Dalla rassegna stampa Personaggi

Foster: gestisco il set come una danza anche se ballo con il mio amico Mel

…«Sono cresciuta senza un padre, mia madre mi ha tirato su e già questo mi ha reso diversa. Ho iniziato a lavorare a tre anni per aiutare la famiglia, presto sono diventata consapevole di essere diversa dalle mie coetanee, ma anche del fatto che la normalità non è uno stato cui necessariamente …

Regista e attrice di “The Beaver” fuori concorso al festival di Cannes con un Gibson manager depresso “salvato” da un peluche … Racconto la solitudine che si vive in famiglia: chi ti sta più vicino spesso è quello che ti capisce meno
Sento la responsabilità di aver guidato Mel lontano dalla comicità, convincendolo a esporsi al suo lato più oscuro

PARIGI – La prima volta di Jodie Foster al Festival di Cannes fu nel 1976, prostituta bambina di Taxi driver. Il film di Martin Scorsese vinse la Palma d´oro. Alla presentazione la 13enne strappò un applauso alla platea esprimendosi in un francese impeccabile. «Ricordo bene quei giorni. La produzione disse che sulla Croisette non ero richiesta, bastavano Scorsese, DeNiro e Keitel. Ma mamma disse: “Tu parli un francese perfetto, devi esserci”. Prenotammo noi volo e albergo. Restai tre giorni chiusa in camera, con la paura di mettere il naso fuori. E nessun giornalista venne a cercarmi». Sorride Jodie Foster, 48 anni, seduta nel salone del Royal Monceau, l´albergo parigino ristrutturato da Philippe Stark. Di sicuro, a Cannes la cercheranno il 20 maggio: sarà fuori concorso da regista e interprete, al fianco di Mel Gibson, con The Beaver, il castoro, storia di un manager di giocattoli che, in preda a una profonda infelicità, tenta il suicidio. Lo salva il sodalizio con un castoro di pezza trovato nella spazzatura: la marionetta diventerà il nuovo modo per comunicare con la sua famiglia e con il mondo. The Beaver è un´opera ad alto rischio: affronta il tema della depressione e punta su un divo in disgrazia come Mel Gibson. «Non sono Spielberg né Ron Howard, posso permettermi di scegliere piccoli film personali», spiega Foster con la consueta sicurezza.
La solitudine, la diversità, la famiglia sono temi comuni ai suoi film da regista.
«Stavolta m´interessava raccontare la solitudine che si vive proprio all´interno della famiglia: le persone che ti sono più vicino spesso sono quelle che ti capiscono meno».
Lei ha vissuto la depressione da vicino.
«Sì, nella mia famiglia c´è chi l´ha sperimentata. E anch´io ne ho sofferto, anche se l´ho vissuta come l´occasione per raggiungere una maggiore profondità spirituale. Ma ci sono diversi tipi e gradi di depressione: c´è la componente genetica, c´è la depressione chimica che necessita di cure cliniche».
Durante le riprese è scoppiato il nuovo scandalo delle registrazioni diffuse dall´ex compagna di Gibson. Sullo schermo la sofferenza dell´attore sembra mescolarsi a quella del personaggio.
«È stato un film importante e speciale per Mel, per tanti motivi. Il personaggio è un uomo che lotta contro le proprie emozioni: Mel è stato straordinario in ogni giorno di riprese, esponendosi senza difese nel ruolo di uomo allo sbando, in preda a una grande sofferenza».
Il pubblico come prenderà il film?
«Spero che giudichi l´attore e non l´uomo. La gente può andare oltre gli scandali e vedere questo essere umano con le sue emozioni? Non lo so. Io so che Mel è un amico straordinario dai tempi di Maverick: è un uomo di grande profondità. In più sento la responsabilità di averlo guidato lontano dalla facile comicità, convincendolo a esporsi al lato più oscuro della storia. È stato coraggioso e per questo ho voluto affiancarlo nel ruolo di sua moglie».
