte di Strasburgo ha opposto in questo caso un’inoppugnabile argomentazione basata sul diritto e la realtà delle cose: l’adozione avrebbe comportato la perdita di diritti genitoriali della madre e ciò «non è conforme all’interesse del bambino dal momento che la madre biologica intende continuare ad allevare questo figlio ». Tutt’altra situazione – è significativo che Strasburgo ribadisca la differenza – è quella del matrimonio (in Francia consentito solo ad un uomo ed una donna) nel quale solamente è possibile una genitorialità congiunta. La situazione delle due lesbiche ricorrenti, secondo Strasburgo, «non è giuridicamente comparabile a quella delle coppie sposate».
La Corte europea osserva, inoltre, che il divieto di discriminazione contenuto nella Convenzione non implica che lo status dei Pacs debba essere simile a quello del matrimonio. Gli stati del Consiglio d’Europa (47 membri) dunque non sono obbligati ad adottare il matrimonio omosessuale, ma godono in materia di un «margine di apprezzamento». «In effetti – osserva Puppinck – come la Corte ha ricordato a più riprese: ‘il matrimonio conferisce uno status particolare a coloro che lo contraggono’ ». «L’altro importante effetto della sentenza – aggiunge il direttore di Eclj – riguarda il carattere non discriminatorio della legislazione francese che consente solo alle coppie eterosessuali infertili l’accesso alla pma con donatori anonimi di sperma. Infatti secondo la Corte, da una parte le coppie omosessuali ed eterosessuali non sono comparabili in tutto, e dal– l’altra, l’accesso alle tecniche di pma è subordinata ad uno scopo terapeutico». Nel diritto francese la finalità è quella di rimediare ad una infertilità il cui carattere patologico è constatato clinicamente o ad evitare malattie gravi. Ma l’ infertilità delle coppie omosessuali non è causata da una tale patologia fisica.
«Si tratta dunque – osserva il giurista – di una presa di posizione molto importante perché la strategia delle coppie omosessuali è di collocare le loro richieste sul terreno del diritto all’accesso all’assistenza sanitaria. Ma la finalità della medicina non è quella di soddisfare artificialmente il loro desiderio di figli». In conclusione, secondo Puppinck «la sentenza di lunedì avrà anche un impatto positivo sul negoziato in corso da parte del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa sulle ‘Raccomandazioni sui diritti e lo statuto legale dei bambini e le responsabilità genitoriali’ e su vari altri casi pendenti a Strasburgo».

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IL TESTO

QUALCHE LUCE E MOLTE OMBRE

La prima sezione civile della Cassazione si è trovata a dover affrontare il caso di una coppia gay che aveva contratto matrimonio all’Aja, nei Paesi Bassi, e chiedeva la trascrizione dell’atto nel nostro Paese. Ne è derivata una sentenza a tratti chiara e a tratti contraddittoria. Le coppie omosessuali – vi si legge a conferma di quanto già stabilito nel 2010 dalla Corte Costituzionale – se con l’attuale legislazione in Italia ‘non possono far valere il diritto alla trascrizione del matrimonio celebrato all’estero’, tuttavia hanno il ‘diritto a vivere liberamente una condizione di coppia’, con la possibilità, in presenza di ‘specifiche situazioni’, di un ‘trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata’. La sentenza, dunque, ammette che l’ordinamento vigente, pur non legittimando le nozze, garantisce i diritti fondamentali alle convivenze, etero o omosessuali che siano.
Ammette anche che nei confronti della coppia gay non si verifica ‘alcuna lesione della libertà di circolazione e di soggiorno’, poiché ciascuno Stato membro dell’Unione ha ‘libera scelta di garantire o no il diritto al matrimonio’. Poi però la Cassazione si spinge ad affermare: ‘La giurisprudenza di questa Corte non si dimostra più adeguata alla attuale realtà giuridica, essendo stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile, per così dire naturalistico, della stessa esistenza del matrimonio’. Se dunque ritiene impossibile trascrivere in Italia il matrimonio contratto Olanda, ciò avviene non in quanto ‘inesistente’, ma solo perché ‘inidoneo a produrre qualsiasi effetto giuridico nell’ordinamento italiano’. ( L.B. ) Eugenio Borgna, psichiatra, primario emerito dell’Ospedale di Novara e docente alla Statale di Milano

