Dalla rassegna stampa Libri

Se a un tratto si svuota il nucleo della famiglia

I suoi racconti sono tanto cupi che viene spontaneo immaginarsi altrettanto ombroso il loro autore, invece Colm Toibin è tutt’altro che depresso….

I suoi racconti sono tanto cupi che viene spontaneo immaginarsi altrettanto ombroso il loro autore, invece Colm Toibin è tutt’altro che depresso. Lo scrittore irlandese, dotato di cospicua ironia, è semplicemente capace di mettere una sorta di distanza professionale tra se stesso e la propria opera, anche la più autobiografica. Come succede nella raccolta di racconti “La famiglia vuota” editi da Bompiani (pagg. 283, euro 18).
Al centro del nuovo lavoro, quello che Toibin ha definito «un ossimoro», ossia la famiglia vuota, «una definizione che mi è venuta in mente una sera a Dublino e su cui un amico pittore mi ha suggerito di lavorare». Sono nate così nove storie che hanno come filo conduttore proprio lo svuotamento del nucleo d’origine. Da una parte, ha spiegato lo scrittore «è ciò che capita quando invecchi, quando confronti le sedie vuote e i personaggi scomparsi alla cena di Natale rispetto alla stessa occasione di 20 anni prima», dall’altra «succede anche con l’esilio, quando rimpiazziamo i legami con altri e perdiamo familiarità con la famiglia d’origine».
Situazioni simili caratterizzano in particolare due racconti, “La famiglia vuota”, che dà il titolo alla raccolta, e “Uno meno uno”, «che sono gli unici autobiografici insieme a “Barcellona 1975”, che ha fatto perdere il sonno a non poca gente in irlanda». Nel racconto, infatti, viene raccontata l’iniziazione omosessuale di un giovane in una soffitta della città catalana, tra orge e mascheramenti. Il componimento è uno dei pochi dove alla perdita di un amore non subentra il vuoto. Un sentimento che, nella maggior parte dei racconti, è accompagnato dal sollievo anziché dal rimpianto e questo – spiega l’autore – non perché la solitudine sia una condizione esistenziale ineludibile, ma perché per uno scrittore è molto più interessante raccontare il vuoto piuttosto che il pieno. «Il mestiere di uno scrittore è prendere la parola amore e iniziare a giocarci, prendere qualcosa di semplice, che tutti capiscono, su cui sono stati girati migliaia di brutti film e scritte altrettante pessime canzoni, e cercare di dire quello che c’è prima e quello che viene dopo, drammatizzare l’amore – spiega Toibin – come oscurità e come fine». Attenzione però: «ciò non significa – aggiunge – rendere le cose più complicate, ma renderne in prosa la naturale complicazione». Per questo, fa parte del lavoro dello scrittore anche «sospettare sempre di se stessi, sorvegliarsi accuratamente per permettersi di fermarsi di fronte alla semplicità». Perché qualche volta, nella vita, le storie d’amore possono anche essere semplici, quando i loro protagonisti sanno ciò che vogliono, come il giovane Malik che in “La strada”, il racconto più lungo della raccolta, individua con chiarezza l’oggetto del suo desiderio, il più anziano Abdul, con cui arriva persino a pensare di formare un nuovo nucleo familiare lontano da casa.

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