Dalla rassegna stampa Cinema

Una Kidman da Oscar - Quel buco senza fondo che chiamano dolore

Arriva nei cinema “Rabbit hole” dal testo teatrale vincitore del Pulitzer nel 2007, un film capace di commuovere nel profondo con eleganza e discrezione

La vita di una giovane coppia si è infranta dopo la morte del loro unico bambino, travolto davanti alla bella casa da una macchina guidata da un ragazzo. La disperazione ha allontanato i due genitori che non sono più tali, e ognuno cerca di sopravvivere a modo suo: non c´è reciproco conforto, aiuto, tra loro, come se l´amore che ancora li unisce li rendesse, in quel crudele vuoto, estranei. Sono passati 8 mesi da quella tragedia, ma il tempo si è fermato nel dolore, che è sempre lì, inesorabile e muto, mentre lei pianta fiori nel giardino o prepara torte in cucina, mentre lui va in palestra con un amico o la porta fuori a cena: educati, sorridenti, senza lacrime, il saluto di sempre ogni mattina quando lui va a lavorare e lei si sfianca sul tapis roulant, come se tutto fosse a posto, pur in un lutto così grande che impedisce loro di parlarne, evocare, toccarsi, lasciarsi andare insieme nella sofferenza.
Sullo schermo una storia come questa può venire malissimo, diventare patetica, esagerare nei singhiozzi, nel brutale sentimentalismo, oppure lasciar di gelo gli spettatori pur davanti a quello che è forse il dolore più grande, appunto la perdita di un figlio bambino, in questo caso del biondino Danny, di 4 anni, che irradiava felicità. E la critica americana non è stata benevola con Rabbit hole, accusando il film di essere troppo o troppo poco rispetto a una tale irrimediabile mutilazione. Anche al Festival di Roma è stato liquidato dalla giuria come ininfluente, e neppure per un momento si è presa in considerazione l´interpretazione di Nicole Kidman, che però adesso è candidata all´Oscar come miglior attrice e, dopo gli ultimi ruoli insignificanti, funestati da una colpevole (probabilmente chirurgica) pietrificazione del suo bellissimo viso, questa volta meriterebbe di vincerlo.
Rabbit hole è la tana del coniglio bianco in cui Alice (nel paese delle meraviglie) cade nel primo capitolo del romanzo di Carroll, un misterioso buco senza fondo simile a quello in cui sta precipitando il cuore di Rebecca, (Nicole Kidman); ma è anche il titolo del fumetto che Jason (Miles Teller) il ragazzo che ha travolto il piccolo Danny, sta disegnando, ispirandosi alla teoria dei consolatori «universi paralleli» per attenuare il suo rimorso.
Testo teatrale di David Lindsay-Abaire, vincitore del premio Pulitzer 2007, Rabbit hole è diventato un film sceneggiato dallo stesso autore, prodotto tra gli altri dalla Kidman, diretto da John Cameron Mitchell: scelta quanto mai curiosa essendo il regista, gay dichiarato, autore del semipornografico Shortbus e di un musical, Hedwigh-La diva con qualcosa in più, sulle avventure hard di un transessuale. Eppure è proprio questa sua allegra e ardita diversità, e la sua cultura del corpo, a facilitargli il racconto di corpi che l´infelicità separa, che non sanno più fondersi nell´amore, e del disagio sociale che circonda chi non corrisponde alla norma del gruppo; nel caso di Rebecca e Howie a renderli diversi dagli altri, è l´essere una coppia monca, portatrice della massima esclusione contemporanea, il dolore.
Rebecca crede di attenuarlo cancellando i segni del bambino, togliendo i suoi disegni dalla cucina, eliminando giocattoli e magliette, vendendo la casa. Howie invece riguarda continuamente le immagini che tiene nel cellulare, di quella miracolosa vita finita, rivuole il cane che inseguito per gioco in strada dal bambino, ha provocato l´incidente mortale, immagina un nuovo flirt. Soprattutto pensa che un altro figlio attenuerebbe il vuoto, ma Rebecca si ribella, non sarà un nuovo bambino a restituirle Danny. Insieme vanno a quegli incontri funerei tra persone che condividono una inconsolabile perdita, appunto quella di un figlio, ma quando un padre affranto per trovare una ragione, dice che forse Dio ha voluto vicino a sé un altro angelo, Rebecca gli risponde, ma se è Dio, perché non se ne è fatto uno tutto suo?
Attorno c´è l´assedio distratto e volonteroso degli altri, i vicini che vorrebbero distrarli, la sorella di lei che resta incinta, la mamma (Dianne Wiest) che per consolare la figlia le ricorda che anche lei un figlio lo ha perso: paragone che fa infuriare Rebecca, perché Danny aveva 4 anni ed è stato ucciso da un´auto, tuo figlio ne aveva 30 ed è morto di overdose. Per caso, Rebecca rivede il giovane Jason che l´ha involontariamente spezzata, e sente il bisogno assurdo di seguirlo, di sapere della sua vita di giovane con un futuro. Seduti insieme su una panchina, si scambiano le radici di un male che in qualche modo li unisce: una perdita inestinguibile, un rimorso inestinguibile.
Non si capisce perché i produttori ci tengano molto a far sapere che Rabbit Hole ha momenti molto divertenti, pieni d´ironia, insomma volendo, ci si possono fare anche delle risate. Non è così, o almeno io non l´ho notato, e dispiace che per attirare un pubblico ritenuto succube dello sghignazzo, gli si neghi un pregio sempre più raro in un film: la capacità di commuovere nel profondo, con discrezione ed eleganza. Un tempo si correva in massa a vedere film come Voglia di tenerezza che faceva consumare decine di fazzoletti. Adesso le lacrime evidentemente fanno paura, ma non sono le risate al cinema che renderanno più allegra la nostra vita.

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