Dalla rassegna stampa Personaggi

Dacia Marain - Evviva l'Italia che s'indigna e va in piazza a dire basta

…l’amico Pasolini. «Pier Paolo – ha svelato – era un uomo silenzioso, introverso. Credo fosse una delle ragioni di amicizia con Moravia, che invece parlava moltissimo e amava raccontare. Il silenzio di Pasolini, però, non era sottrazione. Nel silenzio non fuggiva, ma rifletteva e meditava». …

Anche la popolare scrittrice ospite alla Casa Torre di Poschiavo domenica ha manifestato a Roma «contro l’arroganza del potere»

La politica, i viaggi, la scrittura, le amicizie, a cominciare da quella preziosa con Pier Paolo Pasolini.
L’incontro di mercoledì sera alla Casa Torre di Poschiavo con Dacia Maraini, organizzato dalla Pro Grigioni Italiano, è stata un’immersione a 360 gradi nel mondo della scrittrice, saggista, autrice teatrale figlia di Fosco Maraini, antropologo di fama internazionale con lontane radici ticinesi, e della pittrice siciliana Topazia.
Maraini domenica scorsa era in piazza del Popolo, a Roma, per dire «basta» al degrado dell’Italia. «C’è un limite all’arroganza e alla prepotenza del potere, che crede di potere comprare tutto – ha affermato Maraini, intervistata da Fernando Iseppi, docente di italiano e storia e presidente della Pro Grigioni di Coira -. Dagli anni ’70 non era più successo che le donne scendessero in piazza e che una manifestazione, indetta da donne, coinvolgesse migliaia di uomini».
Per la scrittrice, che nel 1973 a Roma aveva fondato il «Teatro della Maddalena», gestito e diretto da donne, la manifestazione di domenica è stato il segnale che qualcosa, forse, sta cambiando. «L’Italia non è stata un corpo morto di fronte ad alcune arroganze del potere e alla fondamentale anomalia di un presidente del Consiglio che è proprietario di tre reti televisive e che può decidere sulle altre tre – ha spiegato Maraini -. La protesta c’è stata, ma a livello individuale. Forse, siamo in quel momento in cui la protesta e l’indignazione da individuali diventano collettive».
Da sempre, nella vita di Dacia Maraini, l’impegno politico e sociale si conciliano con la scrittura. «Bisogna trovare il giusto compromesso. All’inizio – ha confessato l’autrice – alternavo caoticamente gli impegni pubblici con l’attività di scrittura. Adesso ho deciso di darmi una disciplina: l’estate e l’inverno li passo nella mia casa abruzzese, a due ore da Roma. Il resto del tempo in giro. In questo modo, alterno periodi di isolamento a momenti di attività e di movimento».
Scrittura e viaggio. Viaggio e scrittura. Le due coordinate sulle quali si regge saldo il mondo della Maraini. «Il viaggio – ha raccontato la scrittrice – non è soltanto una mia ?nevrosi?, ma appartiene al dna della famiglia. Mio padre era antropologo e mia nonna materna, nel 1911, partì da sola per andare in Persia e in Cina».
Memorabili i viaggi in Africa dell’autrice con il compagno Alberto Moravia («persona squisita, uomo raro, che rimpiango») e l’amico Pasolini. «Pier Paolo – ha svelato – era un uomo silenzioso, introverso. Credo fosse una delle ragioni di amicizia con Moravia, che invece parlava moltissimo e amava raccontare. Il silenzio di Pasolini, però, non era sottrazione. Nel silenzio non fuggiva, ma rifletteva e meditava». Dell’autore di «Ragazzi di vita» Maraini ha ricordato il suo inizio col teatro, «durante i tre mesi di convalescenza dopo un’emorragia per l’ulcera, quando mi morì quasi fra le braccia», e il legame «simbiotico» con la madre. Ma anche l’amore platonico (Pasolini era un omosessuale dichiarato) con Maria Callas, «una pantera sul palcoscenico, ma una donna fragile e tenerissima nella vita privata».
A Poschiavo, davanti a un pubblico particolarmente attento e numeroso fra cui c’era in prima fila il presidente della Pro Grigioni Valposchiavo Franco Milani, Maraini si è soffermata a lungo sul suo rapporto con la scrittura. «Non credo allo spontaneismo nell’arte – ha confessato -, la scrittura richiede preparazione e costruzione, soprattutto nello stile».
Per spiegarlo, l’autrice di «La ragazza di via Maqueda» e dell’ultimo «La seduzione dell’altrove» ha preso in prestito le parole di Roland Barthes. Con Gustave Flaubert, uno dei suoi autori preferiti. «Barthes definisce lo stile una ?verticalità carnale?. E’ una definizione che amo molto. Quello che incanta di uno scrittore è il ritmo, la musicalità, lo stile, che funziona nel momento in cui riesce a comunicare».
Dall’autore di «Madave Bovary», invece, Maraini ha preso spunto per raccontare il rapporto che lega lo scrittore al suo personaggio. «Un libro nasce quando il personaggio bussa alla porta dell’autore e si accampa nella sua testa – ha spiegato la scrittrice -. Per ?La lunga vita di Marianna Ucrìa? è stato così. Non è un rapporto facile, perché un personaggio si porta dietro una storia e a volte ci vuole del tempo. Ma col tempo si diventa molto umili. Lo scrittore giovane – ha detto – ha un desiderio di onnipotenza. Poi si impara che i personaggi hanno una loro vita sotterranea. Per questo bisogna sapere essere molto umili con i personaggi e saperli ascoltare: se sono veri, e non finzione, si rivelano».
Allo stesso modo, sono i personaggi a decidere quando una storia è arrivata alla sua naturale conclusione. «Non sei tu che finisci un libro, ma il libro che a un certo punto si siede, perché ha raggiunto la sua compostezza».
Non senza effetti sull’autore. «Flaubert ci mette tre capitoli a fare morire Madame Bovary. Mi sono sempre chiesta: non ne bastava uno? Poi ho letto quello che scrive Henry James e cioè che Flaubert si è dovuto preparare al distacco dal suo personaggio. D’altra parte diceva: ?Madame Bovary c’est moi?. L’ho trovata una osservazione molto intelligente, esemplare del rapporto complesso che lega l’autore al suo personaggio».

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