Dalla rassegna stampa Cinema

Séraphine de Senlis. La "primitiva" che dipingeva la natura con l'anima

Un film e un libro fanno conoscere anche al pubblico italiano la straordinaria pittrice autodidatta, mistica, “primitiva”, Séraphine de Senlis, che dopo un lungo oblio, un anno fa, ha incantato la Francia con i suoi quadri di fiori, frutti, foglie intrecciati in una trama segreta, fatta di …

Attraverso i suoi pennelli “parlava con gli alberi, i frutti e le foglie, ispirata dagli angeli e dalla Madonna”. Di giorno, per vivere lavava i pavimenti delle case dei ricchi e i loro panni nelle fredde acque del fiume. Di notte, per sognare, nell’umile stanzetta che era la sua casa, dipingeva furiosamente la natura visionaria e intricata, che la sua mente ispirata rielaborava e la sua anima conteneva. Séraphine Luis, nata povera il 3 Settembre del 1864 ad Arsy sur l’Oise, meglio conosciuta come Séraphine de Senlis, dalla cittadina medievale alle porte di Parigi, dove visse gran parte della sua tribolata esistenza, e morta derelitta l’11 Dicembre del 1942 nel manicomio di Clermont, è stata riscoperta e ha conquistato i francesi nel 2008, grazie ad un film e a una mostra che hanno tolto il velo dell’oblio su questa geniale artista “che sapeva comunicare l’invisibile”.

Dopo molti decenni di indifferenza, infatti, da parte della critica ufficiale, la pittrice autodidatta, mistica, “primitiva”, sconosciuta al grande pubblico, che “contrapponeva i lavori neri” diurni” a quelli “colorati” notturni, è così salita agli onori della popolarità con un’importante retrospettiva al museo Maillol, un film, diretto da Marcel Provost, che ha vinto 7 premi César (Oscar di Francia), e con due biografie: “Dalla pittura alla follia” di Alain Vircondelet e “Séraphine la vita sognata” di Françoise Cloarec.

Dopo due anni, si comincia a conoscerla anche in Italia con il film di Provost, interpretato dalla stupefacente Yolande Moreau, e grazie al libro della Cloarec, edito da Archinto.

Per quanti non hanno avuto la fortuna di ammirare la mostra parigina, c’è sempre la possibilità di vedere le opere di questa artista davvero unica nel suo genere al Musée d’Art e de l’Archéologie a Senlis, dove è custodita una sua raccolta. La cornice è suggestiva. I luoghi dove Séraphine ha vissuto e creato sono quelli di un’antica città d’arte, già dimora dei Re di Francia, circondata da cinte murarie e boschi secolari. Su tutto domina la maestosa cattedrale gotica del XII secolo. Séraphine era una assidua frequentatrice della chiesa. Il suo misticismo profondo si alimentava nella contemplazione delle sfolgoranti vetrate medievali, traendo l’ispirazione per i suoi colori fluidi e smaglianti.

E’ arduo guardare una tela di Séraphine. Non ci sono spazi vuoti, mai figure umane, animali, oggetti. Solo intrecci indissolubili, intriganti, segreti, di fiori, frutti, rami e foglie, che sembrano piume di pavoni, mentre l’occhio si perde tra le mille sfumature dei verdi, turchesi, gialli, rossi, azzurri, tracce di bianco e profili di nero. Una trama segreta impastata di felicità e follia. Si sprofonda in un mondo della natura sconosciuto, una botanica speciale, tutta sua. Gli alberi mostrano le loro radici, che sembrano serpeggiare dal nulla, e all’apparente aspetto minaccioso si contrappongono i loro significati più veri di “Alberi della vita”. I frutti (mele, limoni, ciliegie, melograni) hanno una corposità così evidente,che viene l’istinto di accarezzarli. Fra i riccioli di bacche e petali, si mimetizza la firma di Séraphine, quasi un prolungamento della pittura. Autoconsapevolezza della sua arte, che difendeva con determinazione dallo scherno, che spesso subiva dai notabili benpensanti e dalle beghine per la sua personalità bizzarra e la “pretesa” di elevarsi dalla condizione di “serva senza famiglia”, per acquisire una dignità di artista.

