Dalla rassegna stampa Teatro

Ozpetek rilegge l’Aida: trionfo dell’opera-film

Ritardo per uno sciopero. Il regista e Mehta «intervistati» sul palco

FIRENZE— Dieci minuti di applausi per l’Aida «di» Ozpetek. Il Maggio Musicale Fiorentino si apre ospitando il debutto all’opera di un regista di cinema che, sotto le ali di Zubin Mehta, entra in un mondo che non conosce, ma di cui ora si dice innamorato. A lui e a Mehta i consensi maggiori. Ferzan Ozpetek porta senza timore tanti segni originali: il sacrificio del bue da parte delle sacerdotesse armate di pugnale in una scena al ralenti. Radames distrutto nel finale, frustato e pieno di sangue, «come Gesù in croce» . La toeletta di Amneris tra gli specchi, rimanda ai Bagni turchi e alle Harem suaré del regista. E la luce calda, dorata che esalta le dune sabbiose. Alcuni momenti sono delle inquadrature, insomma un’Aida molto cinematografica. Il regista porta il suo istinto, la sua umanità così carnale e «di pancia» , non avendo riferimenti alle spalle se non una ventina di dvd di allestimenti divorati nei mesi scorsi. «Non è uno spettacolo alla Famolo strano» dice Ferzan cresciuto nella musica pop turca «strappalacrime» . In sala con il ministro Galan, tanto cinema, Piero Tosi, Domenico Procacci, Tilde Corsi, la nobiltà fiorentina dei Corsini, Strozzi, Frescobaldi, Pucci. Lo spettacolo comincia con un’ora di ritardo per la protesta della Cgil: «Difficoltà di rapporti con la direzione del teatro» . «Uno sciopero strano e politico» commenta il sindaco Matteo Renzi. Poi dal palco si scusa per le agitazioni, ringrazia Galan (applausi e qualche dissenso dal pubblico). Per ingannare il tempo il sovrintendente Francesca Colombo fa un’intervista leggendo domande sull’Aida in italiano e in inglese ai protagonisti. Quasi un talk show. Mehta dice a Ozpetek che è in difficoltà: tu parla turco che io traduco. Il sovrintendente, al suo primo Maggio, pur sfinita dalle riunioni sindacali sprizza entusiasmo: «Il 2011 per noi è un anno eccezionale, Ozpetek che alla prima riunione si presentò con un vassoio di dolci e io per l’emozione filmavo tutto, le tournée e, il 21 dicembre l’apertura del nuovo teatro con la Nona di Beethoven e una novità di Bussotti dirette da Metha. La torre scenica non sarà pronta, dopo quel concerto proseguiranno i lavori, solo a fine 2012 saremo pronti per le opere» . Sul palco come al cinema, Ozpetek si apre al mondo protetto dal suo vissuto sospeso tra Oriente e Occidente. Qui restituisce nel meticciato culturale che nutre la sua fantasia un’Aida bianca, non impiastricciata di cerone come solitamente avviene. Ha il volto della cinese Hui He, che interpretò la schiava etiope già nell’Aida che Zeffirelli portò a Busseto, gioiellino tascabile, in sette metri di palco ebbe l’intuito geniale di offrire la Marcia trionfale di schiena, come spettatori. Ozpetek, pur lontano anni luce da Zeffirelli, per ragioni diverse fa la stessa scelta, rinunciando al corteo di vincitori e vinti: «Detesto l’idea dei bottini di guerra» . Il trionfo è aperto dalla presenza di un piccolo angelo della morte, una bambina modellata su quella di Hiroshima del poeta Nazim Hikmet, pugno di cenere dagli occhi di vetro, che Ozpetek omaggiò nel suo primo film popolare, Le fate ignoranti. L’aspetto bellico confluisce tutto nel balletto, risolto come un flashback della guerra appena finita. La marcia trionfale è assorbita da una enorme testa femminile, è la scultura che lo scenografo premio Oscar Dante Ferretti vide al Museo del Cairo, che poi mise nel Satyricon di Fellini. «Fellini era riluttante, diceva che era troppo egizia. Mi sembra perfetta col suo sguardo enigmatico, è come se Aida ti guardasse sempre» . Quest’immagine contiene l’idea centrale di Ozpetek: la sua è l’Aida dei perdenti. Sull’ouverture, il sipario riproduce già il volto enorme di Aida, i capelli intrecciati a filamenti d’oro. Quale Egitto? Ozpetek scarta sia la convenzione del kolossal che la recente moda di un’Aida intima. È la terza via di un Egitto monumentale, arcaico e polveroso, dominato da grandi statue che cambiano posizione, e per intero non sono visibili ovunque. Il regista, attratto dal contrasto «tra sentimento e parola, penso al padre che diventa una spia e porta infelicità» , usa quelle statue lanciate verso il cielo in modo funzionale; Aida, così come il Radames di Marco Berti e l’Amneris di Luciana D’Intino, disegnano lo strazio del loro triangolo amoroso intorno a quelle statue che sembrano anch’esse fatte di carne. Nel quarto atto la tomba di Aida e Radames è sormontata da una scultura che rappresenta il santuario funebre turco in cima al monte Nemrut. Lentamente scende la sabbia che li seppellisce, mentre Amneris invoca pietà: la figlia del faraone malgrado la gelosia ha una qualche attrazione per la sua rivale, e anche questa ambiguità sentimentale fa parte del mondo di Ozpetek.

