Dalla rassegna stampa Libri

“Opus Gay”: la Chiesa cattolica e l'omosessualità .

S’intitola “Opus Gay” il libro-inchiesta di Ilaria Donatio dato alle stampe nel 2010 da NewtonCompton editori. Abbiamo intervistato l’autrice.

Ilaria, perché hai scritto questo libro?

«Il mio interesse è nato da un incontro con l’attuale mio migliore amico. Che è gay. E che fatica ancora adesso ad accettarsi, forse perché ha avuto la sfortuna di nascere in una famiglia non preparata ad accettare la sua differenza. Questo amico ha dovuto fare ricorso ad una analisi di tipo psicologico che dura ormai da vent’anni per accettare la sua situazione. Quando l’ho conosciuto avevo 14 anni e comprendevo molto poco le sue esigenze. Le coincidenze della vita hanno poi voluto che io frequentassi anche un gruppo di credenti: avevo da poco perso mio padre e mia madre mi affidò ad un bravo sacerdote che guidava un gruppo per un percorso di fede e di approfondimento. Tutto ciò è durato un po’ di anni: spesso mi sentivo in contraddizione perché mi trovavo a vivere questa doppia esperienza relazionale. Con il tempo ho poi saputo valutare le cose in maniera più critica. Naturalmente l’omosessualità tanti anni fa non era accettata in maniera così tranquilla e pacifica, ci si immaginava che ci fosse sempre un problema dietro. Poi, attraverso questo amico gay ed un mio approfondimento personale sono riuscita a portare a sintesi queste due realtà»

Quando sei andata a parlare con i sacerdoti che trovavi nelle singole chiese, nessuno si è spaventato davanti alle tue richieste, a queste domande. Hai anche incontrato eminenti teologi di cui parli nel libro. Come ti sono sembrate queste persone?

«Nonostante siamo nel 2011 molte di queste persone non erano preparate all’argomento. Eppure ci sono tante persone omosessuali ed anche credenti che si accostano alla dimensione pastorale e che trovano preti ignoranti. Ma, di contro, si incontrano anche sacerdoti molto preparati sull’argomento. Ho dunque trovato molte posizioni: l’ignorante, ma anche quello che interpreta alla lettera la posizione dottrinale della Chiesa cattolica, e quindi di non accettazione dell’omosessualità. Ho anche trovato il prete illuminato, intelligente… ciò per dire che la Chiesa è tante cose assieme»

Tu citi nel tuo libro il riferimento ad un volume fatto da una apposita Commissione pastorale della diocesi di Torino in occasione del gay pride torinese. Hai trovato in giro per l’Italia altre realtà simili di tale apertura?

«La realtà torinese è particolarmente aperta, particolarmente avanzata. Non a caso io il libro a Torino l’ho presentato con don Ermis Segatti. Poi a Firenze ho trovato un prete di Libera, magari se vogliamo meno intellettuale ma anzi ancora più accogliente e, come dire, interpretante alla lettera il vangelo e la sua dimensione propria dell’accoglienza. Una persona molto, molto interessante ma non è l’unica. Ci sono esperienze un po’ più vecchie, altre più giovani. Debbo dire che qualche cosa si sta muovendo come Chiesa sul territorio. Purtroppo invece a livello di gerarchie non si muove e non si muoverà nulla ancora per molto tempo»

Stando a Roma avrai avuto dei contatti anche con cardinali, monsignori della Curia o altro. Non ne hai sentito qualcuno di essi?

«Sono inavvicinabili»

