Dalla rassegna stampa Personaggi

L’ORECCHINO POPULISTA

… L’irruzione vittoriosa di Vendola nelle primarie del Pd segna per la sinistra la fine della «storia» come termine essenziale di riferimento e la sua sostituzione con la «vita»…

Dopo il segno premonitore rappresentato da Di Pietro oggi Vendola è la conferma che l’elettorato che fu per decenni quello del Partito comunista ormai è un pallido ricordo perché un pallido ricordo sono ormai il suo mondo concreto e ideale, la sua mente e il suo cuore. L’irruzione vittoriosa di Vendola nelle primarie del Pd segna per la sinistra la fine della «storia» come termine essenziale di riferimento e la sua sostituzione con la «vita» . Finisce cioè l’idea secondo la quale sarebbe per l’appunto nella storia la dimensione più vera dell’esistenza degli uomini perché sarebbe essa la chiave vera della loro soggettività, e dunque sempre la storia sarebbe la causa e insieme la soluzione dei loro problemi. Questa idea, che peraltro non era stata solo della sinistra, finisce da noi con la fine dell’impianto ideologico che arriva all’Italia della Prima Repubblica dal cuore della modernità otto-novecentesca. Finisce con il declino dell’industrializzazione e dei suoi attori, con l’impallidimento dei grandi luoghi aggregativi della socializzazione come la famiglia, la Chiesa, i partiti, i sindacati. La sinistra è semplicemente quella che ha risentito di più del contraccolpo di tale fine perché era quella che più aveva puntato sulla storia e sul suo supposto svolgimento progressivo, credendosene interprete autorizzata, protagonista decisiva ed erede universale. Per la suggestione di «Mani pulite» il grande vuoto così creatosi è stato riempito inizialmente da una sorta di trasfigurazione ideologica della giustizia penale. Il moralismo antico della sinistra (dovuto al suo credersi portatrice privilegiata di istanze etiche) è divenuto giustizialismo: l’idea cioè che dietro ogni avversario si celi un malfattore, e che quindi il codice penale possa e debba essere l’alfa e l’omega di ogni politica. Per una sua parte il popolo di sinistra in questa idea ancora si riconosce, e sta qui il motivo dell’ipoteca permanente che Di Pietro e il dipietrismo esercitano tuttora sui suoi orientamenti elettorali. Ma ormai, come dicevo all’inizio, un’ipoteca ben maggiore ha preso ad esercitarla un nuovo protagonista: Vendola. Alla sguaiataggine plebea dell’ex pm di Milano subentra lo studiato populismo del governatore pugliese. Con Vendola si può dire che avvenga il distacco completo dall’antico ormeggio ideologico, che in qualche modo con Di Pietro era ancora quello tradizionale, e si entra in qualche cosa di completamente diverso: nel mare della vita. Vendola — anzi universalmente Nichi, in una misura neppure paragonabile a quella in cui Veltroni è mai riuscito ad essere Walter, o la Bindi Rosy: stigmate indiscutibile di una riuscita assimilazione al modello divistico di tipo rockettaro-televisivo — Vendola, dicevo, innanzi tutto non parla: intesse delle «narrazioni» (parola chiave del suo lessico). Narra di «ragazzi» (lui non dice mai giovani, termine «freddo» che sa di Censis, lui adopera solo termini «caldi» , affettuosi), di notti sulla spiaggia ad ascoltare la «taranta» o vecchi cantastorie, di sua madre e dei suoi amici, di grandi speranze e grandi delusioni. Certo, la politica è sempre presente. Ma nella sua «narrazione» la politica è quasi esclusivamente evocazione di sentimenti, è immagini ed emozioni, fantasiosa capacità di rubricare come «immagini di morte» eguali «la macchia di petrolio del Golfo del Messico e il plastico del garage di Avetrana in uno studio tv».
In Vendola, lungi dall’essere argomentazione razionale di problemi concreti e di soluzioni possibili, la politica è soprattutto retorica e oratoria fusionale, identificazione emotiva tra chi «narra» e chi ascolta. Con ciò incarnando una versione di populismo in cui il discorso politico è pretesto continuo, in realtà, per segnali allusivi di sdegno o di amore che Vendola mostra di sapere condivisi, che vuole condividere con chi lo ascolta. Garantiscono l’autenticità del racconto vendoliano, e insieme la diversità di questo dai discorsi di tutti gli altri politici, il suo orecchino e l’anello che porta al pollice: esattamente come il copricapo indio o il camiciotto rosso garantiscono l’autenticità di Evo Morales o Ugo Chávez attestandone la diversità. I leader etno-populisti, infatti, hanno bisogno di segni di riconoscimento, segni che il «loro» popolo possa immediatamente vedere e capire; e sanno bene che la politica si può fare — eccome! — anche con il corpo e con l’abbigliamento. Perché Vendola, alla fine (o forse nella sua essenza) è anche un leader etnico: non a caso è, insieme al solo Bossi (ma in modo incomparabilmente più ricco e suggestivo di Bossi), l’unico esponente politico italiano che evochi di continuo la propria origine meridionale e le peculiarità del Sud. Facendo anzi molto di più: e cioè tratteggiandolo come una sorta di luogo pacificato dello spirito, come un modello di essenzialità e di verità umana, da proporre alla sinistra contro il cattivo modello del produttivismo a tutti i costi, del consumismo, dell’inessenzialità acquisitiva (che — non è detto, ma si capisce — abitano altrove). Il Sud, insomma, nella narrazione di Vendola tende a divenire addirittura il riassunto di un nuovo progetto di sinistra possibile in quanto metafora concreta di ciò che è buono e insieme antico; qualcosa che ha in sé quel sapore del passato, quella promessa di ritorno al primigenio e alla vita che il miraggio dell’Eden socialista aveva più o meno inconsapevolmente sempre alimentato. Che si pensava perduto, per l’appunto, ma che ora un leader così evidentemente moderno per la sua omosessualità, così deliziosamente trendy con quel suo orecchino e quel suo anello, proprio con questa sua modernità da copertina rende in qualche modo di nuovo credibile. Tra le magiche virtù del populismo di sinistra c’è dunque anche questa: appurato lo smacco subito dal logos della storia, riesce a renderne in qualche modo di nuovo plausibili gli antichi traguardi attraverso un bagno rigeneratore nel pathos della vita.

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