Dalla rassegna stampa Cinema

"I bambini della sua vita" e le sue molteplici chiavi interpretative. Intervista con il regista

…“I bambini della sua vita”, secondo lungometraggio di Peter Marcias, è un film di domande aperte, di Alice e di tutti noi. …

Gira, affannosa, bendata e semi nuda, per la stanza che un tempo le era familiare. Ruota, attorno a un asse immaginario di ricordi spezzati e parole non dette. Gira, Alice, ormai ventenne, e con lei la telecamera, a spalla per tutto il film, la segue, ne amplifica le ansie, espande la claustrofobia della sua gabbia ad occhi chiusi. Alice ha vent’anni e della sua vita solo frammenti: l’affetto morboso della nonna Rosaria che l’ha cresciuta e amata come una figlia; la distanza e volubilità della madre Silvia, tossicodipendente e prostituta; l’affetto di Julienne, le loro passeggiate insieme, la filastrocca francese che le cantava; l’aspro conflitto fra sua nonna e il ragazzo, le domande alle quali era sottoposta dalla donna dopo ogni loro incontro; l’insanabile mistero della madre e di suo padre, che non sa chi è, e vorrebbe saperlo. “I bambini della sua vita”, secondo lungometraggio di Peter Marcias, è un film di domande aperte, di Alice e di tutti noi. Lei, che da bambina ha subito un intervento chirurgico per riacquistare la nitidezza della vista, ora, a ventidue anni, si riappropria della casa della nonna, ereditata dopo la sua morte, e con essa, cerca anche di riacquistare “la nitidezza della vista” sul suo passato. Ad aiutarla non ci sarà la madre Silvia (Caterina Gramaglia), ormai in una casa di cura, stabile nella sua apatia cronica; ma lui, Julienne (ottima interpretazione di Julien Alluguette), il miglior amico gay della madre, l’unica figura maschile di cui lei abbia ricordi. Dal carcere nel quale è rinchiuso, al ritmo irregolare delle visite di Alice, Julien farà riemergere dalle ceneri del tempo “i pezzi perduti” del passato.

Girato in una Cagliari molto suggestiva, grigia e solitaria, “I bambini della sua vita” è un film mai scontato nelle sue scelte, stilistiche come drammaturgiche. Lo stesso uso dell’animazione che Marcias sceglie per alcuni tratti del film, rappresentazione del “mondo colorato” nel quale Alice si rifugia, è prova della costante ricerca da parte del regista di vie nuove per uscire fuori dai cliché. È la solitudine e il silenzio a farsi strada tra gli anfratti delle vie di una Cagliari, così poco cinematografica eppure così bella. Marcias, regista trentaquattrenne con una ricca carriera documentaristica, affronta molteplici temi nella sua opera: la droga; la prostituzione; l’incomunicabilità; l’omosessualità; la Chiesa; lo sfruttamento lavorativo; la famiglia. Li lascia scorrere sullo schermo, come fili sottili, sottotraccia. Il regista oristanese, che vive e lavora a Roma, con grande sforzo ­ data la scarsità di finanziamenti­ è riuscito a ultimare questo film, sostenuto da una troupe tecnica di ottimo livello: Osvaldo Desideri per la scenografia, ha fatto un ottimo lavoro; Romeo Scaccia ha scritto una colonna sonora molto interessante, dalla quale emerge con vigore l’ultima canzone di Gianluca Merolli, Piccolo, “è un bestiario di anime qui, né patrizi né plebei, ma pari non dispari”. Marco Porru, finalista al Calvino 2011 con “L’eredità dei corpi”, ne ha realizzato la sceneggiatura – non alla prima collaborazione con Marcias, con lui infatti ha realizzato anche il documentario “Ma la Spagna non era cattolica?”-, ha saputo scrivere una storia fatta di tante storie che si aprono, ma non si chiudono come il Calvino di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.

Il cast, che vanta attori del calibro di Piera degli Esposti, che ha vinto il premio come miglior attrice non protagonista al 12° Festival del Cinema Europeo, è ricco e variopinto, ma coerente nella sua diversità con la natura stessa del film. Infatti va da un’attrice giovanissima come Giulia Bellu, attrice isolana che interpreta Alice bambina con grande talento, a un attore ben noto come Nino Frassica, ingegnere capo di Julien; da Carla Buttarazzi, nota al pubblico per “I liceali”, Alice ventenne, a Giampaolo Loddo, attore isolano affermato, che avrà il ruolo muto ed evocativo dell’osservatore dalla finestra. Per non parlare di Julien Alluguette, giovane attore francese di teatro e cinema, scelto dal regista dopo averlo visto a teatro, ha saputo rendere il suo difficile personaggio di Julien ombroso e tenero quanto basta. Stupisce infatti come sia possibile che ancora non abbia ricevuto qualche premio per un ruolo che forse era il più complesso di tutto il film. Julienne infatti, è stata la chiave di lettura di tutta la narrazione. È gay, ma non è lapalissiano nei suoi gesti. È desideroso di esser padre, ma non lo dice, lo fa capire nella cura e premura con la quale si occupa di Alice, dove la madre naturale non lo fa. È innamorato, ma non può esternarlo perché la sua è una storia clandestina con un uomo sposato. È un uomo dalla moralità forte, come lo si può vedere in ogni discussione che ha con Rosaria, la nonna di Alice, e Silvia, la madre, perfino quando, all’apice della discussione, si sente dire dalla sua amica Silvia ciò che nessun omosessuale vorrebbe mai sentirsi dire. Ma Julien è anche un rivoluzionario nella sua quiete apparente, lo dimostrerà con il suo gesto finale: uccide un prete. Uccide la Chiesa che aveva condannato la sua relazione. Uccide la Chiesa che di fronte alla richiesta di aiuto da parte della moglie del suo amante risponde “non è una relazione omosessuale”, snaturando per sempre il suo rapporto. Uccide simbolicamente anche sé stesso, e il silenzio che si portava addosso da una vita.

È questo Julien e molto altro, come il film “I Bambini della sua vita”.

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