Dalla rassegna stampa Personaggi

Biondo, forse siciliano Un uomo era con Pasolini poco prima del delitto

Non è un delitto del tutto irrisolto. Ma è di sicuro uno dei misteri d’Italia. L’omicidio di Pier Paolo Pasolini resta un enigma. In 36 anni di inchieste giudiziarie e giornalistiche resta solo la condanna a 9 anni, in concorso con ignoti, di Pino Pelosi, ragazzo di vita con cui lo scrittore …

Già il Tribunale per i minorenni – Pino detto “La rana” aveva 17 anni – scrisse nella sentenza che Pelosi non poteva aver fatto tutto da solo. E da allora quegli ignoti sono rimasti delle ombre che periodicamente qualcuno cerca di mettere a fuoco.

Avvocato detective
Un avvocato di Pieve a Nievole prova da tempo a districarsi nel puzzle di verità taciute sulla fine di Pasolini. Si chiama Stefano Maccioni, ha 46 anni, e nel suo curriculum forense può vantare un altro caso da ribalta mediatica, la difesa dell’ex SS Karl Hass all’epoca del processo per la strage delle Fosse Ardeatine per la quale fu condannato nel 1998 con Erich Priebke all’ergastolo. Dal 1991 Maccioni vive a Roma dove è rimasto dopo aver svolto l’obbligo di leva come allievo ufficiale di Marina e aver avuto esperienza nel ruolo di cancelliere militare.

Le analisi sul dna
Il legale assiste il jazzista Guido Mazzon, cugino di Pasolini. È l’unica parte offesa rappresentata nell’ennesimo procedimento giudiziario sul caso, aperto stavolta nel 2009 grazie ai documenti portati dall’avvocato al sostituto procuratore di Roma Francesco Minisci. Dal maggio scorso sono iniziati gli esami dei reperti raccolti dopo il delitto e in parte conservati nel museo di criminologia di via Giulia. A effettuare gli accertamenti tecnici sia su una tavoletta con la quale sarebbe stato colpito Pier Paolo Pasolini sia diversi oggetti attribuiti a Pino Pelosi nonché altri reperti trovati sull’automo dello scrittore, sono i carabinieri del Ris di Roma. Ora si attende la comparazione del dna presente sulla tavoletta, isolato dai Ris, che non appartiene né a Pelosi né a Pasolini.

Nuove testimonianze
«All’inizio con la criminologa Simona Ruffini abbiamo affrontato la storia con un approccio investigativo in stile “Cold case”, quello dei casi ripresi in esame dopo tanto tempo – racconta l’avvocato – Poi con il passare del tempo e l’acquisizione di elementi nuovi ho cominciato ad appassionarmi. E devo dire che più si approfondiscono gli spunti che sono emersi in questi anni, più si rimane coinvolti nella vicenda».
Nei prossimi giorni il legale depositerà sul tavolo del magistrato titolare dell’inchiesta due testimonianze «che potrebbero offrire agli inquirenti nuovi elementi su cui indagare per arrivare dopo oltre trentasei anni alla soluzione di uno dei delitti più complessi del nostro Paese».
Si tratta del proprietario di una baracca all’idroscalo e della moglie del titolare del ristorante “Al Biondo Tevere”, deceduto da anni, che parlò della presenza di un ragazzo biondo insieme a Pasolini poche ore prima dell’omicidio.
«Siamo riusciti a rintracciare il proprietario di una baracca – riferisce il penalista – che anche se non era presente quando avvenne l’aggressione, ha indicato alcuni elementi particolarmente importanti sulla frequentazione che aveva Pasolini negli ultimi tempi con un ragazzo biondo. Questa persona, di Roma, aveva visto lo scrittore più volte giocare a calcio dalle parti della sua baracca e in alcune occasioni aveva esortato il gruppetto a fare più attenzione perché il pallone era finito nella sua proprietà. Non è escluso che Pasolini avesse la disponibilità di una baracca in zona. E l’aggressione potrebbe essere avvenuta in casa e poi conclusa fuori con l’omicidio».

La pista catanese
Sugli sviluppi investigativi del caso l’avvocato Maccioni ha scritto un libro “Nessuna pietà per Pasolini” con la criminologa Simona Ruffini e il giornalista di “Chi l’ha visto?” Valter Rizzo. E proprio il cronista ha incontrato un professore di Lettere che aveva conosciuto Pasolini a Catania.
«Il regista era stato nella città siciliana per conoscere gli ambienti della destra più estrema – sottolinea il legale – La sua fascinazione per quel contesto era esclusivamente antropologica. Non si può certo dire che Pasolini fosse una persona di destra. La sua era una curiosità intellettuale finalizzata a capire per quale motivo i giovani si sentissero attratti da quelle idee. È lì che può aver conosciuto persone che si sono preoccupate per le domande che lo scrittore faceva. Spesso, in certi ambienti, fare troppe domande può essere molto pericoloso».
L’avvocato, a sostegno dell’ipotesi catanese, ricorda che anche la scomparsa nel 1970 del giornalista de L’Ora, Mauro De Mauro – altro delitto senza colpevoli – avvenne dopo che il cronista era stato a Catania per raccogliere informazioni richieste dal regista Francesco Rosi in procinto di girare il film “Il caso Mattei” sulla misteriosa fine – ennesimo mistero d’Italia – del presidente dell’Eni morto in un incidente aereo.
«Sia Pasolini che De Mauro sono stati uccisi dopo aver frequentato certi ambienti catanesi» chiosa Maccioni che ricorda la sparizione delle bozze di un capitolo intitolato “Lampi su Eni” del libro “Petrolio” mai concluso dal poeta. L’oro nero e i suoi effetti fatali, dunque, come trait d’union per due omicidi irrisolti.

La parola in dialetto
Un contributo alle ipotesi di indagine, contenute nel libro e che prenderanno corpo con le deposizioni dei nuovi testimoni, arriva anche da Pino Pelosi.
«Nel 2005 in un’intervista Pelosi rivelò che sul luogo dell’omicidio c’erano altre persone e che si era trattato di un agguato – rimarca l’avvocato – Gridavano contro lo scrittore la parola iarruso. In dialetto catanese significa omosessuale. E poi sul posto venne vista un’auto targata Catania. Insomma, a nostro avviso ci sono elementi per una pista siciliana che potrebbe illuminare uno dei maggiori misteri d’Italia».

L’assassino è vivo
Nel corso della presentazione del libro a Roma l’ex leader del Pd, Walter Veltroni ha visto in sala Pelosi e l’ha incalzato con una serie di domande concluse con la rivelazione dell’unico condannato per la morte del poeta e che ancora oggi dice di aver paura: «Sì, l’assassino di Pasolini è ancora vivo e in libertà». Maccioni annuncia: «Quanto affermato da Pelosi dimostra che c’è ancora molto da indagare. Chiederemo al pubblico ministero di acquisire la registrazione».

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