Dalla rassegna stampa Personaggi

Il festival di Roma ricorda Pasolini, voce fuori dal coro

Una mostra all’Auditorium nell’anniversario della scomparsa … L’amministrazione comunale capitolina sta per realizzare il progetto di un museo permanente dedicato alla figura di Pasolini…

Prima di morire, Laura Betti lasciò il Fondo Pasolini in dotazione alla Cineteca di Bologna. E proprio utilizzando materiali provenienti da questo archivio è stata allestita, nell’ambito del Festival del Cinema di Roma, una mostra per ricordare lo scrittore nel trentaseiesimo anniversario della morte (fino al 5 novembre all’Auditorium Parco della Musica).
L’esposizione è stata ideata dai due premi Oscar Francesca Loschiavo e Dante Ferretti (quest’ultimo collaborò con Pasolini dal 1969 al 1975): una nuvola che nasce dalla macchina da scrivere, un fiume di parole, locandine dei film, foto di scena, rare sequenze d’archivio in un itinerario scandito da undici schermi, che va a concludersi in un ampio spazio scarno ed essenziale dove troneggia malinconicamente l’Alfetta, l’ultima macchina appartenuta al regista. Obiettivo della mostra è condensare in maniera sincronica la poetica pasoliniana; una poetica in cui il corpo è centrale, passando dalla descrizione della sessualità ambigua ed estrema, che è intimamente legata alla poesia e profondamente attraversata dalla dimensione del Sacro, alla riscoperta materica del dialetto come espressione popolare della vita delle borgate, luogo in cui il regista vedeva l’immanenza del pre-storico.
Affisse su un lampadario le parole di Le ceneri di Gramsci, la sua celebre composizione dedicata all’autore di I Quaderni dal carcere: la riproduzione permette di riconoscere le correzioni a mano dello stesso Pasolini. Una mostra importante dedicata a un intellettuale che come pochi altri ha saputo leggere il presente, il passato e il futuro del nostro Paese e che proprio a Roma ha dedicato alcune tra le sue pagine e inquadrature più belle e suggestive. L’amministrazione comunale capitolina sta per realizzare il progetto di un museo permanente dedicato alla figura di Pasolini (all’Idroscalo), e ciò va a dimostrare quato radicalmente sia cambiato l’atteggiamento della destra nei suoi confronti nel corso dei decenni, una rivalutazione dalle molteplici implicazioni culturali, che merita una riflessione profonda.
Tra le tante iniziative (soprattutto proiezioni di materiale raro o inedito), il Fondo Pasolini organizzò qualche anno fa a Bologna una singolare mostra – con relativo catalogo – che raccoglieva tutti gli articoli e le foto pubblicate dalla stampa di destra su Pasolini, dai suoi esordi fino alla morte. L’operazione aveva un fine ben preciso: contrastare l’appropriazione da destra dell’ultimo Pasolini, quello più eretico e corsaro, sempre più tradizionalista e sempre più lontano dall’ortodossia del Pci, anche se continuò ostinatamente fino alla fine a invitare a votarlo.
Tutto era iniziato verso la fine del 1988 quando Lodovico Pace, poeta del movimento “Vertex” (oggi esponente del Pdl), organizzò in una sezione romana del Msi un incontro su “Pasolini visto da destra”. L’evento provocò una bufera mediatica, anche se in realtà era da qualche anno che la cultura di destra aveva percepito qualcosa di “suo” nel Pasolini corsaro, critico della rivoluzione “intraborghese” del ’68, avversario del divorzio e dell’aborto, e innamorato delle tradizioni popolari. Nel 1986 erano infatti usciti Noi rivoluzionari di Adalberto Baldoni e Mostri degli anni Ottanta di Stenio Solinas, con capitoli dedicati a queste sue prese di posizione. Negli anni Novanta poi Marcello Veneziani tornò varie volte sull’argomento, arrivando addirittura a definire Pasolini «estraneo alla cultura di sinistra»; ciò ovviamente suscitò la sdegnata reazione dello stato maggiore della cultura di sinistra (Cerami e Siciliano tra gli altri). Tale attrazione della destra per Pasolini risulta a tutt’oggi assai interessante perché pone in risalto l’insanabile contraddizione che da decenni pervade quell’ambiente: l’impossibile aspirazione a tenere insieme tradizionalismo, valori conservatori e permissivismo liberista, l’assurda pretesa di conciliare le idee di Margaret Thatcher e di Ezra Pound.
In tutto ciò, gli intellettuali di destra non potevano che credere (retrospettivamente) che il Pasolini dell’ultimo periodo si stesse in qualche modo rivolgendo a loro. Il recente libro di Adalberto Baldoni e Gianni Borgna Una lunga incomprensione (Vallecchi) documenta adeguatamente questo processo. Nonostante i partigiani gli avessero ucciso il fratello, nonostante il partito lo avesse espulso da giovane per la sua omosessualità e nonostante fosse perfettamente cosciente di tutti i fallimenti del socialismo reale (magistrale in questo senso la tragedia in versi Bestia da stile, sulla rivolta di Praga del ’68), continuò a voler credere ostinatamente che il Pci era l’unica forza politica a difesa della classe lavoratrice, nonché il punto di riferimento degli intellettuali italiani. Comunque sia, molte delle sue idee sono passate e sono ormai patrimonio comune degli italiani: la difesa del paesaggio contro gli scempi urbanistici, la conservazione del patrimonio linguistico dialettale, la tutela delle tradizioni culturali locali. Il libro, almeno da parte di Baldoni, vuole quasi essere una sorta di riparazione per le critiche da parte della destra nei confronti del Pasolini vivente. Pregiudizi che nei decenni successivi si trasformarono, per molti, in ammirazione.

Il Secolo d’Italia

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