Dalla rassegna stampa Personaggi

Le segrete (a)simmetrie di due eretici

Che cos’hanno in comune Pier Paolo Pasolini e Giorgio Gaber? Ce lo dirà lo spettacolo di Giorgio Gallione, ma intanto qualcosa si può intuire partendo dal titolo…

Espressero in forme diverse l’avversità a ogni tipo di conformismo e classificazione
Dalla politica al costume, i contatti e i contrasti fra il cantautore e Pasolini

Che cos’hanno in comune Pier Paolo Pasolini e Giorgio Gaber? Ce lo dirà lo spettacolo di Giorgio Gallione, ma intanto qualcosa si può intuire partendo dal titolo. «Eretici e corsari». Prescindendo, per il momento, dai testi, almeno un tratto che li avvicina senza forzare troppo le cose c’è, ed è politico: per tutti e due, collocati in origine decisamente a sinistra, si è verificato il tentativo di un’annessione a destra. Giusto o sbagliato (sbagliato, probabilmente) che sia, questo tentativo dice intanto della loro resistenza a una classificazione ideologica. Pasolini e Gaber criticano dall’interno le ideologie della sinistra (comunista) fino a guadagnarsi gli anatemi di quella parte, a esserne respinti. E a farsi eretici. Non è tanto, ma non è neanche poco. Certo, l’uno, Pasolini, lo fa con gli strumenti della critica culturale colta; l’altro, Gaber, con quelli popolari della canzone, per quanto impegnata. Sicché sarebbe molto più semplice indicare, piuttosto, che cosa li divide. Perché i diversi strumenti suggeriscono in loro toni che palesemente divergono con esiti non ovvi: l’uno, Pasolini, sposa un profetismo quasi mistico, viscerale al punto da guadagnarsi l’accusa infamante di populista; l’altro, Gaber, è paradossalmente più «intellettuale» e a tratti persino più cervellotico. Ambedue amano l’invettiva, ma lo scrittore la affronta di petto e programmaticamente senza ingredienti ironici, mentre il cantante la colora di satira e a volte di caricatura e sberleffo.

Detto ciò, è vero che il desiderio di rifiutare e di contrapporsi alla contemporaneità omologante è la benzina per tutti e due, cui si aggiunge una analoga carica di passione fuori del comune. Ma il primo, Pasolini, vi si oppone (per dirla con Calvino) con pesantezza, il secondo (almeno nella sua fase migliore) con leggerezza, e non solo perché scriveva canzoni piuttosto che saggi o editoriali. Insomma, Pasolini e Gaber sono accostabili unicamente sul piano dei contenuti. Tant’è vero che Gaber, a un certo punto, ammette i suoi debiti: per esempio quando afferma pasolinianamente, in un’intervista (come segnala Gallione), che «sviluppo senza progresso… mi sembra la sintesi più appropriata della nostra epoca». E in fondo la «libertà obbligatoria» su cui scherza (ma sul serio) il duo Gaber-Luporini del ’76 è la stessa dell’editorialista che se la prende conil conformismo dei capelloni . L’obiettivo comune è il conformismo ideologico — e alla fine piccolo-borghese — scambiato per ribellione e persino per rivoluzione dei costumi. L’obiettivo comune sono i polli d’allevamento che danno il titolo a un album di Gaber datato 1978. Stessa formula presente in uno scritto uscito sul «Corriere» il 1° marzo 1975 in cui Pasolini rispondeva all’accusa di sentimentalismo irrazionalistico rivoltagli da Calvino: «L’omologazione culturale ha cancellato dall’orizzonte le “piccole patrie”, le cui luci brillano ormai nel rimpianto, memorie sempre più labili di stelle scomparse. Come polli d’allevamento, gli italiani hanno indi accettato la nuova sacralità, non nominata, della merce e del suo consumo: è questa la nuova società nella quale oggi ci muoviamo, testimoni e vittime dei lutti culturali». Gaber non fa nessun accenno di rimpianto per le piccole patrie, ma certo non ha simpatie per «la nuova sacralità» della merce. Si veda, nello stesso album, la parabola degli «Oggetti» che prendono possesso della nostra vita: «Nel frattempo gli oggetti erano andati al potere. La loro prima vittoria era stata il superamento del concetto di utilità. Piano piano avevano occupato anche gli spazi più nascosti delle nostre case e da lì ci spiavano».

Si potrebbe continuare con altre coincidenze lessicali, come la parallela metafora cancerogena (la «metastasi» in Pasolini, il «cancro» in Gaber) che divora le coscienze. Si potrebbe, come farà lo spettacolo di Gallione, mettere a contatto il «Voto comunista perché» dichiarato dal poeta dalle colonne dell’«Unità» nel ’75 con la litania anaforica di «Qualcuno era comunista», scritta quindici anni dopo da Gaber, quasi una valutazione postuma della speranza pasoliniana. Si potrebbero evocare le simmetrie di un anticlericalismo mai celato nell’uno e nell’altro caso. Si potrebbe anche evocare la critica dell’uomo-massa, rispetto al quale Pasolini pronuncia i suoi violenti anatemi, mentre Gaber finge un’improbabile identificazione per riuscire meglio a metterne alla berlina alienazione e psicosi. Si dovrebbe anche per contrapposizione, affiancare il corpo comicamente flessuoso e mobile con cui Gaber si propone sulla scena a quello statuario e tragico con cui Pasolini si propose al mondo.

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