Dalla rassegna stampa Media

Resoconto della giornata di studio su 'Omosessualità e media'

La giornata di studio su “Omosessualità e media”, che si è tenuta mercoledì scorso presso l’Università di Tor Vergata, è stata molto interessante ed era articolata in due momenti: la mattina con gli interventi ed il pomeriggio in cui si svolgeva una tavola rotonda.

Oltre a noi di DGP, erano presenti diversi esponenti delle associazioni lgbt: Mario Mieli, Agedo, Famiglie Arcobaleno, Certi Diritti, Rete Lenford.

La mattina venivano presentati i risultati del “Corso di educazione alle differenze affettive e sessuali” finanziato dalla Provincia di Roma. Il concorso è stato realizzato dal CIRPS Consortium della Sapienza e dal Dipartimento di Ricerche Filosofiche di Tor Vergata. Si è articolato in un corso universitario a cui sono seguiti 3 mesi di tirocinio presso alcune associazioni lgbt (Rete Lenford, Famiglie Arcobaleno, Mario Miei e altre). Da un totale di 58 richiedenti, ne sono stati selezionati 15 che hanno seguito il corso e svolto il tirocinio. I risultati prodotti sono stati:

1. la proposta di un Laboratorio sull’Omogenitorialità, un progetto realizzato dalle ragazze che hanno svolto il tirocinio presso Famiglie Arcobaleno. Il Laboratorio avrebbe una durata di 7 mesi e riguarderebbe bambini delle scuole elementari, dai 6 agli 11 anni. Si articolerebbe in 3 fasi: la prima fatta di incontri riservati ai genitori ed agli insegnanti, la seconda dedicata ad appositi laboratori creativi per i ragazzi e la terza di sintesi generale del percorso svolto. Il progetto verrà presentato, per essere svolto in via sperimentale, presso le scuole elementari di Valmontone nelle quali opera il CIRPS Consortium.

2. la creazione dell’Osservatorio Media ed Omosessualità (OMO), per monitorare le informazioni che passano sui media sulla realtà lgbt.

3. l’istituzione della prima edizione del premio “Penna Arcobaleno”, da attribuire ai giornalisti che si sono distinti per la competenza e la professionalità con la quale hanno parlato della realtà gay, lesbica e trans.
Il premio è stato realizzato seguendo specifici criteri di valutazione. Si è scelto un arco temporale di un anno (il 2010), i giornali con tiratura superiore alle 100.000 copie e si sono scartati giornali o rubriche che trattano esplicitamente il tema dell’omosessualità (come la rubrica della Vaccarello su L’Unità). Sono stati analizzati in tutto 327 articoli attraverso l’uso di 5 parole chiave: gay, lesbica, lgbt, omosessuale ed omosessualità. Sono stati impiegati 5 criteri di valutazione giudicati su una scala da 1 a 5 e riportati nel PDF allegato.
Questi i vincitori:
3° Michele Ainis “I gay e la legge che non c’è”, La Stampa, 23-03-10
2° Sasha Carnevali “Happy Gays”, Il Sole 24 Ore, 23-06-2010
1° Chiara Beghelli “Il primato del mid-term: mai così tanti gay e lesbiche in cariche pubbliche negli Stati Uniti”, Il Sole 24 Ore, 05-11-2010
Nel file PDF in allegato trovate anche le motivazioni.

Da sottolineare alcuni dati interessanti:
– gli articoli sulle tematiche lgbt riguardano per il 19.16% la politica, per il 12.31% l’estero, per l’11.68% le questioni sociali, per l’11.21% la religione e via via a diminuire fino ad arrivare allo 0.6% per lo sport ed allo 0.2% per l’economia e la finanza
– le parole “coming out” ed “outing” continuano ad essere confuse. Si utilizza “coming out” in modo non pertinente nel 15% dei casi e la parola “outing” in modo non pertinente nel 92% dei casi
– nei titoli dei giornali la parola più utilizzata resta “gay” (187 volte) seguita da “omosessuale” (69), “omosessualità” (39), “lesbica” (9), “lgbt” (1) anche se spesso il termine “gay” viene utilizzato con riferimento anche al mondo lesbico.