C’è la paura dell’attacco…

«Esatto. Ed è proprio per questo che io ho fatto questo viaggio da penitente. Molti mi hanno dato della vigliacca perché dicono che è come avessi fatto un esperimento senza che l’altra persona che sentivo fosse stata informata. Secondo questi attacchi avrei utilizzato un sacramento in forma non corretta. Io mi inginocchiavo ai confessionali, mi confessavo dicendo di essere lesbica ed anche credente e chiedendo “cosa mi dice padre?”. Fingevo totalmente.
La reazione al libro è stata dura, molti se la sono presa: so per certo che all’interno della Chiesa ha fatto molto rumore. Per un giornalista il vero punto è: o una cosa del genere la indaghi veramente o non la indaghi proprio. Non fai finta facendo una intervista al prete perché ti risponderebbe sulla base di uno schema classico, formale. A me invece interessava capire cosa dicevano i confessori quando un omosessuale si inginocchiava davanti a loro per condividere la propria sofferenza, la propria contraddizione. Non mi interessava la risposta formale e anche un po’ ipocrita che normalmente queste persone ti danno.
Inoltre per scrivere questo libro ho anche provato a mettermi in chat su siti gay, facendo finta di essere un omosessuale che agganciava i preti gay. Cosa ho concluso che anche nella Chiesa ci sono preti gay, ed è probabile che ci siano in tutte le realtà sociali. L’aggravante è che c’è una lettera pastorale del 2005 in cui c’è scritto che il novizio che si scopre omosessuale o sa di esserlo deve, entro 3 anni prima dell’ordinazione sacerdotale, sciogliere questo dubbio: dovrebbe cioè o diventare eterosessuale fingendo – dando per scontato che l’omosessualità è una malattia da cui si può guarire – oppure rinunciare a diventare sacerdote. Quindi capisci la violenza di questo messaggio. I preti che sono gay che possibilità hanno? Nessuna, se non quella di occultare la verità. Senonché alcuni riescono a sublimare, altri non ci riescono perché magari sono più fragili. La loro sessualità è dunque vissuta prima virtualmente, ma poi quasi tutti quelli che chattano lo fanno per chiedere un appuntamento, un riferimento telefonico»

Nelle varie presentazioni che hai fatto del libro hai avuto degli attacchi?

«No. Nessun attacco frontale. E’ chiaro che questo tipo di lavoro lo presenti solo in alcuni ambienti. Sì, ci sono state delle discussioni anche vivaci con persone che si sono alzate tra il pubblico perché non comprendevano e magari mi accusavano di aver strumentalizzato certe cose per cavalcare l’onda. Certo è che se fossi stata realmente lesbica paradossalmente la gente comune l’avrebbe accettato di più. In realtà primo è un argomento che mi sta moltissimo a cuore da sempre. Poi chiaramente l’ho sviluppato a modo mio: da giornalista io non potevo trarre delle conclusioni sulla base di elucubrazioni o di ragionamenti cerebrali. Era necessario riscontrare sul campo le cose come stavano. Quindi ho dovuto necessariamente calarmi nel ruolo altrimenti non avrei potuto capire che c’è anche molto imbarazzo sulla questione»

In Europa tutto sommato sembra che i gay ed i suoi attivisti stiano un po’ meglio rispetto, ad esempio, all’Uganda dove addirittura per gli omosessuali c’è la pena di morte. Tutto sommato si può dire che in Italia su questa tematica si vive abbastanza in un isola felice, a livello governativo. O sbaglio?

«A livello governativo si vive una brutta situazione. L’Italia ha un vuoto di diritti e di leggi rispetto ai grandi paesi europei: ci attardiamo ancora a fare delle leggi contro l’omofobia, per non parlare poi delle leggi sulle copie di fatto… Certo, se ci mettiamo a confronto e se andiamo a vedere il cosiddetto Terzo Mondo o i paesi islamici abbiamo certamente gioco facile. Credo però che il metro di paragone non possano essere quelli che stanno peggio di noi ma i paesi più avanzati, o comunque quelli che stanno sul nostro stesso piano. C’è poi da dire una cosa importante e che riguarda il Vaticano. Come ben si sa esso sulla pena di morte dice di no. Ma dice anche no alla depenalizzazione dell’omosessualità nel mondo. Quindi se ci sono paesi che applicano la pena di morte ai gay il Vaticano non interviene. E la cosa è gravissima: è come se si rendessero complice della scelta. Ed è ancora più grave soprattutto in riferimento al potere della Chiesa, cui corrisponde una grande responsabilità: perché, come Chiesa, non può farsi portavoce del messaggio di Cristo nel mondo, di accoglienza evangelica e poi rispondere di no alla petizione dell’Onu sulla depenalizzazione della pena di morte. E’ scandaloso. E’ omofobia»

Ma tu sei credente?

«Si, sono credente. Sono però una credente critica. Secondo me il vero credente deve avere una idea autonoma. E deve avere il coraggio di dire che, se la Chiesa fa queste cose, fa delle sciocchezze. Il credente maturo non è una pecora!»

(Nuovasocieta.it)

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