Dalla rassegna stampa Libri

Il nostro tempo degli affetti - L´esordio narrativo di Stefano Moretti con "Scappare fortissimo"

Il romanzo è un racconto di un weekend, tra corpi maschili e fuga dall´amore

Nelle ultime pagine di Un uomo solo Christopher Isherwood, dopo avere narrato la storia d´amore tra George e Jim domanda al lettore di immaginare che nell´istante in cui per la prima volta George ha visto Jim e se n´è innamorato, nel suo organismo ioni calcio abbiano cominciato a depositarsi all´interno di un´arteria coronaria formando quella placca che tempo dopo lo condurrà alla morte. Isherwood domanda cioè di confrontarsi ancora una volta con il modello che vede amore e morte coesistere in un nodo inestricabile.
In Scappare fortissimo (Einaudi 2011), l´esordio nella narrativa di Stefano Moretti – classe 1952, già autore sempre per Einaudi nel 1980 della raccolta di poesie Gattaccio randagio – il legame tra senso dell´amore, più esattamente il bisogno di vivere l´incanto dei giovani corpi maschili, e senso della morte, ovvero la trasformazione tutt´intorno a sé, ma soprattutto in sé, della vita in maceria, è felicemente e dolorosamente ribadito.
Per Giovanni Prati – la voce narrante, uomo forte del marketing aeronautico per la voracissima Infinite Power Limited, sempre in viaggio tra Londra Pechino Melbourne Praga e New York – “il movimento è vita” e la vita è esplorazione e implorazione dello spazio, specialmente di quello notturno, piazze strade pub discoteche gay, alla ricerca di un corpo giovane che sia argine alla percezione della rovina biologica, di quella “malattia ingravescente” che è l´età, un corpo che sappia essere dono e condono, il teatro di carne di una redenzione brevissima e inevitabilmente inefficace.
Concentrato in un fine settimana che Giovanni Prati trascorre in volontario stato di autoassedio in compagnia dei gatti domestici (parte integrante di una famiglia umano-felina) nella sua casa in centro a Torino, Scappare fortissimo è un romanzo “ubriaco” (come lo stesso Moretti lo definisce), un monologo esuberante e ipersaturo che corre – anzi letteralmente scappa – per quasi quattrocentocinquanta pagine materializzando di continuo situazioni e personaggi (il perfido Caporale, Stronzetto, David ed Eytan, la disperatissima Sarah), perdendoli e recuperandoli, collegandoli per poi separarli di nuovo, una giostra di reminescenze precisissime in cui ricordare vuol dire trattenere e trattenersi dalla fine, un vero e proprio “tranquillo” week end di memoria che ha però come obiettivo l´oblio definitivo, il prendere congedo da tutto e da tutti, fare di ogni cosa necrologio arrivando allo scherzo sublime di morire per chiunque tranne che per una persona.
Perché se per Giovanni Prati dar forma al tempo significa soprattutto impegnarsi in una mappatura del mondo attraverso centinaia di corpi, l´esperienza delle cose non si risolve però in accumulazione di una quantità indefinita di incontri; la scoria indistruttibile, ciò che non fa mai tornare i conti, è l´attesa interminabile di una sola specifica persona, Manu – compagno figlio e amante – non assenza bensì mancanza, tenerezza e rimpianto, l´unico amore al mondo per il quale non morire.
E allora c´è forse un passaggio microscopico nel quale ogni cosa diventa nitida e il panico gioioso del romanzo di Moretti per un attimo si placa, quando il gatto Orazio “fa un otto” tra i piedi di Giovanni chiarendo che scappare fortissimo – dalla morte e verso l´indispensabile miraggio di un amore (fino a non poter più distinguere da cosa si fugge e che cosa si insegue) – forse è proprio questo: il disegno di un otto, il simbolo matematico dell´infinito. La traiettoria animale dell´affetto dentro cui ognuno di noi – fortissimo, lentissimo – non fa altro che scappare.
(L´autore ha scritto “Il tempo materiale” per minimum fax)

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