Nel resto della mattinata i ragazzi che hanno effettuato i tirocini presso Rete Lenford, Mario Mieli e Famiglie Arcobaleno hanno presentato i loro lavori. Si è trattato per lo più di lavoro di archiviazione e catalogazione di notizie apparse sui siti (nel caso della Rete Lenford), delle mail scambiate fra i soci dell’associazione (nel caso di Famiglie Arcobaleno) e di articoli e materiale storico (nel caso del Mario Mieli).

Infine è stato molto interessante l’intervento di Francesco Gnerre. Gnerre, che è stato il primo in Italia a tenere dei corsi sul tema dell’omosessualità nelle università, ha parlato dell’importanza delle parole e della rappresentazione dell’omosessualità dal momento che, nell’immaginario collettivo, la prima rappresentazione che un ragazzo che si scopre gay/lesbica ha di sé è un’offesa, un marchio infamante. Per questo è importante fin dalle scuole veicolare un’immagine nuova, diversa e propositiva per spiegare ai bambini fin da piccoli che esistono varie forme di amore e famiglia. Ha sottolineato come in America sia molto di moda un genere letterario che racconta il mondo gay dalle prime esperienze, il coming out, l’adolescenza, il rapporto con la famiglia, un po’ sulla scia inaugurata dalla trilogia di Alex Sanchez. L’Italia è ancora indietro, sia da un punto di vista politico che, soprattutto, culturale. Altrove si può essere gay e sindaco di una grande città, o vice cancelliere o addirittura premier, mentre in Italia l’omosessualità è ancora percepita come qualcosa che a livello pubblico fa perdere credibilità. A proposito dell’importanza delle parole, senza alcuna forma di critica politica, Gnerre sottolineava come la Carfagna abbia definito “infamante” la lista dei politici gay pubblicata da Mancuso: un ennesimo esempio di quanto le parole siano importanti nella definizione dell’immagine di poca normalità attribuita ai gay.

Nel pomeriggio si è svolta la tavola rotonda, con i seguenti interventi:
– Andrea Pini (direttore di Pride)
– Enrico Salvatori (RAI)
– Massimiliano Monna (Unar, presso il ministero per le pari opportunità)
– Gabriella Romano (documentarista)
– Vittorio Lingiardi (Università La Sapienza)
– Luca Formenton (direttore de “Il Saggiatore”)
– Giovanni Anversa (RAI)
– Alessandro Baracchini ( RAI News)
– Marco Fratoddi ( La nuova ecologia)
– Tommaso Giartosio (scrittore)
– Gianni Betto (centro ascolto informazione radiotelevisiva)
– Marco Bruno (dipartimento di comunicazione e ricerca sociale, La Sapienza)

Ecco una breve sintesi degli interventi:

Andrea Pini, direttore di Pride.
Analizza il rapporto tra omosessualità e giornali. Fino agli anni 1950, di omosessualità non si parla, è un argomento tabù.
Se non vengono adottate delle leggi contro gli omosessuali, vengono comunque attuati dei comportamenti spregevoli da parte delle istituzioni, in particolare attraverso le schedature fatte dalla Polizia su ordine delle Questure, che portano a sviluppare comportamenti persecutori nei confronti degli schedati.
Negli anni 1970, inizia il periodo delle inchieste giornalistiche per svelare la vita dei gay, i modi di incontro, i luoghi di vita, ecc… Tutte gli articoli sono relegati alle ultime pagine dei quotidiani, gli articoli hanno carattere negativo.
Nel 1971 nasce la prima rivista omosessuale a carattere positivo “Fuori”.
Nel 1975 l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, ribalta la situazione, la questione gay è sulle prime pagine di tutti i giornali; viene sottolineato il rapporto: omosessualità/malattia, disagio sociale.
Attualmente, si nota una certa omofobia giornalistica, che si può rintracciare dall’analisi delle parole, dalla scrittura di cattive notizie che riguardano la comunità lgbt, dalle omissioni di significato che renderebbero gli articoli giornalistici a carattere positivo e non negativo..