Si sa che questa donna semplice, rude, ma buona e generosa, poco attraente, il viso e il corpo segnati dalle fatiche fin da bambina, non ha mai vissuto la tenerezza e la passione di un amore. Eppure le sue tele trasudano una sensualità e una carnalità dirompenti. L’arte di Séraphine non è semplicemente immediatezza e istinto; la scelta dei colori, delle composizioni delle forme, sono frutto di un’alchimia voluta. E sono i colori a catturare occhi e cuore, frutto di una miscela segreta, “alla mia maniera” diceva: un miscuglio composto di smalti, vernici fluide, manciate di terra, sangue di animali, “olio santo” dei lumini della chiesa, arbusti e frutti. E sarà proprio l’intensità e la particolarità dei colori, la felicità che esprimevano, a colpire lo sguardo competente di Wilhelm Uhde, raffinato critico e collezionista d’arte tedesco, trapiantato a Parigi (già scopritore di Picasso, Braque, Rousseau “il doganiere”, Derain, Vivin e Bombois), che nella primavera del 1912 si trovava in vacanza a Senlis. Avviene allora che i destini di due anima solitarie, due spiriti liberi, due “non omologati”, si intreccino e con loro si incontrino due mondi: quello umile di Séraphine che vive da sempre in casa d’altri, espropriata di una propria vita privata, e quello aristocratico di Uhde, immerso nell’effervescente mondo artistico parigino, ma riservato e geloso delle sue scelte omosessuali.

Il film di Provost tratteggia con delicatezza il singolare incontro tra i due. Quasi per caso, Uhde (il bravo attore Ulrich Tukur) scopre che la sua domestica a ore, silenziosa e premurosa, quanto rustica, che al posto dell’abituale tazza di tè gli offre complice un goccio del suo vinello, è l’autrice di un luminoso quadretto, lasciato su una sedia. Una regia sobria e in punta di piedi. Un gioco di specchi, che si sovrappongono per ricreare una sinfonia di immagini fra le scene di quotidiana normalità di Séraphine, che sbriga le faccende, ruba il sangue nella macelleria o la cera in chiesa per rendere “più vivi” i suoi colori, che si arrampica sugli alberi e nuda nuota nel fiume; e quelle di straordinaria creatività quando, nottetempo, alchimista prepara nelle ciotole le tinte e dipinge in ginocchio sul pavimento aiutandosi spesso con le dita.

La Moreau “vive” non interpreta solo Séraphine (la camminata strascicata ma veloce, gli abbracci improvvisi ai tronchi d’albero, l’empatia con la natura), alterna grazia a ruvidezza, goffaggine a frivolezza con straordinaria sensibilità. Il precario equilibrio di Séraphine si infrange quando per la seconda volta si ritrova senza il sostegno del suo “Pigmalione”, costretto dalla guerra ad abbandonare la sua attività. L’indifferenza alle cose materiali e la spiritualità, che erano stati gli elementi ispiratori della sua arte, finiscono col separarla sempre più dalla realtà, la conducono al delirio. Il “lato oscuro” della mente spense così la luce intensa della sua pittura. Séraphine muore nel dicembre del 1942, a 78 anni, in piena occupazione nazista, dopo 10 anni di internamento nel manicomio, e viene sepolta in un’anonima fossa comune. Guardando i suoi quadri viene da chiedersi se la “follia” di Séraphine, che la fece piombare nella notte buia di una “sepolta viva”, sia stato il passaggio obbligato per arrivare a quei capolavori. Se il film di Provost si chiude con un’immagine quasi consolatoria, Séraphine sospesa fra sogno e realtà in una asettica stanzetta d’ospedale, davanti ad un giardino, nella realtà segregata là dentro scriveva: “sono troppo vecchia..non si fa arte in questi posti…non è il mio genere di professione né di carattere…la pittura è scomparsa nella notte”. E prima di morire, quando le restrizioni rendono inumane le condizioni dei degenti, riuscirà solo a scrivere: “ho fame…”.

Aprileonline.info

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