Dalla rassegna stampa Televisione

Confessione report e i gay uccisi in Iran

… ci vuole coraggio a proporre in tv, all’interno dell’ottimo programma condotto da Stella Pende, un tema tanto scabroso finora infilato soltanto in qualche festival cinematografico di nicchia. Il secondo è che questo reportage, “Angeli nel braccio della morte” firmato da Alessandro …

La death list, l’elenco della morte strozza il cuore, a piccoli nodi vigliacchi. Ayaz Marhoni, 17 anni, giustiziato il 19 giugno 2005; Mahrud Ascar, 16 anni giustiziato il 19 luglio 2005; Delara Darabi (bellissima nel suo velo), 17 anni, giustiziata l’1 maggio 2005…
Mentre a “Confessione Reporter” (Martedì Italiauno, seconda serata) scorrono i nomi e le immagini agghiaccianti dei ragazzi impiccati ogni anno in Iran e Afghanistan per il fatto di essere -o solo per essere sospettati di essere- omosessuali; mentre lo stomaco si ribella e l’imbarazzo ci fa deglutire qualsiasi idea di civiltà, be’ ci affiorano due pensieri. Il primo è che ci vuole coraggio a proporre in tv, all’interno dell’ottimo programma condotto da Stella Pende, un tema tanto scabroso finora infilato soltanto in qualche festival cinematografico di nicchia. Il secondo è che questo reportage, “Angeli nel braccio della morte” firmato da Alessandro Golinelli è uno di quegli eventi che ogni tot ci scuote dal torpore ideologico e ridimensiona la nostra idea di giornalismo: «sono immagini dolorose a agghiaccianti ma il giornalismo è anche dar voce ai perseguitati che non ce l’hanno», commenta Pende davanti alla telecamera. E ha ragione da vendere.

La denuncia di più di 143 ragazzi – molti minorenni – torturati e impiccati dai regimi islamici per “reati” legati al sesso nasce dalla fatalità. Navigando sul web Golinelli scopre il caso Ebrahim Hamidi giovane iraniano oggi 21 anni “contemned to stoning”, condannato alla lapidazione per ben tre volte. Denunciato perché durante una rissa avrebbe tentato di violentare il rivale. Ebrahim, tra l’altro non è neanche gay; e l’unica prova dell’accusa sarebbe il fatto che l’accusatore aveva “i calzoni slacciati 20 centimetri sotto la cintura”. Non ci sono commenti. Il racconto scorre sgranato, incalzante su testimonianze di Amnesty International, lapidazioni autentiche estratte da Youtube e scene d’odio cocente, urticanti alla vista.

Dopodichè Pende passa ad occuparsi dello Giappone del post Tsumani, una tragedia che convive tuttora con un popolo ma da noi presto dimenticata. Prima aveva raccontato di storie di due donne prive di gambe ma in grado “di volare” sulla loro determinazione. Una tivvù al servizio davvero della notizia.

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