Dalla rassegna stampa Personaggi

Il romanzo della mamma di Pasolini

La saga familiare di Susanna Colussi, alla ricerca delle sue radici – Èun’autentica sorpresa, questa saga familiare di Susanna Colussi, madre di Pier Paolo Pasolini. E dunque ha fatto benissimo Graziella Chiarcossi a consegnare a Rosellina Archinto le carte de Il film dei miei ricordi, rimaste …

Èun’autentica sorpresa, questa saga familiare di Susanna Colussi, madre di Pier Paolo Pasolini. E dunque ha fatto benissimo Graziella Chiarcossi a consegnare a Rosellina Archinto le carte de Il film dei miei ricordi, rimaste nel cassetto di un comò almeno dal primo febbraio 1981, data della morte dell’autrice, novantenne. Per la verità, come ci informa Chiarcossi nella nota di apertura, si tratta di 21 quaderni di quinta elementare, fittamente scritti a penna e compilati a partire da metà anni 50 («sicuramente Susanna ha cominciato a scrivere quando abitava con il figlio nel quartiere di Monteverde Vecchio a Roma») fino all’inizio dei 70. La stesura avvenne, probabilmente, all’oscuro di Pier Paolo, il quale però doveva conoscere la vocazione della madre per la scrittura (non mancano brani epistolari di lei che somigliano a certe ispirate pagine descrittive del libro). Chiamata dal figlio «Capinera Solitaria» in versione poetica, oppure alternativamente «cicciona», «mammetta», «pitinicia», «picinina» nelle lettere, la maestra di Casarsa, Susanna Colussi in Pasolini, deve aver raccontato al suo Pier Paolo le vicende storiche della sua famiglia, tant’è vero che lo scrittore riprese qua e là alcuni di quegli episodi nella sezione I Colùs de La meglio gioventù, come puntualmente segnalato da Chiarcossi. A questi va aggiunto il dramma in friulano I Turcs tal Friùl — scritto agli inizi del ’44 e pubblicato postumo — che evoca la fine cruenta di un giovane Colùs abbattuto dai Turchi decisi, nel 1499, a oltrepassare l’Isonzo: episodio cui la madre dedica, nel suo memoriale, un’ampia digressione.

In realtà — salvo quest’ultimo flashback storico — Il film dei miei ricordi percorre un centinaio d’anni, prendendo avvio dalla campagna di Russia della Grande Armée napoleonica e andando a concludersi all’alba della Prima guerra mondiale, quando Susanna diventa maestra. Dunque, il titolo è solo in parte fededegno, visto che la voce narrante non fa che riportare in buona parte le memorie della nonna (sua omonima), almeno finché, come per un passaggio di testimone, il ricordo — senza più filtri — diventa vivo e diretto. A quel punto siamo ormai alla fine dell’800 e ben oltre la metà del libro, allorché la narratrice rievoca: «La più lontana visione nel film dei miei ricordi: un pomeriggio domenicale di fine estate, in camera di mia madre, Centin, forse sei anni, io non più di tre, siamo seduti ben composti sul gran letto, fermi buoni per non sgualcire i nostri vestiti nuovi». Centin è il fratello maggiore, che sta al centro dell’ultimo capitolo. La sua storia, no intere vite, ma da Casarsa spesso si parte in battaglia, in fuga o in cerca di lavoro. Ci sono molti giovani in fuga, come Vincenzo che in groppa a un cavallo bianco parte senza voltarsi indietro per arruolarsi tra le truppe di Napoleone, si ritrova agonizzante nella neve, viene raccolto dalla dolce Susanna, che lo curerà, fuggirà in Italia con lui e sposerà lo sconosciuto, rinunciando a un promesso sposo ricchissimo.
Nonna Maria (alle cui sottane era sempre atcome quelle di Visèns, di Beputi, di Pauli, di Cenci, di Beputi II e di Minuti negli altri sei capitoli, si intreccia con una sarabanda di altre storie e di altri personaggi (maschili e femminili), ma il fuoco di tutto è il paese agricolo di Casarsa della Delizia, il cui primo nucleo venne fondato dalla «tribù» degli stessi Colussi, vassalli del patriarca di Aquileia, destinati ad aprire una distilleria dalle alterne fortune. A Casarsa si vivono e si muoiotaccata la piccola Susanna) apre bauli e mostra oggetti alla sua nipote, vecchie foto e documenti. Ne vengono fuori, come da un cappello magico, racconti felici e racconti dolorosi, come la breve vita del patriota antiaustriaco Beputi (fratello minore di Maria), finito in prigione per ragioni politico-amorose. Ma ci sono anche racconti picareschi di alcuni scavezzacolli di famiglia: è il caso di Cenci, classe 1844, primogenito di nonna Maria: il suo buon cuore non sapeva resistere all’inquietudine e alla voglia di cambiare aria, fino a condurlo in Francia (dopo molte peripezie), dove avrà successo importando l’attività familiare della distilleria. La sua storia si intreccia con due bellissime figure femminili, l’amata e infelice Pierrette (che finirà suicida) e la ricca Jacqueline che sposerà controvoglia prima di arruolarsi tra i francesi e sparire nel nulla. Il temperamento caldo di Cenci tornerà anni dopo con Centin, che finirà emigrato in America più per inquietudine che per necessità. C’è il generosissimo Beputi II, pronto a regalare i suoi vestiti agli straccioni.