La crisi di mezz´età negli Stati Uniti è un tabù?
«Avere tutto e sentirsi vuoti è una condizione che appartiene all´essere umano. Ma mi pare che la cultura europea sia più consapevole di questa condizione e la capisca. Noi americani siamo come grandi bambini, ne siamo sorpresi. Optiamo per le soluzioni facili: abbiamo una pillola per qualunque problema, se sei stanco, depresso, obeso».
Lei sembra una regista più europea che californiana.
«Me lo dicono in tanti. E invece io mi sento molto californiana. Sono cresciuta in una Hollywood che era un misto di culture e di cibi. Oggi quel melting pot ha lasciato posto a una metropoli dispersiva e anonima. Ma quando viaggio dopo un po´ sento il bisogno di tornare ai paesaggi californiani, alla vita trascorsa 24 ore all´aperto, a fare sport, a contatto con la natura, con il mare».
Si identifica i riti dell´american dream?
«Trovo inutile il giorno del Ringraziamento, festa congegnata per costringere la famiglia a riunirsi: ci sono più voli che durante tutto il resto dell´anno. Ognuno se ne torna in provincia dalla famiglia, per un giorno, con la pressione di doversi amare gli uni con gli altri. Molto ipocrita».
Lei ha capito presto che non avrebbe avuto una vita normale.
«Sono cresciuta senza un padre, mia madre mi ha tirato su e già questo mi ha reso diversa. Ho iniziato a lavorare a tre anni per aiutare la famiglia, presto sono diventata consapevole di essere diversa dalle mie coetanee, ma anche del fatto che la normalità non è uno stato cui necessariamente bisogna aspirare».
Sua madre fu criticata per averle fatto girare, a 12 anni, un film violento come Taxi driver.
«Mia madre amava gli autori europei più dark. Andavamo insieme al cinema fin da quando ero piccolissima. Discutevamo di film come si fa con i libri. Eravamo appassionate, e lei, quando era di buon umore mi portava magari a una rassegna su Fassbinder. Quando sono diventata attrice volevamo che mi prendessero sul serio, cercavamo ruoli drammatici. Mia madre voleva che lavorassi con Scorsese e sono felice di averlo fatto. Se sei un´attrice drammatica, devi essere disposta ad esporti».
Dopo Taxi driver venne in Italia per girare Casotto.
«Avevo 14 anni. Su quel set urlavano tutti. Pranzi lunghissimi, cast meraviglioso: la Melato, Proietti, Michele Placido. Sergio Citti, che parlava un italiano per me incomprensibile, era un regista straordinario, pazzo e divertente».
Lei che tipo regista è?
«Coreografa: due settimane di prove su ogni movimento degli attori. Tutto deve essere chiaro prima del ciak: luci, inquadratura, oggetti, interpreti. È come un balletto già programmato che poi accade davanti a noi. Sì, i miei film sono balletti».
Dal set con Mel Gibson a quello parigino con Roman Polanski, per Carnage.
«Ammiro Polanski, sono venuta per rubare con gli occhi la sua arte. Ma la sorpresa di questo set è stato il cast. Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly: il più bel gruppo con cui abbia mai lavorato. Stiamo pazzi gli uni degli altri, passiamo giorni meravigliosi insieme».
Nel suo futuro c´è la regia o la recitazione?
«Vorrei fare sempre più regia. E poi tornare attrice nella terza età. Da ragazzina mia madre diceva che a 18 anni non avrei più lavorato, poi di mettere i soldi da parte per la disoccupazione da quarantenne. Lei ha lottato con la paura della mezz´età tutta la vita, io invece so che dopo i sessanta mi aspettano i ruoli migliori».
Quindi sarà regista ancora per un po´, e poi ci sarà un ritorno da diva alla Lauren Bacall?
«Non direi Bacall, troppo bella. Piuttosto punto a Simone Signoret: corpulenta, sigaretta tra le labbra… ecco l´immagine perfetta per me»

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