Dalla rassegna stampa Cinema

Zalone batte anche Benigni e conquista il record storico degli incassi «italiani»

…diventa il film italiano che ha incassato di più nella storia del cinema, mentre in assoluto Avatar detiene il primato con 65 milioni 670 mila euro…

ROMA — Checco Zalone, l’Avatar della risata «scorretta» , stavolta l’ha fatta grossa. Per lui è davvero una bella giornata. Dopo l’ultimo weekend, col suo secondo film, Che bella giornata, al botteghino arriva a quota 31 milioni 479 mila 526 euro, e diventa il film italiano che ha incassato di più nella storia del cinema, mentre in assoluto Avatar detiene il primato con 65 milioni 670 mila euro (dati Cinetel, ovvero il 90 per cento delle sale). Va specificato che il biglietto per Avatar, in 3D, costava 10 euro e non quasi 7 (in media). Spazzato via il cinepanettone con Christian De Sica, la cui formula sarà rivista, scavalcato lo scoglio più impervio di Benvenuti al Sud, Zalone ha battuto il precedente record: La vita è bella di Roberto Benigni aveva ottenuto nel 1997 (c’era ancora la lira) il corrispettivo di 31 milioni. 231 mila 984 euro. Il produttore Pietro Valsecchi un anno fa aveva fatto una scommessa con Checco: «Quella di arrivare a 20 milioni di incassi. Ora prevedo di arrivare a 45 milioni. Sono numeri importanti che intendo reinvestire nel cinema italiano, anche per scoprire nuovi talenti» . Checco, la carta matta del cinema italiano che ai primi incassi non aveva rinunciato all’ironia, contento di aver aiutato «il mio produttore indigente» , dopo il sorpasso dice: «Non è dai soldi che si misura il vero valore di un film, specie se ne prendi pochi come nel mio caso. Chiedo scusa al maestro Benigni. Quando a Hollywood si rinco… e mi daranno tre Oscar, allora si potrà dire che l’ho superato» . Va detto che per Benigni sono valori di 14 anni fa, e che il biglietto costava circa due euro in meno. Resta il fatto che il comico pugliese ha bruciato tutti in appena undici giorni. Valsecchi si dice «entusiasta» . E poi: «Ci hanno invitato alla Berlinale per un premio, a Shangai, a Tokyo. Si parla di un remake in Francia. Ma dove lo trovi un altro Checco? Mi sembra giusto e doveroso ringraziare lui e il regista Gennaro Nunziante. E soprattutto il pubblico che ci ha premiato. Ringrazio anche mio figlio Filippo, che mi ha fatto scoprire Zalone. La vera sfida ora è quella di superare il numero di spettatori di Avatar» . Sul fronte del pubblico siamo a 7 milioni 493 mila per il film Usa, contro i 4 milioni 842 mila di Checco. Il quale, nella classifica spettatori, è al terzo posto dopo Benigni (5 milioni 727 mila spettatori) e Il Ciclone di Pieraccioni (5 milioni 229 mila). Valsecchi, è stato davvero così ingenuo Checco nel cachet? «No, è un gioco divertente tra noi due. Ma lui è rimasto un Candide. Al mattino, quando lo chiamo per dargli i dati mi dice: Ma non è possibile!» . Al suo controcanto comico, non crede che sarebbe letale se il successo dovesse dargli alla testa «imborghesendolo» ? «Ecco, l’importante è che non cambi. Oggi è l’uomo più corteggiato del cinema italiano e non solo. A parte i contratti che abbiamo per fare tante altre cose insieme, è un ragazzo di grande onestà intellettuale, con un cervello raffinato» . Valsecchi, ma il cinema italiano vi applaude turandosi il naso? «Ora non più. C’è una valanga di consensi. E questo mi spaventa, come spaventa Checco» . C’è spazio solo per la commedia? «No, c’è spazio per fare del buon cinema italiano, come hanno dimostrato Luchetti, Garrone, Sorrentino» . Si affida al doppio senso più grossier che spiritoso il r e g i s t a : «Nel cinema d’autore ci si sfida a chi ce l’ha più lungo… il piano sequenza. Non vorrei che nel cinema d’intrattenimento ci si sfidasse a chi ce l’ha più grosso… l’incasso» . Il settimanale Tv Sorrisi e Canzoni rivela che il film doveva durare 30 minuti in più: tagliati il dialogo fra Checco e il vescovo Tullio Solenghi e tutta una storia sul parroco don Bruno che andava in pensione e lasciava a Checco il compito di riparare l’orologio della chiesa. Si correrà ai ripari negli extra del dvd.

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Una comicità «familiare» : non spaventa

di PAOLOMEREGHETTI

Diciamo la verità: siccome un successo di queste proporzioni non se lo aspettava nessuno, nemmeno nei sogni più audaci, è altrettanto difficile spiegarne le ragioni. Stupisce il valore assoluto della cifra (31 milioni e mezzo) ma soprattutto meraviglia la velocità con cui il film di Zalone e Nunziante è arrivato a battere ogni record: 11 giorni! Persino Avatar procedeva con minor foga. Ed è proprio questa «frenesia» che lascia senza parole. E senza spiegazioni. Sul film ormai si sono esercitati tutti: il personaggio del buttafuori che sogna una promozione «sociale» ha i tic di un Nando Moriconi d’oggi (per usare il paragone più indovinato) ma un orizzonte ancora più ridotto e risibile perché quello almeno sognava l’opulenza «del Kansas City» , questo è contento di regolare il flusso dei turisti sul tetto del Duomo. E forse è proprio questo involontario elogio dell’incompetenza e dell’ignoranza ad attirare gli spettatori, a regalare, in cambio del prezzo di un biglietto (che è una delle cose più a buon mercato oggi disponibili), un sentimento di «superiorità» che pochi film possono offrire. Che bella giornata non fa paura a nessuno. Anzi, finisce per consolare: lui è decisamente peggio di me! E allora perché non premiarlo facendo la coda al botteghino? Anche perché— e questo è sicuramente un effetto cercato — la comicità si mantiene sempre al di sotto di un «accettabile» livello di volgarità. I cinepanettoni avevano finito per farsi un vanto della loro esagerazione (linguistica, ma anche comportamentale). Zalone al cinema ha scelto di rassicurare, a rischio di tradire il suo personaggio televisivo, le cui canzoni sguazzavano tra doppi sensi e pesanti allusioni. Sullo schermo se ne sentono solo pochi accenni (come quelli sugli effetti inturgidenti dell’amore), ma il core business della sua comicità è dichiaratamente altro. Più «familiare» , più «educato» , più «represso» . Così da non spaventare il pubblico, ma attirare anche quello che di solito non va al cinema. E che di fronte alla scarsità di alternative ha tirato fuori 31 milioni di euro. Finora.

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