Dalla rassegna stampa Cinema

Addio a Sidney Lumet maestro nel mettersi in gioco

Un regista merita di essere ricordato anche perché sa accettare sfide diverse e rischiare su storie non scontate. Così era Sidney Lumet, classe ’ 24, morto ieri a New York.

La qualità per cui un regista merita di essere ricordato può essere anche quella di saper correre dei rischi: mettersi continuamente in gioco senza riposare sugli allori, accettare sfide sempre nuove e diverse, rischiare su storie e progetti non garantiti, non scontati. Sidney Lumet era un regista che ha rischiato tutta la vita, nei quaranta e più titoli che ha diretto, ogni volta «dissipando» quello che aveva conquistato— successo, riconoscimenti, potere— non per ripartire da zero ma per non accontentarsi di quello che aveva raggiunto e cercare il nuovo. Non è qualità da poco e soprattutto non è qualità di tutti. Svela immediatamente la generazione cui si appartiene: roba da «vecchia» Hollywood, da chi era arrivato alla professione quando c’erano ancora gli studios che la facevano da padroni (il suo esordio, La parola ai giurati, portava l’etichetta United Artists: quasi una patente di nobiltà) quando il regista si «metteva al servizio» degli attori e della sceneggiatura. Lumet questo «servizio» l’ha fatto per tutta la carriera, cambiando generi e stili, partendo da capolavori letterari e spunti di cronaca, divi in cerca di una passerella e (semi) esordienti con la voglia di arrivare. A tutti Lumet ha offerto i servigi di una professionalità eccellente ma soprattutto l’entusiasmo di chi ogni volta vedeva nel film un nuovo rischio, una sfida inedita. Dimostrando anche di saperla vincere.

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Lumet Il maestro di Hollywood da «Serpico» a «Il verdetto» contro gli abusi dei corrotti

Maurizio Porro

MILANO — Ci ha fatto pensare ed emozionare occupandosi degli uomini, della giustizia, dei rapporti con le istituzioni. E’ morto a New York Sidney Lumet, classe ’ 24, cittadino di Filadelfia diventato subito nuovayorkese, intellettuale e regista. Giovane alla Cbs raccontò Sacco e Vanzetti, anni dopo ricordò in Daniel i Rosenberg, vittime del maccartismo. Molti titoli indimenticabili tra i 42 della carriera iniziata nel ’ 57, raccomandato da Henry Fonda, con La parola ai giurati, L’uomo del banco dei pegni, Serpico, Quel pomeriggio di un giorno da cani, Quinto potere, La collina del disonore, Il verdetto, fino al thriller familiare Onora il padre e la madre, sintesi di una disillusione totale, il k. o. del mondo. Premiato con l’Oscar solo alla carriera, gaffe dell’Academy, i suoi film regalarono però onori, gloria agli attori, compresa la statuetta postuma a Peter Finch, telepredicatore isterico e malato di mass mediologia che minaccia il suicidio in diretta in Quinto potere: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo sopporto più» nella più anticipatrice (1976) accusa contro l’informazione spettacolo. E sulla tv dove iniziò a lavorare, nel 2009 a Rimini per ritirare il Premio Fellini disse: «La tv è oggi colpevole della solitudine: informa senza far conoscere» . Da democratico raccontava storie democratiche, come quella del giurato Fonda che convince in due tempi tutti gli altri ad evitare l’errore razzista: uomini ordinari in situazioni straordinarie, avvocati che risalgono la china denunciando i soprusi di un ospedale (l’alcolizzato Paul Newman del Verdetto), reclute in lotta contro il sadismo militare (La collina del disonore con Sean Connery in fuga da 007). E sempre i dollari, lo stramaledetto potere dei soldi. Ma il fattore umano gioca con Lumet sempre un ruolo primario, la voglia di giustizia si fa sentire. Ne sanno qualcosa Al Pacino, suo attore di riferimento, che denuncia la polizia corrotta in Serpico e Treat Williams che nel Principe della città torna sul luogo nuovayorkese del delitto. Durante l’era Kennedy prova la fantapolitica nucleare (A prova di errore), ma poi torna a tragedie contemporanee. Ecco L’uomo del banco dei pegni con un grande Steiger, usuraio ebreo che vive col trauma del lager (il successo in Italia dipese anche dalla veloce immagine di un seno nudo). La sua voglia di affabulare il mondo nasce da Baruch Lumet, padre attore, che lo porta al teatro yiddish dove debutta («ero bruttino, era la mia strada» , passando poi off Broadway dove impara a combattere con le parole per migliorare il mondo e conosce il gusto per la miglior letteratura. Sua la bellissima riduzione del «Gruppo» di Mary McCarthy, proclama di una generazione, le snob allieve ’ 33 del college di Vassar. Il senso del palcoscenico e il gusto dialettico della battuta sono suoi alleati e non a caso alcuni dei film a lui cari, oltre a Fascino del palcoscenico, sono opere di teatro. Si va dal Gabbiano di Cecov a Pelle di serpente di Williams con la Magnani e la Loren che sul set non si rivolgevano la parola (lo rammenta Arbasino in «America amore» di Adelphi), da Lunga giornata verso la notte di O’-Neill con una Katharine Hepburn in stato di eroina e di grazia a Uno sguardo dal ponte, best seller di Miller con Raf Vallone, italiano scritturato da Lumet, come la Loren in Quel tipo di donna, commedia quasi sofisticata. Del nostro paese amava Venezia, gli spaghetti e Fellini: «I suoi film saltellano sulla spiaggia» . La sua dimensione prediletta era il thriller, dove coinvolgeva nevrosi personali e fattori sociali, verdetti e media. Il meglio? Quel pomeriggio di un giorno da cani dove due rapinatori reduci dal Viet si trincerano in una banca e la storia è sfruttata in diretta tv. Continua il discorso sul potere dei media. Politico? «Mai fatto proclami, il messaggio sta nella vita» . Si divertì a incastrare tre generazioni in Sono affari di famiglia: Connery, Hoffman e Broderick. E la sua cine filosofia sta in un bel libro autobiografico, «Fare un film» edito da Minimum Fax. Talvolta si divertiva alla grande, ricordando le divine del passato (Garbo talks! con la Bancroft) ma soprattutto con Assassinio sull’Orient Express della Christie dove molti divi, tutti sospetti, salgono sul vero Orient Express per la gioia di Poirot e della Bergman che vinse il terzo Oscar.

