Dalla rassegna stampa Cinema

Il documentario "Cuchillo de Palo" di Renate Costa apre il Festival dei Popoli

La persecuzione omosessuale nel Paraguay di Stroessner … La vile, ripetuta ed omofoba persecuzione degli omosessuali, una vera e propria caccia al gay paraguayano con tanto di liste di proscrizione, è una delle tante procedure di stato contro la “diversità” sociale…

Tra le dittature che hanno drammaticamente segnato i paesi latino americani nella seconda metà del secolo scorso, quella del generale Stroessner in Paraguay è stata sicuramente la meno raccontata. Eppure le peggio efferatezze del sanguinario caudillo, in carica ininterrottamente dal 1954 al 1989 con enormi pezze statunitensi poste sul suo sederone militare, non hanno avuto eguali in altri stati geograficamente limitrofi. La vile, ripetuta ed omofoba persecuzione degli omosessuali, una vera e propria caccia al gay paraguayano con tanto di liste di proscrizione, è una delle tante procedure di stato contro la “diversità” sociale, politica, se non addirittura estetica, ad aver contraddistinto la macchina di morte della dittatura stroessneriana.
Il documentario Cuchillo de palo diretto da Renate Costa, in questi giorni a Firenze nel Concorso della 51esima edizione del Festival dei Popoli, affronta con coraggio e risolutezza il delicatissimo tema, perché omertà e silenzio rispetto al passato nazionale, nonostante la nuova rotta a sinistra del presidente Lugo iniziata nel 2008, stanno continuando a contraddistinguere la quotidianità della rinascita paraguayana. Costa si mette sulle tracce di suo zio Rodolfo, morto sul finire degli anni ’80 di “tristezza”. O meglio: questa è la versione ufficiale che Costa bambina apprende da suo padre, fratello di Rodolfo. Ma alla ragazza non tornano i conti. Perché quello zio, rinvenuto cadavere, nudo, nella sua casa, senza più vestiti nell’armadio, era l’ “anormale” tra i fratelli Costa. Il desiderio di fare il ballerino in una famiglia di fabbri non poteva passare inosservato. E così doppia morale e cinismo, lasciti evidenti di un’etica pubblica di trent’anni di dittatura, hanno fatto il resto: fastidio, emarginazione, isolamento. “Era e non era”, “stava e non stava” in questo mondo, raccontano i testimoni/amici di Rodolfo, davanti alla cinecamera della nipote. Essere omosessuali, sotto Stroessner, era un crimine che portava diretti all’umiliazione e alla tortura.
La prima lista di gay paraguayani, l’elenco dei 108, nel tempo è diventato il simbolo taciuto della repressione subita. Ma “108” è anche diventato, nel linguaggio della gente comune, un sinonimo per dire “maledetto frocio”. Basti pensare che la cifra 108 è stata tolta da molte numerazioni civiche, dalle porte di molte camere d’albergo di Asuncion e perfino dalle combinazioni della lotteria nazionale. Eppure a Costa non interessa soltanto il crimine di stato, l’assordante silenzio attorno ad una persecuzione sistematica. La sua macchina da presa si fa testimone di un quadro familiare, di un rapporto con il proprio padre, che sta metaforicamente a simboleggiare una difficile e complessa riconciliazione tra storia e memoria privata e al contempo di una nazione intera: “La mia opera è un processo interno ed intenso alla ricerca dell’accettazione e della riconciliazione. L’accettazione di Rodolfo, ma anche della società e della Storia, nella speranza di riconciliarci, tutti, con il nostro passato”, racconta Costa presente a Firenze, “ho cercato tra le parole di chi parla, o di chi evita di parlare, la ricostruzione della figura del perseguitato, dell’occultato, dell’anormale e attraverso questo catturare l’immagine di una società che ha vissuto e vive rinchiusa in una certa intolleranza e passività”. Costa tesse una sottile trama di incontri, di frammenti fotografici, di occhi abbassati, di “non ricordo”, spesso entrando dentro all’inquadratura, rimanendo di profilo o tre quarti, come a fungere da investigatrice, da pungolo fisico, materiale, che scoperchia la storia personale mettendo in subbuglio il quadro generale. Quando poi sul finale, faccia a faccia con un padre che si avvicina ma rimane reticente, si scopre la vergogna, il ripudio, l’emarginazione dello zio, sembra quasi che la macchina da presa si annulli per inchiodare l’errore, la colpa non del tutto volontariamente perpetrata: “al di là del passato del Paraguay, si tratta di un’immersione nell’indifferenza dell’altro e attraverso questo percorso si raggiunge la riconciliazione con ciò che uno ha costruito di se stesso. Finalmente, tutti impariamo a convivere con i nostri fantasmi”.

16/11/2010

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.