Dalla rassegna stampa Cinema

Il film della Cavani che evoca il ‘68 "Fu uno dei primi set on the road"

Al festival della Cineteca racconta “I cannibali”, girato in città – Creavamo scompiglio alle autorità: bloccavamo il traffico

Un gruppo di studenti universitari curiosi seguiva ogni scena

Una moderna Antigone sfida l´autorità del regime pur di seppellire il fratello, corpo abbandonato come monito contro gli oppositori sulle strade piene di cadaveri di una città dei nostri tempi. Il film è I cannibali, choccante rilettura contemporanea del mito ad opera di Liliana Cavani, nel 1969, mentre sbocciava la contestazione giovanile. E la città è Milano: un set complicato e pieno di imprevisti, come racconta la regista, ospite all´Oberdan mercoledì alle 21 per la proiezione del film fresco di restauro, evento speciale del festival “Il cinema italiano visto da Milano” che inizia oggi.
Signora Cavani, perché scelse Milano?
«Perché Milano, soprattutto allora, era la città più moderna. Fotograficamente era la città dell´oggi, molto più di Roma con le sue rovine meravigliose».
Dove giraste?
«In centro, creando sconforto alle autorità. Appendevamo sui muri manifesti contro il potere, la gente si chiedeva cosa stesse succedendo, non capiva che era un film. Logisticamente fu complicato, era il primo film che si svolgeva sulle strade, on the road, e non erano scene rubate, richiedevano ore. Voleva dire bloccare il traffico, la polizia e gli automobilisti scalpitavano».
Capitarono inconvenienti?
«Ero decisa a girare proprio in centro, così bloccai corso Venezia, innaffiammo il selciato per renderlo lustro, più fotogenico. Poi si sdraiarono le comparse, che facevano i cadaveri, e in lontananza piazzammo dei manichini. A un certo punto venne la polizia municipale a chiederci cosa stessimo facendo, io mi girai verso il ragioniere addetto ai permessi e lo vidi correre via. Ero convinta di avere i permessi, invece non li avevamo. Ebbero pietà, ci fecero finire la scena».
La gente come reagiva?
«Avevamo un seguito di una cinquantina di universitari, curiosi perché allora non capitava che si girassero film per strada, e poi l´argomento li interessava, allora nell´aria c´era qualcosa di nuovo. Se eravamo in ritardo per una scena, si sdraiavano sulle macchine e le bloccavano. Capitò anche che dei passanti, che uscivano dai portoni e si trovavano davanti un “cadavere”, lo scavalcassero senza batter ciglio, senza preoccuparsi di chiedere aiuto…».
Nel cast c´erano Britt Ekland, Tomas Milian, Pierre Clémenti. Con loro filò tutto liscio?
«All´epoca andava per la maggiore il bar Alemagna, in piazza Duomo, elegante, ben frequentato. Un giorno con Clémenti e i suoi amici francesi, tutti vestiti strani, ci andammo a prendere un caffè. Le signore ai tavolini ci guardavano male, e i camerieri ci mandarono via. Eravamo alternativi. Era l´epoca di Woodstock, dei giovani che si incontravano in un ideale di fratellanza antiborghese che il film rifletteva. Tanto che a Cannes andò benissimo, e la Paramount voleva comprarlo per gli Stati Uniti per 125mila dollari, 20mila in più di quello che era costato. Ma volevano che ci mettessi il lieto fine. Rifiutai».
Poi non girò più a Milano.
«No, ma potrei ritornarci. Ho pronta una sceneggiatura sul mondo della psicanalisi, scritta con Gianni Romoli, lo sceneggiatore di Ozpetek. Vorrei girarla in centro, magari a Brera, allora si andava al bar Giamaica e da un rigattiere comprai il mio primo quadro, adesso ci sono solo banche ma la amo lo stesso. Vedremo, di questi tempi non è facile».

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