Enrico Salvatori, RAI.
Nel 1960 i cinegiornali, che venivano proiettati una volta alla settimana, principalmente nei cinema, parlano dell’omosessualità in termini rigorosamente dileggiatori.
La RAI fino al 1975 è filo governativa, quindi non si può parlare di omosessualità, per evitare di turbare le famiglie che seguono la televisione nella sua opera di alfabetizzazione di massa.
Nella RAI solo Don Lurio è chiaramente intuibile come omosessuale, tuttavia nonostante la chiara percezione che i telespettatori hanno di lui la sua vita privata rimane tabù.
Solo nel 1997 Don Lurio dichiarerà in RAI la sua omosessualità.

Massimiliano Monnanni, UNAR presso il ministero per le Pari Opportunità.
L’UNAR si occupa di verificare tutte le situazioni di discriminazione che sono presenti su radio, televisioni, pubblicità, su giornali, ecc.
Accertata la violazione inizia un procedimento di indagine da parte del ministero delle Pari Opportunità che può bloccare la messa in onda di quanto è ritenuto discriminatorio.

Gabriella Romano, documentarista free landers.
Oggi la maggior parte dei documentari sono realizzati sui modelli dei Talk Show, per fare un esempio pensiamo a Piero Angela, prima prepara lo spettatore al fenomeno, solleticando la sua curiosità, la sua bramosia di sapere, poi fa vedere il servizio, sottolineando una sorta di spinta voyeuristica del telespettatore.
Anche i gay e le lesbiche oggi, o sono presenti nei Talk Show, o non esistono nelle altre realtà dei mass media.
Gli stessi documentari che trattano la comunità lgbt vengono filtrati, non sono mai puri, come invece esigerebbe il vero documentario; la ragione di questa opera di filtro serve per dare un messaggio rassicurante all’editore.
In tutti i documentari a carattere gay e lesbico gli intervistati parlano solo di questioni attinenti ai gay ed alle lesbiche, al matrimonio, ai figli, al comini out, mai che si parlasse di colori politici, di economia, di ecologia, ecc.
Dove si esauriscono i temi di gossip con i gay, i documentari vanno a parlare dei personaggi che possono essere reinterpretati in chiave gay, come è stato fatto con la Raffaella Carrà.

Vittorio Lingiardi, La Sapienza facoltà di Medicina, Scienze Psicologiche e Psichiatriche.
Per la comunità Lgbt, si pone un problema di questione linguistica.
Infatti la visibilità dei fenomeni, di qualsiasi natura essi siano, è strettamente dipendente dal come se ne parla. Da qui l’importanza della linguistica.
Le parole fanno comparire e fanno scomparire; per questo i media sono così importanti per qualsiasi fenomeno di cui si voglia dare conoscenza.
Studio del Minority Stress: quella situazione di piccolo e continuo stress quotidiano che, portato avanti negli anni, genera delle patologie psicologiche serie; si pensi a chi tiene nascosta la propria omosessualità nell’ambiente lavorativo, con il passare degli anni l’accumularsi di questa tensione psicologica sfocerà in una malattia, o in delle crisi di panico, o in delle agorafobie.

Luca Formenton, direttore de “Il Saggiatore”.
I libri nella multimedialità.
I mass media più diffusi hanno la caratteristica di influenzare la memoria delle persone.
Pensiamo alla televisione, ai telegiornali, che ci fanno dimenticare delle informazioni perché, concentrandosi più su delle altre, determinano uno sviamento del nostro stato di interesse.
Il libro è un rimedio a questa degenerazione, perché è in grado di ripristinare la verità.
La difficoltà del libro sta nell’editoria, infatti se il piccolo editore non avrà problemi morali a pubblicare dei libri che trattano di verità “scottanti”, avrà problemi di carattere economico, questo perché i libri si vendono poco e richiedono una forte capacità di investimento. Per cui si deve avere la certezza che ad un notevole investimento corrisponda un notevole profitto economico.
Il grande editore, che si può permettere di pubblicare senza eccessivi rischi di perdite finanziarie, ha dei freni morali molto forti, spesso vive in un conflitto di interessi che non gli consentirà di far pubblicare i libri più “veritieri”.

