Dalla rassegna stampa Personaggi

LA CATANIA DI PASOLINI UNA "GOMORRA FEROCE"

Un libro sul poeta scomparso racconta le sue frequentazioni siciliane

L´amicizia con i ragazzi di San Berillo e Sant´Agata la casa affittata in via Firenze e l´insulto in dialetto pronunciato durante il pestaggio omicida Il contesto dei giovani fascisti

Che fossero borgate romane o quartieri siculi, per Pier Paolo Pasolini cambiava poco. La feroce bellezza della natura e gli occhi veraci degli indigeni erano il buon viatico per il suo universo creativo.
Funzionò così pure con la Catania dei primi anni Settanta che a Pasolini apparve, e non a torto, una “Gomorra feroce”. Sulla città frantumata di quegli anni la storia ufficiale ha il dovere di fare un passo indietro per cedere il posto alle indagini dei giorni nostri. Quelle che partono nel 1975 dal cadavere massacrato del poeta sulla spiaggia dell´idroscalo di Ostia, e che proseguono in questi mesi tra studi televisivi, scrivanie di legali e magistrati, e la passione investigativa di un giornalista, un avvocato e una criminologa. “Nessuna pietà per Pasolini” (Editori Riuniti) scritto da Walter Rizzo, Stefano Maccioni e Simona Ruffini è prima di tutto un´inchiesta che si legge come un giallo e si gode, scorrevole, come una puntata di buon giornalismo. Ma secondo gli autori potrebbe essere anche una fonte utile per fare nuova luce sull´omicidio.
Esisterebbe, dunque, una pista siciliana che potrebbe portare al come e al perché di uno degli omicidi più controversi del secolo scorso nel nostro Paese. La verità sulla morte di Pasolini potrebbe passare anche dalla Catania fascista e squadrista di quegli anni, dove molti abili picchiatori neri facevano la spola con Roma. Alcuni di loro orbitavano nel giro delle “marchette” a pagamento. È una verità che si incrocia con la dichiarazione pubblica di Pino Pelosi, unico reo confesso del delitto, all´epoca diciassettenne, ma che nel 2005, a sorpresa, ritratta la sua storica versione nel bel mezzo di una trasmissione tv. E chi poteva ancora credere all´ipotesi di Pasolini ucciso da un solo ragazzino sotto i colpi inferti da due legnetti marci? La nuova pista potrebbe passare da elementi illustrati nel libro: la presenza di un giovane biondo a cena con Pasolini, poco prima dell´omicidio, che dalle descrizioni dei testimoni non poteva certo somigliare al bruno Pino Pelosi; il dubbio, molto forte, che quest´ultimo fosse davvero col poeta la sera dell´omicidio; un inquietante dettaglio, riferito dallo stesso Pelosi, di un termine dialettale catanese arcaico oramai in disuso: “jarrusu”, terribile insulto di solito riservato agli omosessuali e che sarebbe stato gridato a Pasolini durante il pestaggio mortale; un artista di borgata che fa i nomi non solo dei carrozzieri ai quali sarebbe stata portata la macchina incidentata dopo essere andata a sbattere contro il paletto di cemento all´idroscalo (Pasolini morente fu schiacciato da un´auto), ma anche quello di un altro carrozziere misteriosamente scomparso nel 1976, che sarebbe stato presente durante l´omicidio.
Fu il regista Sergio Citti a filmare immediatamente la scena del delitto e a immortalare ciò che gli agenti di allora lasciarono alla mercé delle partite al pallone. Il caso fu chiuso in 24 ore. Difficile mettere la parola fine a questa storia, dove gioca un ruolo persino il senatore Dell´Utri e un manoscritto di Pasolini sul caso Mattei che ha radici proprio a Catania, (c´è un´inchiesta in corso, alla Procura di Roma, collegata all´omicidio De Mauro). Ma di Catania, la città nera di sciara e di fascismo, poteva essere anche la targa dell´auto misteriosa che arrotò l´intellettuale.
In quegli anni Pasolini aveva affittato addirittura una casa nel capoluogo etneo, in via Firenze. Un testimone indicato nel libro con un nome di copertura, Saverio – amico di Pasolini, oggi uno dei massimi studiosi della letteratura italiana – conferma le frequentazioni che lo scrittore aveva con ambienti dell´estremismo neo fascista e dice di avere incontrato spesso quei giovani sul treno Catania – Roma, come impegnati in “missione”. Una di queste, forse, era destinata a lui?
Nelle campagne di Nicolosi e sulle sciare dell´Etna, Pasolini girò alcune scene dei suoi film: Il Vangelo secondo Matteo come Porcile. Nel ´69 fu tra i giurati del Premio Brancati, insieme ad Alberto Moravia; qui arrivò una banda del Fuan, il gruppo universitario del Msi. Fu un tripudio di insulti come “frocio comunista!”. Ma dopo le venti, a Catania «nessuno doveva interferire quando si trovava con le persone che frequentava la sera e la notte». Dice Saverio: «Erano ragazzi che arrivavano da San Berillo e dal villaggio Sant´Agata vicino l´aeroporto. A Catania c´era una situazione strana rispetto ad altre realtà. Qui i marchettari erano tutti di destra, tutti organicamente legati alle squadre del servizio d´ordine del Msi…. Pasolini era interessatissimo a loro sul piano sociologico. Erano i giovani fascisti della Catania nera».
E c´era, è ovvio, il sesso. Gli italiani non accettavano la “colpa originaria” dell´omosessualità di Pasolini. La curiosità del poeta-regista per il mondo della notte e del proibito finì per esporlo a pericoli concreti. Forse Pasolini non era depositario di segreti particolari. Era, invece, un intellettuale parlante. Questo dava molto fastidio, già allora.

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