Dalla rassegna stampa Cinema

Ozpetek «Nel nuovo film affronto la paura Poi racconterò mia madre innamorata»

… Ferzan Ozpetek sta girando Magnifica presenza (uscirà il 9 marzo) con l’emotività, il sentimento, l’istinto, la morbida voluttà di un regista che prima «sente» e poi «vede» un film, rimescolando sessualità e ceti sociali nella Commedia umana della vita…

ROMA — «Ho mandato sms a tutti per dire che il finale sarebbe cambiato: ai produttori Domenico Procacci e Rai Cinema, al mio aiuto regista, a Elio Germano. Non mi ha risposto nessuno tranne il nuovo montatore. Poi ho visto l’orologio. Era l’una di notte». Ferzan Ozpetek sta girando Magnifica presenza (uscirà il 9 marzo) con l’emotività, il sentimento, l’istinto, la morbida voluttà di un regista che prima «sente» e poi «vede» un film, rimescolando sessualità e ceti sociali nella Commedia umana della vita: «È il mio film più difficile, perché mescolo paura, divertimento e dramma. Fammi dire di Elio, amo la sua innocenza contadina e il talento, è la prima volta che ci lavoro, è entrato nella mia vita come quando d’improvviso senti l’aria nuova della primavera e ti metti in maglietta». E che ruolo fa? «Un pasticcere pieno di fissazioni, quasi autistico, vuole fare i cornetti tutti uguali. Sono andato a sbirciare dietro il bancone della pasticceria che ho sotto casa. Arriva a Roma dalla Sicilia, vuole diventare attore, si ritrova nella girandola dei provini. Conosco tanta gente che ha perso il lavoro fisso, Roma è piena di attori che fanno i camerieri».
Ferzan mostra la clip di un provino disarmante, lo spot di un ammorbidente. Elio trova casa a Monteverde, dove la storia si svolge al 90 per cento. Un palazzo in cui vivono gli altri protagonisti di questa storia corale dove si muove la mano invisibile del destino, anche se Elio è la magnifica presenza del titolo e diventa importante per gli altri, Margherita Buy è l’amante di Beppe Fiorello, Vittoria Puccini è la moglie di Cem Yilmaz che in Turchia è una star, Alessandro Roja, Andrea Bosca, Paola Minaccioni. E poi Anna Proclemer e Ambrogio Maestri, «che è un baritono di successo ma fisicamente qui è giustissimo. Tutti sono accomunati da un segreto, che non ti posso rivelare senno’ è inutile che giri il film».
Il tema però lo può dire… «È la prima volta che affronto la paura. Non accetto l’idea della morte, le persone che perdo. A 52 anni capisci che la vita è una fregatura. È un’età importante, pensi che 20 anni prima ne avevi 30 e tra 20 ne hai 70. C’è il senso delle cose passate che non tornano più. Certo che le persone care le devi perdere, ma restano l’amarezza e la malinconia».
C’è il tempo che scivola via tra le dita. E il tempo perduto? «I ricordi non li cancello, di là ho la foto della mia amica giornalaia e ogni volta che passo davanti all’edicola penso a lei. Spesso mi chiedo cosa sia il vero significato della vita. Io non credo che uno viva benissimo la maturità, si rassegna. Questo film riflette uno sguardo più positivo che dovrei avere».
E sogni ricorrenti ne ha? «Siccome sogno a occhi aperti, quando vengono interrotti cerco di riaddormentarmi e di cambiarli. Sono appena uscito dalla pigrizia, l’unica cosa che mi sveglia è fare cinema. Tutte le mie storie sono personali. In Mine vaganti ho parlato di mio padre. Mi piacerebbe fare un film sul rapporto con mia madre, che è completamente cambiato. È una donna di 86 anni che è stata all’avanguardia nelle sue letture, nella religione. Vive a Istanbul, si è innamorata dell’insegnante di ginnastica. Parliamo tre volte al giorno al telefono, in turco naturalmente, e mi chiede di mandarle il rossetto. Hanno un rapporto platonico, ma i 60 anni di differenza mi preoccupano. Non le piacciono i coetanei, per lei gli anziani devono stare con i giovani per sentirsi giovani, detto da una donna è più difficile da accettare, e invece dovrebbe essere naturale». Lei fu aiutato dai suoi quando nel 1976 lasciò Istanbul per Roma? «Mio padre era costruttore e, un po’ mi vergogno a dirlo, all’inizio mi aiutò. Mi trovò un lavoro da traduttore. Poi minacciò di tagliarmi i viveri, il cinema per lui era inutile. Ho fatto il corniciaio, il pittore. Sentirsi figliastro a Roma e a Istanbul mi rende forte».
Sta uscendo Almanya, la commedia campione d’incassi scritta dalle sorelle Samdereli su una famiglia emigrata in Germania dalla Turchia negli anni 60 e giunta alla terza generazione. «Mi è piaciuto molto, mi ha ricordato una domestica che avevamo in casa ed era trasformata quando tornò da Berlino. Oggi la Turchia è un’altra cosa, un paese moderno lontano dall’idea dei turisti in visita alla Moschea blu; Internet è ovunque, e poi la nuova pittura…». Sa che in Italia il budget della cultura è sceso dalla 0.39 allo 0.19? «La situazione è grave. Si parla solo di crisi economica, quella culturale è molto peggiore. Lo vedi nel modo di vestirsi e comportarsi, guardando la vetrina di un negozio. L’estetica è un fronzolo senza importanza. Un ragazzo cresciuto davanti alla tv non è più recuperabile». I suoi film sono melò, forse era naturale lo sbocco come regista d’opera. Dopo Aida a Firenze, tra un anno firmerà La Traviata al San Carlo: «Sì, e si sentirà la città, Napoli. La lirica più ci entri dentro e più ti affascina, si fa capire da tutti anche se più ne sai e più la ami. Quando Amneris nel quarto atto dell’Aida nonostante tutto cerca di salvare Radames, ha una forza che nemmeno Via col vento…».

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