Giovanni Anversa, RAI.
Se il servizio pubblico è fatto bene, senza vincoli, si avranno degli ottimi risultati sia in campo giornalistico che documentaristico.
Nonostante il servizio pubblico sia malmesso rimane, in alcuni casi, un centro di eccellenza.
All’interno della RAI è stato fatto un grande lavoro di sensibilizzazione a favore della comunità lgbt. Si pensi alla presenza di persone omosessuali in ogni fiction prodotta per la RAI.
L’unica cosa di cui si dovrebbe occupare ora la RAI è la ricomposizione della grande frammentazione interna.

Alessandro Baracchini, RAI News.
Gay militante, ritiene che quando si deve fare una critica soprattutto ai giornalisti, questa vada fatta sempre in modo critico, infatti i giornalisti conoscono poco la realtà lgbt, quindi se sbagliano non vanno crocifissi, ma aiutati.
I gay sono nominati troppo e troppo male, anche Vendola, quando balzò agli onori della cronaca per essere stato eletto a governatore della Puglia, venne notato non per lo splendido programma elettorale che aveva presentato, ma per l’orecchino che indossava.
Problema delle donne che non si intervistano mai.
Il fatto è che i giornalisti sono troppo fissati con l’audience.

Marco Fratoddi, La nuova Ecologia.
Gli ecologisti parlavano dei rischi concreti determinati da uno sfruttamento eccessivo del territorio, prima che i mass media ne portassero tutti a conoscenza.
Il fatto è che i Media sono interessati all’ecologia solo quando si verificano delle catastrofi, perché quelle fanno notizia.
Questo modo di far conoscere la realtà funziona, ma solo per un primo periodo, poi non vale più. E’ più facile entrare in una vicenda cruenta e drammatica, che non formare un sapere cosciente.
Gay ed ecologisti stanno facendo molto per la società, dando un messaggio migliore di quello dei mass media.

Tommaso Gertosio, scrittore.
Si parla troppo o troppo poco di comunità lgbt.
Spesso il dubbio è come agganciare lo stereotipo al servizio giornalistico o al dibattito nei talk show.
Si conosce troppo l’omosessualità e poco l’omofobia.
Spesso nei dibattiti si cerca troppo il contraddittorio, che poi diventa uno scambio di opinioni becero, mentre si dà poco ascolto ai professionisti del settore psicologico, educativo, ecc.
Pensiamo al tema dell’omogenitorialità, per stabilire se i gay possono adottare o no non serve il bene placito di una folla televisiva modello “Amici”, ma basta il parere di un paio di esperti nel settore educativo.
Nelle questioni lgbt c’è troppa presenza di contraddittorio.

Marco Bruno, La Sapienza, dipartimento ricerca sociale e comunicazione.
Si monitorano le minoranze presenti su RAI, Mediaset, La7, e sui canali radio Rai.
Le minoranze riguardano le situazioni di: omosessualità, marginalità, emigrazione, ecc.
Sono oggetto di valutazione 1200 giornali cartacei ogni mese, 168 ore di televisione e 154 ore di radio trasmissione.
A queste minoranze si fa riferimento soprattutto per il tema della cronaca giudiziaria e nera. Ciò non deve essere considerato come un fatto deteriore per la comunità lgbt.
Il problema non è del tempo dedicato a queste notizie, ma il tipo di ascoltatore a cui arriva la notizia, che cambia a seconda delle fasce di orario che sono analizzate.
Queste minoranze sono così determinate a causa del severo campo di ricerca in cui si va ad operare, che non ammette confusioni di criteri.
Lo stereotipo tende sempre ad essere ripetuto dal giornalista, perché la costanza e la prevedibilità che ingenera nello spettatore gli dà sicurezza.
Si pensi inoltre alla confusione tra sostantivi e aggettivi, che produce un ulteriore distorcimento della realtà.

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