Dalla rassegna stampa Libri

Pier Paolo Pasolini fa ancora paura

…. il tentativo di mettere in fila prove, evidenze, contraddizioni, pezzi di verità e pezzi di menzogna che nel delitto dell’Idroscalo di Ostia sono stati mescolati ad arte…

Di Pier Paolo Pasolini la società italiana aveva paura quando era in vita e continua ad averne ancora oggi, a 37 anni dal suo insensato omicidio e dopo una sequenza di sentenze, ritrattazioni, indagini superficiali, rei fin troppo confessi, inchieste giornalistiche, omissioni accurate e strane coincidenze. L’affaire Pasolini è uno di quei grumi oscuri e complicati che il nostro paese ha più volte trovato sulla sua strada. Qualcuno, con ostinazione, sta provando ancora a dipanare i fili della morte violenta dell’intellettuale, stavolta grazie a un nuovo teste e a inedite connessioni. I risultati parziali dell’indagine sono raccolti nel libro presentato ieri alla Fondazione Valenzi, Nessuna pietà per Pasolini (Editori Riuniti, pagg. 160, euro 16). A seguire la pista investigativa l’avvocato Stefano Maccioni, legale del cugino del poeta, la criminologa Simona Ruffini, il giornalista Domenico Valter Rizzo, inviato della trasmissione «Chi l’ha visto?». A presentare il volume con gli autori anche il magistrato Henry John Woodcock. Avvocato e criminologa hanno di recente presentato richiesta di riapertura del caso, coinvolgendo il Ris per nuove analisi dei reperti, esami dattiloscopici e del dna che non sono mai stati chiesti né fatti, sulla base di una convinzione: che Pasolini sia morto «non per quello che sapeva ma per quello che stava cercando», come dice una delle persone intervistate. Niente dietrologie, dichiarano Rizzo e Maccioni, solo il tentativo di mettere in fila prove, evidenze, contraddizioni, pezzi di verità e pezzi di menzogna che nel delitto dell’Idroscalo di Ostia sono stati mescolati ad arte. Tra le tante zone d’ombra della vicenda una nuova voce: quella di una persona proprietaria di una baracca che, sebbene non presente durante l’aggressione, ha riferito della frequentazione di Pasolini con un ragazzo biondo. Un preciso identikit, lo stesso individuo descritto da Vincenzo Panzironi, proprietario del ristorante «Al Biondo Tevere», come compagno dell’ultima cena del poeta poche ore prima del delitto. Il borgataro diciassettenne Pino Pelosi, unico autore del massacro secondo la sentenza d’appello (quella di primo grado parlava invece di «concorso con ignoti»), era invece magro, riccio, bruno. Nei verbali fornisce notizie vaghe e contrastanti della sera al ristorante. Ma molti altri sono i misteri. Quello della fotografia di Pelosi mostrata al teste, mentre pare che di lui ce ne siano solo successive al suo arrivo a Regina Coeli. Quello degli interrogatori del ragazzo ad opera dell’allora capo della Mobile Masone. Quello della scelta degli avvocati (Rocco Mangia) e dei consulenti della difesa (Aldo Semerari) legati alla Destra e ad ambienti piduisti.

Anche la ricostruzione della scena del crimine fatta visionando il film che Sergio Citti girò subito dopo il ritrovamento del corpo di Pasolini, ucciso nella notte tra il 1 e il 2 novembre 1975, racconta una diversa sequenza morte. Un delitto casuale tra omosessuali o un omicidio scientificamente organizzato? La pista di Maccioni, Rizzo e Ruffini porta lontano, porta a Catania e alle relazioni dello scrittore con alcuni personaggi dello squadrismo nero. Pasolini si stava documentando per il suo romanzo Petrolio e probabilmente gioca un ruolo centrale proprio il capitolo scomparso del libro, il 21, dedicato alla storia dell’Eni e alle oscure vicende legate a Eugenio Cefis. Forse non è un caso che Catania sia al centro di un filo nero che lega tre delitti eccellenti: Pasolini, ma prima di lui Mauro De Mauro e Enrico Mattei.

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