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da La Repubblica

Niente libertà eccessive ma alcune buone idee per il regista e le scene di Dante Ferretti

Ozpetek mantiene le promesse un Egitto vero, senza kitsch

Nella scena trionfale non ci sono guerrieri ed elefanti ma una bambina insanguinata e scarmigliata che si dibatte

FULVIO PALOSCIA
Ozpetek l´aveva detto. Niente “famolo strano” in questa sua prima Aida, che lo vede atteso al varco della regia lirica. E in effetti lo spettacolo fin dall´inizio mostra una compostezza tutto sommato tradizionale, dove l´Egitto è davvero tale, con tanto di geroglifici, ma senza la solita oleografia kitsch. Le proporzioni monumentali delle scenografie-sculture firmate da Dante Ferretti, una specie di Mitoraj rivisto in chiave “faraonica”, sembrano schiacciare i personaggi piccoli e inermi di fronte al destino: l´indubbia spettacolarità, insomma, non è fine a se stessa, ma racchiude, come un minaccioso bozzolo, le lotte private, intime tra i personaggi, che si dibattono tra amore e ragione, tra fato ineluttabile e volontà, frustrata, di cambiarlo. Questa doppia anima è presente in tutti i personaggi, ma chi sembra farne più i conti è Amneris (Luciana D´Intino), dalla perfidia un po´ troppo forzata nella sua recitazione da film muto, ma che alla fine – quando Aida, Hui He, e Radames, Marco Berti, moriranno condannati sì alla sepoltura da vivi, come vuole Verdi, illuminati da un solo rosso e circondati ma in un turbine di sabbia, perché il deserto, la terra è il leit motiv di tutto lo spettacolo – è l´unica, vera perdente dell´opera. Vittima della sua perfidia, prigioniera della sua definitiva solitudine.
Però qualche idea Ozpetek se la prende. E non è neanche male. I balletti (la coreografia è di Francesco Ventriglia), ad esempio, non semplici “decorazioni” appiccicate per fare, ma funzionali all´azione, inseriti nella narrazione. La danza degli schiavi mori del secondo atto, con Amneris intenta ad un bagno turco e massaggiata da donne in topless, si trasforma in un “ballo degli specchi” dove la sacerdotessa riflette la sua vanità e la sua ricchezza, mentre ancelle le porgono parrucche e gioielli. I balli che accompagnano il ritorno di Radames vincitore si trasformano in realtà in scene di lotta e di combattimento. E la celeberrima scena trionfale, rinuncia ad ogni tentazione di cartapesta. Senza parate di guerrieri, tantomeno di cavalli ed elefanti, ma con una bambina insanguinata e scarmigliata che si dibatte, terrorizzando il coro, che indietreggia di fronte all´infanzia violata. Alla fine, cade esanime, trasformando i celebrativi squilli di tromba in una sinistra e imprevedibile marcia funebre.

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