Dalla rassegna stampa Cinema

LUCA GUADAGNINO “Sono morto in Italia e risorto in America”

“Io sono l’amore”, accolto tiepidamente a Venezia negli Stati Uniti ha incassato 6 milioni di dollari

A Virzì auguro gran successo La mia mancata nomination agli Oscar è un problema della commissione, non mio

Intervista

Se mai si fosse cercata l’incarnazione del «nemo propheta in patria», il cinema italiano ne ha trovato l’emblema. Luca Guadagnino, ospite a «Capri Hollywood – The International Film Festival» dove ha ritirato l’International Box Office Award, si dichiara giustamente risarcito, a livello mondiale, dell’indifferenza nostrana nei confronti del suo film, protagonista l’intensa Tilda Swinton, visto alla Mostra di Venezia e caduto nel vuoto. In cifre, il divario è impressionante: in Inghilterra, per qualche migliaio di sterline, l’incasso di Io sono l’amore ha superato quello di Gomorra ; in Olanda, il film ha raccolto 700 mila euro con solo cinque copie distribuite. Ma è negli States che il botto è stato deflagrante: oltre 6 milioni di dollari e la candidatura ai Golden Globe, giudicato uno dei film più riusciti degli ultimi tempi. Dati questi risultati, la sua esclusione dalla candidatura italiana agli Oscar a favore del film di Virzì suona ancora più stridente. Guadagnino, un fenomeno italiano tutto straniero, perché le è scappata la nomination. «Appunto perché il mio successo è tutto straniero. Auguro a Virzì un grande successo, al di là d’ogni giudizio sul suo film. Noi rappresentiamo l’Italia, diventiamo una bandiera. La mancata candidatura del mio film all’Oscar è un problema della commissione, della sua capacità di giudizio, non mio». Allora analizziamo i motivi di tanto snobismo italico. «Il film è nato sofferto, tanto che, ancor oggi, il piano finanziario non è chiuso. Siamo capitati con la Mikado proprio quando la gestione cambiava di mano non una ma tre volte. A Venezia siamo stati ignorati dai media e snobbati dall’establishment italiano. Promozione, zero. Il pubblico non sapeva che cosa cercare». Invece il Festival di Toronto ha scoperto il film e, dopo l’articolo di Variety che l’osannava, è partito il successo. «Infatti io dico che Io sono l’amore è il film che visse due volte: morto in Italia, risorto all’estero. In America posso dire con Randy Newmann I’ll be home . Ma creda, ne sono felice anche per noi italiani, abbiamo bisogno dei successi internazionali per uscire dal giogo dei politici che vogliono il cinema morto».

In che senso, scusi? «Prendiamo Tremonti, è il più accanito nemico perché ha capito che il cinema è una fucina di idee libere, pone delle domande, offre diverse risposte, fa pensare. A differenza della televisione, molto più amata proprio perché risponde a logiche pubblicitarie, pilota il gusto e serve solo a regole commerciali. Tutto quello che aiuta lo sviluppo della personalità critica dello spettatore deve essere rimosso».

I maligni dicono che il suo film ha avuto successo perché c’è la Swinton.

«I maligni dicono una sciocchezza perché esattamente un anno prima un film della Swinton, grande attrice, aveva incassato 65 mila dollari, una miseria rispetto ai nostri 6 milioni e alla conquista della top ten dei film migliori dell’anno. E lo sa perché? Perché abbiamo fatto un atto di coraggio, ci siamo presi dei rischi, abbiamo cercato un nuovo linguaggio. La forma è tutto. A quarant’anni ho capito che il punto dove piazzi la macchina da presa è la decisione più importante del film. Ora mi manca solo di fare un po’ di soldi per essere felice. Sono poverissimo».

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.