Dalla rassegna stampa Cinema

La bella Melancholia

Opera del tormentato cineasta Lars Von Trier penalizzato a Cannes è coinvolgente e catartico

Quella incisa da Albert Durer nel 1514, è un’alata immagine femminile dai chiari capelli sciolti, che siede con lo sguardo perso nel vuoto: sullo sfondo, nel cielo illuminato, spicca il suo nome, Melencolia. Impersonata da Kirsten Dunst, la Melancholia / autoritratto del tormentato cineasta danese Lars Von Trier è altrettanto bella, bionda e tristemente chiusa in se stessa. Ma il suo vuoto di valori non è rappresentato, come nella stampa cinquecentesca, da inutilizzati strumenti di scienza e alchimia; bensì dal rituale di un ricevimento di nozze che si svolge nella romantica cornice di in castello svedese. Nel primo capitolo a lei intitolato la neo sposa Justine approda radiosa alla festa, però nel corso della serata viene risucchiata nel buco nero di un’infelicità, che nasce come gesto di rifiuto della cinica, futile società borghese intorno a lei.

A questo punto entriamo nel capitolo dedicato a Claire (Charlotte Gainsbourg), l’assennata sorella che si preoccupa di assistere Justine malata nell’anima, mentre nel cielo si materializza allarmante la presenza di uno sconosciuto pianeta, Melancholia, che gli esperti giurano non colliderà con la Terra. Ma intanto l’astro è sempre più grande e vicino. Claire è sopraffatta dal terrore, Justine, no. Lei sa che la scienza è vana, sa che ogni cosa è destinata a perire.

Von Trier non teme di farci sapere da subito come andrà a finire. All’inizio del film, sulle note dell’Ouverture di Tristano e Isotta, un prologo ha preannunciato l’evento apocalittico in un susseguirsi di immagini di metafisica suggestione. Cosicché lo spettatore, già edotto, può abbandonarsi dentro il vortice di una conflagrazione cosmica vissuta (mai si era visto!) con struggente intimismo dal punto di vista di un minuscolo nucleo familiare (le due sorelle più il figlio di Claire). Come qualcuno ricorderà Melancholia è stato penalizzato a Cannes per le discutibili affermazioni di un regista sofferente, per l’appunto, di depressione. Lontano dalle polemiche resta la qualità assoluta di un’opera che – senza spiegazioni e psicologismi – ricompone i fantasmi interni dell’autore in una visione di misteriosa bellezza iconica, conferendogli una valenza simbolica e catartica che non può non coinvolgerci tutti.

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