Dalla rassegna stampa Libri

"La parte migliore degli uomini", ritratto spietato degli anni '80

… vibrante e inatteso primo romanzo di Tristan Garcia, trentenne scrittore di Tolosa al suo convincente esordio…

La cornice è di un tempo vicino ed esatto, ed esattamente quattro sono le voci che vi si muovono dentro. Come un intenso diario collettivo, come il ritratto scavato e forte dell’hic et nunc di una società, «La parte migliore degli uomini» (Guanda, 308 pag., 18 euro), è il vibrante e inatteso primo romanzo di Tristan Garcia, trentenne scrittore di Tolosa al suo convincente esordio.
Decisamente affascinante la costruzione della pagina (lo stile diretto, il sapore dei giorni), il libro ricostruisce, in un continuo gioco col passato, un poker di vite, di vicende, di amori, attraverso i ricordi di Elizabeth Levallois: giornalista di Liberation, studentessa degli anni Ottanta, amica, confidente e amante, degli altri tre protagonisti del romanzo.
Un professore affermato (Jean Michele Leibowitz) e intellettualmente impegnato, un bel ragazzo di provincia (Willie Miller) e Dominique Rossi, protagonista della vita notturna parigina e fondatore di un’associazione di attivisti omosessuali, con il quale farà coppia fissa.
Una certa idea di libertà, dunque, di libera (omo)sessualità, che in quello stralcio di tempo che chiude gli anni Ottanta, si scontra con una questione grande, con quel baratro di incognite che si apre all’affacciarsi al mondo, e in particolare sul loro mondo, dell’AIDS.
La paura improvvisa, l’incertezza improvvisa, la morte lenta e brutale di tanti amici alla quale i protagonisti del libro assistono sopraffatti e inermi, sconvolge tempo e modi del loro amore. Le loro vite.
«Sai, tutto, quella gioia, la comunità, il sesso, la danza, la politica, quel gusto che ti resta… – ricorda Dominique con Elizabeth – Avevamo l’impressione di essere la parte buona di quel tempo, gli etero, gli estremisti, gli intellettuali, le donne, tutti erano troppo tristi, in quegli anni, non c’era nulla che li unisse».
Nulla, se non il ritratto impietoso di un momento («gli anni Ottanta furono orribili per ogni forma di spirito o di cultura»), che emerge comunque accanto alla loro storia. Puntuale come lo spartiacque della malattia. Un muro innalzato tra i ricordi e la voglia di non sapere; e quel bollettino di guerra (dilagante, etero) poco ascoltato anche oggi: «La fregatura, la nostra fregatura. Maledetti, per niente. Una funzione, una disfunzione. E il virus. E la tua vita che se ne va».

La parte migliore degli uomini – Guanda, pag. 308, 18,00

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