Dalla rassegna stampa Cinema

La coppia di Gus Van Sant: non parlate di melodramma

Debutto di Henry Hopper in una storia d’amore e morte – LE STELLE DI MEREGHETTI

CANNES— Henry Hopper, il figlio ventenne del compianto regista, artista, fotografo, attore Dennis Hopper, scomparso proprio un anno fa, il 17 maggio, non ha dubbi sul film del quale è protagonista: «Restless di Gus Van Sant non è uno scontato melodramma d’amore, ma è in primis un racconto pacifista e poi un ritratto profondo del sentimento dell’amore, non solo quello dei giovani, ma della vita» . Con pudore, il ragazzo, che vive nel distretto più alternativo e artistico di Los Angeles dove sino alla morte suo padre ha abitato e si è spento nella casa che tanto amava disegnata da Frank Gehry, piena di opere d’arte, non sottolinea che il film, girato quasi per intero nell’Oregon e a Portland dove abita Gus, è dedicato a suo padre. Lo si legge solo nell’ultimissima didascalia, dopo tutti i titoli di coda e le ultime note della colonna sonora originale del grande Danny Elfman. Sorride proprio come il padre Henry dicendo: «Però ci sono tante canzoni bellissime, anche una di John Lennon e Paul McCartney e “restless”, inquieto, è una parola, un aggettivo, che spesso Bob Dylan ha usato nei suoi più bei motivi» . Alla vigilia in America del suo debutto televisivo per un impegno come regista della puntata pilota della mini serie «Boss» su un machiavellico caso politico di corrotto potere a Chicago, Gus Van Sant rimanda di un giorno la conferenza a Cannes per Restless, che ha aperto la selezione di Un certain regard, e oggi avrà intorno a sé i due giovani protagonisti, Mia Wasikowska ed Henry. Gus ammirava Dennis Hopper come artista, non solo come regista di Easy Rider e camaleontico attore (e non mancava mai a una sua mostra), ma ha fatto una regolare audizione a Henry prima di scegliere per il film un ragazzo che ora ha una carriera di fronte da aggiungere a quella di provetto fotografo e artista, visto che ha già esposto le sue opere nelle gallerie californiane. Da mesi in America si parla di questo film come antidoto alle più sciocche, demenziali o scollacciate commedie adolescenziali grazie alla sua storia di due ragazzi innamorati e diversi perché lui, Enoch, è orfano e ha come amico immaginario un kamikaze giapponese e lei, Annabel, è nella fase terminale di un cancro. Se ne parla non solo per questo motivo: il film sarà distribuito dalla Sony Classic dopo essere stato prodotto dai pluri-oscarizzati Brian Grazer e Ron Howard con l’aiuto di Bryce Dallas Howard, figlia di Ron, che si era innamorata del copione del giovane Jason Lew. Nessuno aveva avuto dubbi sulla scelta del regista: Gus è uno dei più liberi, creativi registi e il mondo dei giovani e delle loro eterne inquietudini ha sempre trovato in lui un autore ipersensibile e forte al tempo stesso, capace di rimandare ogni vitalità, ribellione e melanconia della «malattia» , come spesso dice Gus, della giovinezza. Il film ha riconfermato oltreoceano, con un osanna, la bravura straordinaria e l’intelligenza rara e ricca di sfumature espressive di Mia e la prima prova del ventenne Henry, che con gli abiti eleganti e apparentemente «funky» di Enoch (come quelli di Mia/Annabel saranno subito imitati da tanti giovani) ci parla anche dei bombardamenti su Nagasaki. Dice Henry: «La lettera d’amore ai suoi cari di quell’amico immaginario giapponese, che aveva pilotato aerei e aveva lasciato la famiglia per andare in guerra, è una delle cose più belle che io, lettore accanito, abbia mai letto» . Gus ha sempre detto di questo film: «E’ un racconto intimo, delicato e duro perché Enoch è rimasto in coma dopo l’incidente dei genitori; Annabel sa che morirà, ma è piena di vita, una creatura solare. Entrambi conoscono il distacco dalla vita» . In Usa hanno già scritto che Enoch e Annabel sono i due volti della speranza di un Paese che sembra aver perso troppo prospettive anche per i suoi giovani.

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IL MALESSERE DELL’ADOLESCENZA

di PAOLO MEREGHETTI

Un tema molto simile coniugato in due stili opposti. Per inaugurare il Concorso, Cannes ha scelto i film di due donne, Sleeping Beauty dell’esordiente australiana Julia Leigh e We Need to Talk About Kevin della scozzese Lynne Ramsay, di cui si era visto in Italia il notevole Ratcatcher. In entrambi i film c’è un adolescente poco o niente in sintonia con il mondo che lo circonda. L’australiana Lucy (una eburnea Emily Browning) sembra accettare tutto quello che le viene proposto, dal fare la cavia per prove di laboratorio a offrire il proprio corpo alle voglie degli uomini: tutto le scivola addosso senza lasciare traccia apparente, in un percorso di accettazioni sempre più passive (non è un caso se accetta di farsi narcotizzare per soddisfare certi strani clienti), che la Leigh racconta con altrettanta freddezza e distanza. Ma finendo anche per cancellare ogni psicologia e ogni possibile spiegazione, contenta (lei ma molto meno il pubblico) di registrare una discesa dentro un inferno senza fiamme o diavoli. La Ramsay, invece, sceglie un approccio opposto: saltando avanti e indietro nel tempo, tiene lo spettatore sulla corda prima di svelare come il figlio Kevin (Ezra Miller) ha rovinato la vita alla madre Eva (la sempre ottima Tilda Swinton). Qui la regista non ha paura di colpire basso, arrestando l’azione per aumentare la sensazione che qualche cosa incombe e stravolgendo un tema non banale (la «difficoltà» dell’amore tra madre e figlio) nel più prevedibile dei finali con tragedia. Grand’angoli, primissimi piani, colori «metaforici» (con il rosso sangue a fare la parte del leone), tutto serve ad aumentare l’angoscia e il malessere ma senza far sparire quella fastidiosa sensazione che tutto sia studiato a tavolino, per far colpo sul pubblico più sensibile (e sprovveduto). E vien da riflettere sulla pessima china di certo cinema d’autore, dove stile e tecnica non sono più al servizio di un’inedita visione del mondo ma servono solo a confondere le carte e lo spettatore. Chi non «bara» è invece Gus Van Sant, il cui Restless ha inaugurato (con scroscianti applausi finali) la sezione Un certain regard. L’idea del film è di Bryce Dallas Howard (e infatti produce la società del padre Ron) e la sceneggiatura di Jason Lew, eppure Van Sant riesce a fare totalmente propria la storia di due adolescenti ossessionati dalla morte, uno perché ha perso i genitori in un incidente che l’ha lasciato in coma per tre mesi, l’altra perché condannata da un cancro al cervello. Il tema non potrebbe essere più melodrammatico (ricordate Love Story?) eppure il regista riesce a trasmettere tutta la delicatezza e a volte anche la leggerezza che lo contraddistinguono non per banalizzare un tema così tragico ma piuttosto per raccontare il parallelo percorso di due adolescenti che dovranno scegliere tra la vita e la sua negazione. Grazie anche a due attori, l’esordiente Henry Hopper (figlio di Dennis) e Mia Wasikowska (l’Alice di Tim Burton), decisamente in stato di grazia.

LE STELLE DI MEREGHETTI

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