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Faye Dunaway: il mio Oscar grazie a lui

Giovanna Grassi

LOS ANGELES — «Mi sembra che tutto il mio mondo d’attrice, quello degli anni d’oro di Hollywood, si stia dissolvendo. Prima se ne è andato Arthur Penn, ora il carissimo Sidney Lumet al quale è legato il mio ricordo vivissimo per uno dei film più significativi della mia carriera e ancora oggi attualissimo, Quinto potere, dice Faye Dunaway, 70 anni. Per quel film contro lo strapotere della tv ebbe nel 1977 l’Oscar come miglior attrice. Ricorda: «Era attentissimo ai ritratti femminili. Mai essi erano in minoranza rispetto a quelli maschili. Più di quattro generazioni di attori devono moltissimo al caro Sidney e i ragazzi oggi studiano il cinema sul suo bel libro “Making Movies”. Quando partecipo a qualche incontro gli studenti me lo dicono sempre. E vogliono sapere tutto della mia Diana, la protagonista di Quinto potere, una sorta di “mostro”televisivo, pronta a sacrificare tutto di se stessa e dei suoi affetti per la carriera» . Sidney spiegava l’onestà e la corruzione. «E mai si sentiva una leggenda, ma semplicemente un uomo che aveva amato e continuava ad amare il cinema. In modo indipendente e creativo, sino ai suoi ultimi impegni. Le sue storie erano sempre complesse, profonde, cariche di energia e d’impegno e denunce civili. Esattamente come il suo carattere» . Ricorda quando la chiamò per offrirle il ruolo di rampante responsabile di programmi televisivi. «Il tema sotto accusa era l’eccesso di potere della tv ma a Lumet interessava analizzare anche il potere in genere dei mass media e, soprattutto, il fatto che essi eleggevano ambigui eroi per le masse. Fummo accusati di aver fatto un film di fantascienza tv e invece era cronaca che anticipò i tempi. Sul set era spesso con il suo grande amico, lo sceneggiatore Paddy Chayefsky. Si discuteva sempre di come il mezzo televisivo cambiasse e riplasmasse le persone, la loro cultura. Fu per tutti noi attori una esperienza entusiasmante» . Fu Lumet a disegnare in modo così netto una delle prime donne in carriera, sostiene la Dunaway. «E ancora oggi, se passo di fronte a un immenso stabile di qualche network televisivo, la Cnn, o l’Abc, qui a Los Angeles mi accade di pensare quello che ogni giorno ci diceva Sidney: “Dietro e dentro questi edifici e le finestre illuminate anche di notte si nascondono le storie degli uomini e delle donne che dovete raccontare”. Sidney ha sempre colto in anticipo tanti temi. Come dimenticare sul set anche le sue appassionate discussioni di politica? A noi attori ha dato un cinema senza compromessi e davvero realizzato in gruppo, coralmente, al servizio di tutti» .

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