Dalla rassegna stampa Cinema

La morte ti fa bello

François Sagat è il protagonista di L.A. Zombie, trasgressivo film di Bruce LaBruce che insieme al “gemello” Otto esce in cofanetto questo mese (v. box)…

François Sagat è il protagonista di L.A. Zombie, trasgressivo film di Bruce LaBruce che insieme al “gemello” Otto esce in cofanetto questo mese (v. box). È una delle più famose pornostar degli ultimi anni, una vera icona del firmamento erotico gay. Di origini libanesi, è nato nel 1979 a Cognac, in Francia. Alto 175 cm per 83 chili, vanta un fisico particolarmente muscoloso e possente. Il suo cranio rasato presenta un caratteristico scalpo tatuato la cui idea, così sostiene Sagat, gli venne dopo aver constatato che i suoi capelli diventavano sempre più radi.
Approdato diciottenne a Parigi, entrò nel mondo della moda; sei anni dopo, fu contattato dalla casa di produzione Citébeur, specializzata in film pornografici. Da allora ha girato molti film, circa una cinquantina, prima in Francia e poi negli Usa, anche con lo pseudonimo di Azzedine. Versatile nei ruoli, è molto a suo agio anche in situazioni sadomaso.
Sagat è uno dei rari attori porno che si sono cimentati nel cinema, sia mainstream sia indipendente. Nel 2007 ha avuto la prima opportunità di lavorare al di fuori del cinema pornografico, con una piccola parte nel ruolo di se stesso nel documentario di Oliver Nicklaus La nudité toute nue. Nel 2009 ha recitato nell’horror Saw VI di Kevin Greutert. Quest’anno è stato presente al Festival di Locarno con ben due film: oltre a quello di Bruce LaBruce, è apparso infatti in Homme au bain, diretto da Christophe Honoré, il cui titolo si ispira a un celebre dipinto dell’impressionista Gustave Caillebotte, e che trova proprio nel corpo di Sagat il principale punto di attrazione. Nel film, nel cui cast c’è anche Chiara Mastroianni, interpreta il ruolo di Emmanuel, una marchetta gay che, lasciato dal suo compagno, ha altri incontri erotici. Sempre nel 2010 è apparso anche nel corto di fantascienza Multinauts di Jennifer Juniper Stratford.
Questo tuo approdo a un cinema diverso rappresenta solo un occasionale divertissement o credi che avrà sbocchi futuri? Cosa ti ha spinto ad accettare questa nuova scommessa lavorativa?
Se si esaminano bene i due film con Bruce LaBruce et Christophe Honoré, si vede che si resta ancora in un universo con un’estetica gay, con una forte presenza di nudità e di atti sessuali, più o meno suggeriti. Ragion per cui non si può dire che abbia voluto cambiare percorso o immagine… Ai miei occhi in realtà non ho ufficialmente cominciato una nuova carriera. In ogni caso, non programmo mai cambiamenti ma accetto i progetti in modo naturale e spontaneo. Lavorare con Bruce era una tappa e un’esperienza che mi interessava molto e con Honoré era l’occasione di esplorare un nuovo universo… Penso che siano film adatti a un pubblico cinefilo, che ama un cinema di genere.
Cosa ti ha convinto a lavorare con Bruce LaBruce? Che ne pensi del suo cinema, da sempre in bilico tra cinema d’autore e pornografia tout court?
Non si tratta di essere stato convinto: ho immediatamente accettato di lavorare per lui. Il progetto aveva l’aria di essere divertente e strano e allora ho detto sì. Comunque è stato lui a volermi parlare dell’idea, io non ho mai chiesto niente a nessuno… Penso che i suoi film siano slegati e illogici in alcuni aspetti della narrazione, ma questo non vuole essere un giudizio di qualità, parlo solo di dinamiche proprie del suo cinema, d’altra parte sono lo stile e lo charme che gli si riconoscono.
La pornografia nei suoi film presentati ai festival non è certo enorme (salvo ovviamente L.A. Zombie). Quindi non vedo perché si cerchi sempre di sottolineare i momenti porno, che si fondono con il resto e fanno parte della storia. Inoltre, la maniera di filmare le scene porno non è uguale in tutti i punti. Sfortunatamente però la maggior parte dei film di Bruce si possono vedere raramente nelle sale cinematografiche.
In un’intervista sostieni che L.A. Zombie è un film porno e basta, checché ne dica il regista. Perché ne sei convinto? E cosa sostiene Bruce?
Non è proprio così: ho detto che il film è stato girato come un porno tradizionale: la struttura del film e gli elementi della sinossi sono stati infatti elaborati sullo scheletro di un porno classico. Cosa che io ho ovviamente vissuto come attore, non come creatore. Certo ci sono cinque scene pornografiche, con tutte le cose che conosco bene nella mia carriera di attore porno, è esattamente la stessa cosa, ma qui ci sono anche altri piani a costituire l’insieme. Però la versione artistica del film, che viene chiamata “arty”, resta per me un pallido riassunto del film nella sua integrità. Il film interessante è la versione non censurata, non smetterò mai di dirlo. Tornando alla domanda, L.A. Zombie è sicuramente un film porno con elementi gore e fantastici, lo ammetto. Non penso che Bruce mi contraddirebbe, ma forse sarebbe meno deciso di me. Penso che l’idea di aver voluto presentare il film nei festival abbia completamente alterato l’impatto visuale del film e il suo interesse artistico. E ho l’impressione che gli spettatori si perdano in questa visione “censurata”.