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«Coniugi omosessuali? Non è il sentire comune»

Borgna: «Una decisione che offende la natura»

Lo psichiatra: «Dire che oggi per sposarsi è superata la necessità di un uomo e di una donna è opinione strana, irrazionale, non motivata»

DI LUCIA BELLASPIGA

« È stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso è presupposto indispensabile, per così dire naturalistico, dell’esistenza del matrimonio». Così la Cassazione l’altroieri, con una sentenza che ha, sì, ribadito l’inammissibilità del matrimonio tra omosessuali, ma nel contempo ha con questa affermazione allargato le maglie del diritto, interpretando in modo discutibile il comune sentire della nostra società e quasi stimolando a un nuovo ordinamento. Ma davvero l’idea che per contrarre matrimonio occorra essere un uomo e una donna appartiene al passato? «Il sentire comune non è affatto questo», sostiene Eugenio Borgna, primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara, che subito indica un pericolo, «e cioè che di fronte a tali forzature nascano reazioni contrarie ed eticamente inaccettabili, come il rifiuto aggressivo delle persone omosessuali».
Posto che, come recita la stessa sentenza, le coppie gay ‘hanno il diritto a vivere liberamente una condizione di coppia’, è concepibile anche un matrimonio?
Il matrimonio nasce dall’integrazione delle due psicologie diverse, quella femminile e quella maschile, con i loro problemi e dissonanze, ma anche con le armonie e l’amalgamazione di due diversi orizzonti di senso, da cui nascono la ricchezza delle relazioni, il confronto, la creatività. Legami che prescindano da questa integrazione femminile/maschile si muovono su un campo diverso dal matrimonio e dall’istituto della famiglia, senza con questo discriminare nessuno: sono realtà profondamente differenti.
Come commenta l’affermazione secondo cui ormai è radicalmente superata la necessità che i coniugi siano di sesso diverso?
Scusi, ma superata da chi? Chi propone questa tesi? Questa è un’affermazione addirittura apodittica, non motivata: non rivela il cammino con cui ci si è arrivati, non dà argomentazioni né ricostruzioni storiche e psicologiche. Insomma, è una fucilata che giunge senza un’origine, una opinione strana, tutt’altro che univoca e soprattutto non razionale, perché dà per scontato ciò che non lo è.
Lei che ha il polso della situazione da un punto di vista della comune sensibilità, come la vede, invece?
Il senso comune è radicalmente – questa volta sì – allergico a una tesi simile. Semmai c’è il rischio che oltrepassi la misura e sfoci in aggressività, perché queste esperienze sono guardate con paura, forse con angoscia, certamente con diffidenza. E aberrazioni come pensare che ci si possa sposare tra due uomini o tra due donne, e magari voler pure essere genitori, mette a repentaglio anche ciò che è riconosciuto, ovvero – come dicevamo prima – il diritto dei gay a vivere liberamente una condizione di coppia. Cosa ben diversa dal matrimonio, che nella nostra concezione della vita nasce dalla contestuale presenza dei due diversi mondi che lungo un progetto unitario uniscono le loro storie personali, anche sessuali, necessarie l’una all’altra per completarsi. Tanto più se ci sono figli, che senza ombra di dubbio hanno bisogno di una madre e di un padre, di due polarità ben precise, anche sessualmente definite. Secondo natura.
A questo proposito, la sentenza nega una valenza ‘naturalistica’ alla differenza di sesso tra coniugi…
E meno male! Perché il termine ‘naturalistico’ in psichiatria, che è una scienza biologica, significa una degenerazione del naturale, una deformazione. Insomma, chi ha redatto la sentenza ha usato un termine errato, incorrendo in un lapsus fragoroso e dicendo alla fine il contrario di ciò che intendeva sostenere. Cosa significa naturale? Ciò che si sviluppa spontaneamente, lungo orizzonti ontologici predicati nella condizione umana. Il ‘naturalistico’ invece tradisce l’umano. Dunque sono d’accordo: la necessità che i due coniugi siano uomo e donna non è ‘naturalistica’, infatti è naturale.
C’è dunque uno scollamento tra sentire comune e certe sentenze, ma anche opinioni espresse da intellettuali, politici e media?
Uno scollamento flagrante, radicale, mascherato da sovrastrutture ideologiche: certo la gente non si riconosce nelle parole di questa sentenza. Nemmeno chi a voce alta non ha coraggio di dirlo.

