Dalla rassegna stampa Cinema

"Love story" oggi col tocco di Van Sant

In “Restless” ancora una storia di ragazzi Straordinari Mia Wasikowska e Henry Hopper – Lei è malata, lui un giovane disadattato: troveranno insieme il modo di affrontare la fine inevitabile

Lei deve morire, lui è bello e innamorato. Su questo soggetto, uguale a “Love Story”, un paio di generazioni si sono straziate al cinema. Ma le analogie fra Restless di Gus Van Sant, tradotto a spanne “L´amore che resta”, e il celebre polpettone lacrimogeno di quarant´anni fa, diretto da Arthur Hiller, con la leggendaria coppia di protagonisti, Ryan O´Neil e Ali McGraw, si ferma qui. Altro è il tocco e l´intenzione dell´autore, le atmosfere, i dialoghi.
Sotto il cielo lattiginoso di Portland nell´Oregon, set di tanti suoi film, dall´esordio di “Mala Noche” a “Paranoid Park”, stavolta Van Sant non mette in scena bande di adolescenti disturbati, ma una gentile, dolcissima coppia di ragazzi. Lei, Annabel (Mia Wasikowska), sa di dover morire per un cancro al cervello e oscilla fra la ribellione e l´accettazione del destino. Come la McGraw, eroina di “Love Story”, amava Mozart e i Beatles, così la Annabel di Wasikowska adora Darwin e gli animali. Lui, Enoch (Henry Hopper), è un giovane depresso, orfano dei genitori persi in un incidente, che passa le giornate conversando con un amico immaginario, Hiroshi (Ryo Kase), pilota dell´aviazione giapponese morto durante la seconda guerra mondiale.
I due si conoscono a uno dei funerali dove Enoch s´infila fingendo di essere un parente. Annabel lo scopre perché è rigorosamente vestito a lutto, l´unico. «Ormai la gente ai funerali preferisce colori vivaci», osserva la ragazza. Nel cinema di Van Sant, come nei racconti del grande Carver, il senso più profondo si nasconde in questi dialoghi all´apparenza anodini. La rimozione della morte, perfino attraverso l´abito da indossare a un funerale, è uno dei tratti più inquietanti della società contemporanea e il vero tema di Restless. Ed è come se cancellando il pensiero della morte, si mettesse la sordina a tutti i sentimenti della vita, a cominciare dall´amore.
Enoch e Annabel decidono invece di andare a fondo, di abbandonarsi e vivere ogni giorno, ogni ora di un amore senza futuro, fatto di parole, gesti, momenti, giornate al parco strappate all´inesorabile corso del tempo. Sotto lo sguardo dell´amorevole zia di Enoch, Jane Adams, che lo ha accolto dopo la morte dei genitori, della devota sorella maggiore di Annabel, Schuyler Fisk, e del bizzarro soldato giapponese. Si piange, ma si ride anche, grazie all´ironia tenera di Annabel, allo spaesamento a tratti goffo di Enoch, alla paradossale saggezza del kamikaze che dispensa consigli al giovane amico.
Gus Van Sant si conferma un grande direttore di giovani attori. Qui ha la fortuna d´incrociare il talento enorme di due ragazzi ben avviati a collezionare Oscar nel prossimo futuro. Mia Wasikowska è già famosa per la splendida recitazione in “Alice in Wonderland” e “I ragazzi stanno bene”, dov´era la figlia della coppia lesbica. La sorpresa è semmai Henry Hopper, figlio del regista e attore Dennis scomparso l´anno scorso. Degno figlio, bisogna dire, perché la parte di Enoch è la più difficile, carica di ambivalenze. E´ lui il vero protagonista, il personaggio che cambia durante la storia, dalla nevrotica irresolutezza del principio alla durissima, adulta consapevolezza finale.
Il film, presentato nelle rassegne collaterali all´ultimo Cannes, con grande successo di pubblico, avrebbe di sicuro meritato il concorso e forse qualche premio. Anche se forse non ha la potenza e la compiutezza dei capolavori di Van Sant, da “Elephant” a “Milk”. Chi ha vissuto da vicino storie come quella raccontata in “L´amore che resta” può rimanere perplesso di fronte all´eccesso di garbo con il quale la regia nasconde agli occhi dello spettatore gli aspetti più crudeli di queste tragedie. A parte la rabbia della sorella di Annabel, il tormento e la ribellione di Enoch, tutto scivola in maniera fin troppo lieve e poetica. Una malattia mortale che colpisce una giovane vita, mina il corpo e la mente e infine la condanna senza speranza, è purtroppo nella realtà uno strazio assai più intollerabile di quanto non appaia nel film il sereno congedo di Annabel. Ma a parte questo, non si può non essere toccati ancora una volta dalla sensibilità di Van Sant, dalla straordinaria naturalezza con la quale punta la camera nell´anima dei suoi personaggi e delle storie che vuole raccontare.

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