Dalla rassegna stampa Cinema

Il dolore di gente comune

Prendetelo come volete, anche come una redenzione, dato che ha avuto adolescente la perdita di un fratello, ma il terzo film di John Cameron Mitchell è una sorpresa se avete visto i primi…

Prendetelo come volete, anche come una redenzione, dato che ha avuto adolescente la perdita di un fratello, ma il terzo film di John Cameron Mitchell è una sorpresa se avete visto i primi. Che sono, nell’ordine, Hedwig, storia di una popstar transgender, e Shortbus, festival ginnico di erotismo. Ora invece il regista scompare nelle cantine dell’inconscio nel lavoro sotterraneo da rabdomante (fatto con attori che hanno convissuto durante le riprese) sulla rimozione del lutto di due coniugi che hanno perso un bambino di quattro anni in un incidente d’auto. Momento straordinario di gente normale che ha spesso sedotto il cinema con amplificatore sentimentale, dalla morettina Stanza del figlio a un episodio carveriano di America oggi, ma soprattutto alla Ragazza di campagna, il testo di Odets che diede nel ’ 54 l’Oscar a Grace Kelly. Può darsi che la storia si ripeta, perché anche Nicole Kidman concorre al premio, che sarebbe meritatissimo per la misura, l’astio psicotico, il pudore con cui reagisce alla perdita: esprime lo stupore, invita a una difficile rimozione «contro» il marito (Aaron Eckhart, mai stato così convincente e virilmente sensibile) che vuol mantenere viva la memoria con filmini e giochi. S’innesta anche, promosso dal titolo che cita Alice nel paese delle meraviglie (la tana del coniglio bianco in cui cade la bambina), la possibilità d’evadere in un mondo parallelo di controfigure, simulacri di un fumetto inseguito dal ragazzo che ha travolto e ucciso il piccolo Danny davanti a casa. Il resto è silenzio: non servono la famiglia, con accorati consigli alla resistenza, né il nuovo nipote o servizievoli amici che indicano banali uscite di sicurezza. Serve forse il tempo: e su questo tema cecoviano il film, tutto chiuso in una dimensione interiore, si conclude benissimo, con uno scarto poetico in cui si profetizza la cognizione del dolore e il nuovo assurdo, sconosciuto, capitolo: qualcosa faremo… Mitchell non è mai retorico, mai consolatorio, si accuccia in una dimensione patologica rarefatta in ostaggio al grande cast (da citare la straordinaria mamma di Dianne Wiest), ai suoi silenzi più che alle parole e ci spezza il cuore a nostra insaputa. Fortemente voluto da Mrs. Kidman, tratto dal dramma premio Pulitzer di David Lindsay Abaire che l’ha sceneggiato pronta cassa, il film dimostra la contromossa di Hollywood che ha preso a interessarsi di gente comune (vedi Winter’s bone) mentre il cine italiano alla riscossa è evaso, già fra gli avatar della tv, degli spot, del cabaret.

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