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La biopolitica che preme

INELUDIBILITÀ DELLA QUESTIONE ANTROPOLOGICA

L e notizie apparse sui giornali negli ultimi giorni dovrebbero aver reso chiaro, una volta di più, che non si può escludere la biopolitica dall’agenda pubblica. Possono cambiare le priorità economiche e le maggioranze parlamentari, gli obiettivi e i programmi dei governi, ma i cosiddetti temi etici, cacciati dalla porta, rientrano subito dalla finestra. Piaccia o meno, siamo nel tempo della questione antropologica, impossibile da eludere, come ha scritto papa Benedetto XVI nella «Caritas in veritate». Invece gran parte dei politici, anche cattolici, considera i temi etici come occupanti abusivi di un territorio che non è il loro: cosa c’entrano la vita, la morte, la scienza, la genitorialità, con gli equilibri tra i partiti, il linguaggio cifrato della politica, le alchimie elettorali? Ma il tentativo di lasciare questi temi ai margini non ha successo. Le questioni etiche si infiltrano nell’agenda pubblica entrando da mille spiragli: in primo luogo attraverso le sentenze della magistratura, italiana o europea, e poi grazie ai protocolli e alle prassi mediche, al dibattito accademico, alle risoluzioni degli organismi internazionali, e in genere alle opzioni offerte dalle innovazioni tecnoscientifiche, che creano nuovi mercati e nuovi poteri economici.
Questi argomenti sono certamente l’ultima cosa che il governo Monti vuole affrontare, dato il loro potenziale divisivo; però ignorarli o dribblarli non sarà facile, e non lo si potrà fare a lungo.
La cronaca della settimana è esemplare: prima la risoluzione del Parlamento europeo contro le definizioni “restrittive” di famiglia; poi la notizia del bimbo inglese affidato dai giudici a tre genitori, tutti omosessuali; e ancora la sentenza della Cassazione sulla trascrizione dei matrimoni gay. Il tutto, dopo un’incandescente polemica accademica sulla possibilità di uccidere i neonati, e in attesa che la Corte Costituzionale si esprima sulla procreazione assistita eterologa.
Eppure pochi giorni fa, quando il segretario del Pdl Angelino Alfano ha richiamato l’attenzione sul rischio che a sinistra si coltivino ideologie «zapateriste», c’è stato chi ha ritenuto l’accenno furbesco e fuori luogo, come se, in un clima finalmente meno litigioso e intossicato, si volessero per forza introdurre elementi di conflitto, a fini elettoralistici. Ma i temi etici non sono «una clava», come spesso si sente dire, bensì semplicemente fatti su cui è giusto dare un giudizio, aprire un dibattito, avere opinioni e proporle con chiarezza.
In un clima di discredito della politica, sembra quasi che ribadire la propria piattaforma di valori non possa che essere strumentale. E invece proprio in momenti come questi – in cui il quadro antropologico sta cambiando con enorme rapidità e si tenta di introdurre nell’ordinamento giuridico orientamenti culturali che non appartengono alla nostra tradizione cristiana e anche solo civile (basti pensare alla famiglia come è definita nella nostra Costituzione) – è necessario che ogni persona impegnata politicamente dichiari a quale concezione di persona e di società fa riferimento quando compie scelte politiche e di governo.
Altrimenti sono sempre possibili scivolate inconsapevoli, come quella compiuta dall’attuale governo sulla modifica dei cognomi (una donna divorziata potrà, per esempio, aggiungere al nome del padre naturale dei propri figli quello del nuovo marito), ritenuto – credo in perfetta buonafede – solo un atto di semplificazione burocratica.

EUGENIA ROCCELLA *
*deputato del Pdl

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