Che aria si è respirata sul set del film? Era la stessa che c’è quando si gira un film pornografico?
C’era un’atmosfera piuttosto difficile e pesante quando si girava, anche perché ci sono stati tanti ostacoli sul percorso di ciascuno, dal produttore agli attori, senza dire di alcuni eventi sfortunati che hanno riguardato i luoghi, i problemi tecnici, gli effetti speciali, i trucchi ecc. Ci sono stati anche equivoci, ma ci si rideva sopra. L’équipe era molto cool e simpatica nell’insieme. Non ho avuto problemi con nessuno, tutti erano gentili e io amo sperimentare nuove prove. Ne ho un bel ricordo. Direi che globalmente le riprese del porno tradizionale sono molto più strutturate e calate sul minuto preciso. Qui si lavorava nelle strade e spesso non c’erano i relativi permessi, quindi ci siamo confrontati con realtà e pericoli che non esistono in un film porno, in cui le riprese sono molto più sicure. Questa è stata la più grande differenza.
Quando uscì Frankenstein di James Whale si disse che la sua “diversità” poteva essere letta come una metafora dell’omosessualità. Secondo te si può dire la stessa cosa di uno zombie?
Non capisco che cose intendi per “differenza”, non comprendo questa metafora. Ma cercherò di rispondere ugualmente: lo zombi nella storia cinematografica che io conosco non ha veramente una coscienza né attitudine a capire le differenze, né facilità a comprendere i funzionamenti sociali; così io immagino che la differenza dei sessi non si pone ai suoi occhi. Parlo delle pulsioni sessuali e voraci dello zombi che non ha nessuna preferenza sessuale e che è attirato da forme di vita per vampirizzarle, mangiarle, mutarle: credo che l’omosessualità e l’eterosessualità non siano nella conoscenza sociale di uno zombi.
Nel film l’eros riesce a ridare la vita perduta. È una bella metafora, non credi?
Sì, non ci vedo niente di violento… Non c’è nessuna violenza nel fondo del film, non è ciò che Bruce voleva mostrare o raccontare. Lo zombi non è un assassino, ma un essere che fa l’amore, non si sa se coscientemente o no, mi dà più l’idea di dolcezza e sensibilità che di altro. Rianimare i morti uccisi possedendoli è qualcosa che rientra piuttosto nel dominio del miracolo più che dell’orrore.
Nel film al posto della sperma c’è sangue e le penetrazioni interessano ogni buco che si viene a creare nei corpi umani. L’effetto è un po’ grottesco. Secondo te è ciò che il regista voleva?
Penso che l’effetto sia effettivamente “grottesco” e non credo che ciò infastidisca Bruce. Del resto le penetrazioni in parti incongrue del corpo già c’erano state, sia pure di sfuggita, in Otto. Niente di nuovo, dunque.
Penso che ecciti la fantasia del film mostrare queste penetrazioni indirizzate in posti diversi da quelli soliti. Molti ridono quando lo vedono, ma forse è un riso nervoso. Niente di provocante secondo me, ma solo una maniera di mostrare i talenti del guaritore del personaggio, magari salendo di uno scalino con un po’ di immaginazione.
Che senso ha questo film, pervaso da un erotismo che non riesce a eccitare veramente e di un horror che però non incute un reale timore?
Vedo che ti sei creato una tua opinione sul film… Io penso che sia molto probabile che questo film abbia perduto un po’ del suo potere di eccitare perché se ne è troppo parlato prima che uscisse. C’era un grado di attesa troppo forte. Tutta la pressione attorno l’ha reso meno interessante. Comunque ho sentito tante opinioni discordanti, ciascuno dà le proprie interpretazioni: c’è chi rimane infatuato e entusiasta, altri sono delusi e nervosi. Amo le opinioni che divergono. È come un’opera d’arte, una pittura o una scultura: può lasciarti di stucco o affascinarti. Forse l’interesse maggiore di questo film non è nell’orrore né nel sesso, ma sui risvolti psicologici di un individuo e sul fatto di presentarlo egoisticamente sullo schermo senza preoccuparsi della sensibilità dello spettatore.
Ci racconti la versione hard del film? Cosa c’è di più? È solo questione di amplessi più lunghi e dettagliati?
Penso che la versione hardcore sia diecimila volte più ricca esteticamente. Sono convinto che la brutalità sessuale dell’azione pornografica sia indispensabile per l’estetica di un film simile. I dettagli sono importanti, ma non per questi progetti. Ho sempre amato le immaginisemplici e hardcore, le avrei trovate ideali per lo zombi, questo se fossi stato io il regista: la mancanza di finezza è qualcosa che mi attira. La versione “arty” lascia intravvedere questa volgarità voluta ma poi purtroppo la fa subito cadere.
Tu sei una delle pornostar più famose, hai un posto ben preciso nell’immaginario erotico di tanti. Merito solo del tuo fisico o anche di altro?
Il fisico è una base di partenza, ma come il mio ce ne sono miliardi (sic!) quindi bisogna ringraziare la persona che sono e la mia evoluzione personale e soprattutto le mie scelte… È così semplice: non è né il mio corpo né l’apparenza fisica che hanno fatto sì che in tanti mi contattino…

Pride (Gennaio 2011)

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