Susanna Colussi sa raccontare, conosce il ritmo narrativo, ha il dono del ritratto fulminante e del dialogo, sa dosare il suo dialetto dentro un italiano affabile e piano, che ricorda quello di narratrici di saghe come Rosetta Loy. Sa descrivere le atmosfere, gli umori, le feste, i cambi di stagione, i giochi infantili, l’adulterio boccaccesco di cui sono vittime due uomini di casa, l’ideale anarco-comunista del falegname di paese, il carattere sempre più cupo di sua madre e l’ottimismo ingenuo del padre. Certo, è quasi inevitabile leggere queste cinquecento pagine senza pensare a Pier Paolo, magari per tentare di individuare negli avi materni i precedenti del suo carattere, del suo genio e della sua irregolarità. E qualcosa si trova, a ben guardare. Ma in fondo con questo libro Susanna merita di uscire dall’ombra del figlio.

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SEBASTIANO VASSALLI

PPP e il piagnisteo di quell’eterna egemonia culturale

La notizia è di questi giorni: Roma dedicherà un museo a Pier Paolo Pasolini, nei luoghi della sua morte. Il sindaco Alemanno (ex An, ex Msi) pare abbia dichiarato: «È un intellettuale che fa parte della cultura di sinistra, ma che parla a tutti». L’idea è lodevole e le parole sono belle: ma non sarebbe ora, vien fatto di chiedersi, di riconsiderare la cultura del Novecento uscendo dalle frasi fatte e dai luoghi comuni dell’appartenenza ideologica? Non per revisionismo ma come necessario contributo alla chiarezza. Pasolini non era «di sinistra», anche se in certi momenti e per certi versi avrebbe voluto esserlo: lo «spirito del tempo», le amicizie, le persecuzioni dei benpensanti lo spingevano lì. Il suo cuore, però, batteva da un’altra parte: perché non dirlo? Esattamente come Cesare Pavese: scriveva Il compagno ma le sue radici culturali erano altrove, tra l’America di Walt Whitman (e di Faulkner e di Steinbeck) e le mitologie europee di «sangue e suolo», di appartenenza alla terra. Una destra riveduta e corretta: una destra non più fascista, dovrebbe finalmente essere in grado di rivendicare ciò che le appartiene, invece di continuare a ripetere all’infinito il piagnisteo dell’egemonia culturale della sinistra. Sarebbe una crescita per la destra e per tutti: non crede, sindaco Alemanno?

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