Dalla rassegna stampa Teatro

«Facciamo scoprire i personaggi di Almodovar a tutto tondo»

Elisabetta Pozzi: «Hanno una dimensione diversa rispetto al film» – TEATRO NUOVO. L’incontro con gli attori di «Tutto su mia madre» in cartellone fino a domenica

Un grande film con cui fare i conti, temi scomodi che ti fanno stare in punta di seggiola, esistenze decisamente poco ordinarie. Portare in scena Tutto su mia madre è un’operazione rischiosa, perché un conto è il grande schermo e chiamarsi Pedro Almodovar, un altro è il teatro. Al cinema il film ha vinto, a teatro poteva anche perdere. Consapevole del rischio, Elisabetta Pozzi si è imbarcata con coraggio in quell’avventura che ha superato il debutto con successo e che nei prossimi mesi toccherà i maggiori teatri d’Italia (al Nuovo per il Grande Teatro fino al domenica). Il segreto? Il regista giusto (Leo Muscato), produttori affascinati dal progetto (Teatro due e il Teatro stabile del Veneto), un laboratorio che ha cementato la compagnia e un copione che vive di vita propria senza far rimpiangere il film. Elisabetta Pozzi non ha dubbi: «Attendere tre anni per ottenere i diritti della drammaturgia ne è valsa la pena».
Intervistata dal giornalista Lorenzo Reggiani per gli incontri con gli attori, l’attrice spiega al pubblico del foyer del Nuovo il perché di una scelta che potrebbe essere definita azzardata: «Il testo ha gli ingredienti giusti per raccontare il mondo delle donne. È rispettoso del film pur essendo un’altra cosa distanziandosi sempre con equilibrio dall’originale. Nel film i personaggi vivono solo due dimensioni, a teatro il pubblico può conoscerli a tutto tondo e scoprire anche il loro lato più nascosto». Loro, gli attori, per entrare a pieno nella psicologia contorta dei personaggi di Almodovar, sempre in bilico tra il dramma e la commedia, tra l’eccesso e la misura, tra il sorriso e il pianto, ci hanno messo molte ore di lavoro e un laboratorio che tutta la compagnia non esita a definire fondamentale.
«Due settimane di fatica», racconta Alvia Reale, «necessarie non solo al regista per conoscersi ma soprattutto a noi per assumere i connotati dei personaggi che oggi portiamo in scena». Personaggi articolati che hanno richiesto un lavoro introspettivo molto approfondito: un transessuale (Eva Robin’s), una suora che rimane incinta (Silvia Giulia Mendola), una madre tiranna (Paola di Meglio), degli uomini che non sono proprio l’emblema del valore e della virtù (Alberto Fasoli e Alberto Onofrietti) e temi altrettanto imponenti: omosessualità, trapianti di organi, solitudine, malattia, droga, aids, amore, morte e per tutti un’unica macro regola per non rimanere schiacciati: le persone sono solo persone e vanno prese per quello che sono.

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