Dalla rassegna stampa Cinema

Cinema: Un puzzle di vite infelici nel nuovo film di Marcias

… “I bambini della sua vita” è una sfida ambiziosa e pericolosa – riuscita, nonostante alcune debolezze – ; cammina sul terreno minato della incomunicabilità…

Esistenze sfrangiate, cuori alla deriva, rovelli psicologici: se nel precedente “Un attimo sospesi”, cinque solitudini metropolitane in cerca dell’altro, la precarietà dei sentimenti era la cifra comune, anche nel suo nuovo lavoro Peter Marcias (oristanese, 34 anni) resta fedele al tema ma accentuandone il senso di abbandono, insoddisfazione e confusione, la ricerca di amore come bisogno di confronto, aiuto, necessità. “I bambini della sua vita” è una sfida ambiziosa e pericolosa – riuscita, nonostante alcune debolezze – ; cammina sul terreno minato della incomunicabilità; perdipiù il film è costruito come un puzzle, dove all’inizio le tessere sono sparigliate, lampi emotivi di passato e presente in un continuo rincorrersi e scontrarsi. Bisogna aspettare almeno quaranta minuti prima che il gioco a moscacieca che Marcias impone allo spettatore – come accade alla protagonista, Alice – possa trovare più ordine narrativo. Non è tempo perso, però: serve a seminare il climax istintivo e rabdomante del film, a definire l’ansia sofferta che artiglia i personaggi. C’è una ragazza, Alice appunto, che tornando nella casa dove ha trascorso l’infanzia si trova a fare i conti con la sua già tribolata e giovane vita: Giacomo, il fidanzato col quale non si sente di andare a vivere, Silvia, la madre tossicodipendente e prostituta, soprattutto Rosaria, la nonna protettiva e Julien, un ragazzo francese omosessuale, tenero e disponibile, che surrogano maternità e paternità. Di ognuna di queste figure (e qualche altra secondaria) abbiamo solo squarci, intermittenze, flash risolti con quadri criptici di uno stato d’animo inquieto, un procedere per accumulo di tensioni e interrogativi senza risposte per arrivare al nucleo del film: chi è il padre di Alice, perché Julien è in carcere.

Non è giusto rivelare la sorpresa che restituisce alla protagonista il senso dello stare al mondo, è la necessaria chiusura di racconto; la scommessa d’autore de “I bambini della sua vita” è nel trovare emozioni e significati negli interstizi, nei tempi morti, nelle collisioni di sequenze atemporali; a Marcias non interessa, e si lo capisce subito, uno sviluppo melodrammatico tanto è vero che la temporanea cecità di Alice e il delitto sono girati in animazione, bella scelta controcorrente per distanziare, nei contorni sfumati del ricordo, gli shock che stanno all’origine del dramma. Stemperare insomma una esplosione di passionalità per incorniciare nel disegno le ferite dell’inconscio. Non tutti i frammenti hanno forza uguale, per questo interviene con forza la colonna sonora, ottima per cura e sensibilità, di Romeo Scaccia a definire i colori cupi dell’animo dei protagonisti. Magari un uso più parsimonioso avrebbe dato concretezza alle immagini asciugando i possibili sbandamenti estetici, peraltro arginati da una sceneggiatura forte e poetica di Marco Porru (abituale collaboratore del regista e finalista quest’anno al Premio Calvino col suo romanzo d’esordio “L’eredità dei corpi”). Sulla quale un po’ stona l’architetto interpretato da Nino Frassica, simpatico cameo forse necessario per definire i salti temporali (si parla di lire e non di euro). O giustificare l’intervento della Film Commission (si cita Cagliari e la Sardegna). Ma a questo proposito occorre sottolineare la testardaggine con la quale Marcias si è battuto per girare il film nella sua terra, non una scelta banalmente campanilistica (e, tra l’altro, economicamente perdente) ma in sintonia con l’atmosfera quasi psicanalitica del film. E la volontà di circondarsi d’una troupe con molte componenti sarde, oltre ai già citati sceneggiatore e musicista, si aggiungono il truccatore Walter Cossu, la scenografa Stefania Grilli, la produzione Janas di Federico Demontis e molti quadri tecnici. Un segnale, l’ennesimo, delle potenzialità del cinema isolano ancora in attesa di leggi che lo tutelino.

Il film (che è stato in concorso, unico italiano, al festival del cinema europeo di Lecce, dove Piera Degli Esposti ha vinto il premio come miglior attrice) è girato a Cagliari, città silenziosa che custodisce segreti e bugie, ritratta nella anonima cornice urbana, con solo due scene liberatorie sul mare; e i suoi spazi nei vicoli e le case di Castello ben studiati dallo scenografo Osvaldo Desideri. In questi ambienti si muovono i personaggi (mentre nel precedente film erano sempre seduti) come alla ricerca di qualcosa e qualcuno che li aiuti a ritrovare l’equilibrio frantumato; e molto danno gli attori, che Marcias ha scelto con acutezza e diretto con mano sicura: da Piera Degli Esposti, alla quale bastano due sguardi per imporre l’infelicità senza desideri della nonna, le frementi e passionali Carla Buttarazzi (Alice) e Caterina Gramaglia (Silvia), senza una sbavatura, più la piccola Giulia Bellu (Alice da bambina) e in particolare il bellissimo e intenso Julien Alluguette, che tiene il personaggio dell’architetto gay nel bilico di una angoscia interiore. Perché il film si contamina con tematiche sociali forti (droga, famiglie disgregate, chiesa e omosessualità) senza farne bandiere morali; ci invita a non essere voyeur delle vite degli altri (come il muto personaggio di Giampaolo Loddo che scruta da una finestra) e a levarci le bende dagli occhi come suggerisce la metafora iniziale che potrebbe essere adottata per gli spettatori d’oggi calamitati dalle commediole: guardare anche ad un cinema diverso, che parla all’anima e al disperato bisogno di amore che non risparmia nessuno. Certo, per raccontarlo Marcias s’è inerpicato per i sentieri più impervi ma ha capacità notevoli, onestà di intenti e sguardi e, al netto delle increspature (il film ha avuto una tormentata lavorazione che ha messo a dura prova i nervi del regista), “I bambini della sua vita” è la sua opera più matura che sa comunicare i palpiti e disagi del faticoso mestiere di vivere.

Unione Sarda

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