Dalla rassegna stampa Cinema

Spie di prima classe

Gary Oldman è memorabile nel film “La talpa” tratto da Le Carré

Guerra fredda Gary Oldman (a destra) con David Dencik in una scena della Talpa La trama è imbastita come una partita a scacchi costruita sugli sguardi i silenzi, le atmosfere e un raffinato tessuto di recitazione

Come è noto John Le Carré (vero nome David Moore Cornwell) militò nel quinquennio 1959-63 nei servizi segreti britannici, e ne uscì perché bruciato da un infiltrato del KGB passato alla storia, Kim Philby. L’episodio ha rivestito importanza cruciale per lo scrittore, incidendo sulla sua visione amara di un universo spionistico, raccontato come un microcosmo di grigia routine e rarefatta ambiguità in controtendenza con il patinato mondo di James Bond proposto da Ian Fleming in quegli stessi anni. E tuttavia – in quanto metafora della condizione esistenziale dell’uomo moderno, avvolto in un’inquietante cortina fumogena di informazioni manipolate e impossibilitato a conoscere la verità – quella visione ha colpito l’immaginazione di milioni di lettori. E lo svedese Tomas Alfredson, l’acclamato regista di Lasciami entrare , ne ha ben compreso l’attualità quando ha accettato di portare sullo schermo Tinker, Taylor, Soldier, Spy ovvero La talpa (1974, ripubblicato ora da Mondadori).

Un incarico che comportava due sfide. Una quella di competere con un’ottima serie tv, realizzata a botta calda nel 1979, con Sir Alec Guiness nel ruolo protagonista di George Smiley, spia infallibile all’aspetto bruttino e dimesso. Il secondo problema era rendere viva e comprensibile una storia ambientata in un contesto internazionale di Guerra Fredda ormai remoto. Ora, se la sceneggiatura di Peter Straughan e di Bridget O’Connor provvede a restituire gli elementi essenziali della labirintica trama, Alfredson ben coadiuvato da ottimi collaboratori, fra cui il direttore di fotografia ungherese Hoyte van Hoytema, riesce a imbastirla come una suggestiva partita a scacchi costruita sugli sguardi, i silenzi, le atmosfere e un raffinato tessuto di recitazione. La trovata vincente è che scene e costumi hanno uno stile fuori dal tempo, suggerendo che i personaggi implicati, ovvero lo staff dirigenziale del Circus dove si cela la talpa, vengono da un passato lontano e comune. E sia chi, come Smiley, lavora per al servizio della patria, sia chi per motivi ideologici ha tradito, appartengono tutti a una stessa generazione di ex idealisti disillusi. In un cast di prima classe che include Colin Firth, John Hurt, Mark Strong, Gary Oldman incarna uno Smiley severo, solitario, chiuso in una maschera di impassibilità da cui tuttavia trapela una dolente emozionalità e un inattaccabile senso morale. Perfetto, memorabile.

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