Dalla rassegna stampa Cinema

Julianne Moore: il futuro è delle famiglie gay

Vivremmo meglio senza giudicare razza, sesso e religione” – E’ l’idolo del cinema Usa libero e indipendente, l’attrice che piace agli uomini ma anche, e molto, alle donne, la diva perfetta nelle commedie brillanti e nei kolossal…

Da La Repubblica

Donne in amore

Scontro tra sessi – Uomini: in famiglia non servono più

Successo per “I ragazzi stanno bene” con Julianne Moore e Annette Bening nei panni di due lesbiche con figli. “Ma non vogliamo mortificare i maschi”
Moore: Non cerchiamo risposte a problemi come lo scontro fra i sessi, è una commedia in cui si parla di amore senza categorie

MARIA PIA FUSCO
ROMA
Non è stato facile trovare un produttore per I ragazzi stanno bene. «Tutti trovavano divertente la sceneggiatura, ma li spaventava tanto l´idea di un film su due madri lesbiche che vivono felici e contente con due figli», ricorda Julianne Moore che nel film è Jules, una delle madri. L´altra è Annette Bening, Nic. «Invece è stato facile identificarci nei ruoli. Interpretiamo una coppia che si ama dai tempi del college, è un lungo matrimonio. Annette ed io siamo entrambe sposate da anni, abbiamo figli, ci siamo ispirate alla nostra esperienza».
Julianne Moore, nome d´arte di Julie Ann Smith, 49 magnifici anni, è a Roma per presentare il film – uscirà a febbraio con Lucky Red – e per ricevere un premio alla carriera che Paolo Sorrentino le ha consegnato ieri sera. Straordinaria interprete di tanti film indipendenti, più volte candidata all´Oscar, dopo una lunga gavetta off Broadway e in tv, è emersa in film come America oggi, Safe, Magnolia, fino ad imporsi da protagonista: «Ho cominciato tardi, sono stata fortunata. Avere il lavoro e anche la famiglia è tutto ciò che desideravo».
I ragazzi stanno bene nasce da una vicenda personale della regista Lisa Cholodenko, ma «negli Usa famiglie simili non sono una rarità. I miei figli hanno compagni di scuola che hanno due madri o due padri. E da uno studio che ha monitorato per anni figli di coppie omosessuali risulta che non hanno problemi psicologici né di inserimento nella società. La realtà è che i bambini hanno solo bisogno di essere amati». A spezzare l´armonia arriva il maschio, Paul, il donatore di sperma (Mark Ruffalo), che accende in Jules la curiosità per un´esperienza etero. «Ma non è un tradimento, non mette in discussione l´unione con Nic. Ha un momento di fragilità, ha problemi con il lavoro, ha discusso con Nic, in Paul trova la rassicurazione di cui ha bisogno. Le piccole crisi sono normali in ogni coppia, si superano con l´elasticità e la tolleranza che si imparano in lunghe convivenze».
Come al Festival di Berlino, anche a Roma l´idea che un uomo possa servire solo come donatore di sperma tocca la suscettibilità di parte del pubblico maschile. «Nessuno vuole mortificare i maschi, il tema è la famiglia che le due donne hanno costruito dedicando tempo e amore. Vale molto di più di un padre biologico. Se Paul vuole una famiglia se la costruisca. E poi I ragazzi stanno bene è soltanto un film, una commedia, non cerca risposte a problemi grandi come lo scontro tra i sessi». In un futuro che «spero non tanto lontano una famiglia come questa non dovrebbe più scandalizzare nessuno. Purtroppo abbiamo bisogno di dividere le persone in categorie, per nascita, razza, religione, sessualità e diffidiamo del diverso da noi. L´intolleranza si vince con la conoscenza. Che importa se un vicino di casa è gay ma frequentandolo ci troviamo bene con lui? Per me è molto divertente sentire i miei figli che giocando si chiedono “io da grande sposerò un uomo o una donna?”».

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Si ride, si piange e si ammira la grandezza di due attrici straordinarie

Annette & Julianne la fatica di essere genitori

CURZIO MALTESE

I ragazzi stanno bene è diventato subito un caso politico. Il giorno dell´esordio italiano, al Festival del cinema, ha coinciso con l´esternazione omofoba di Berlusconi. Con il senso dell´umorismo per il quale il mondo ci commisera, il premier ha detto che è meglio guardare le ragazze – nel suo caso quasi bambine – piuttosto che essere omosessuali. «Una bella idiozia» ha commentato di cuore Julianne Moore. Questo anche per dire del clima culturale terzomondista in cui capita in Italia la bella commedia di Lisa Cholodenko, incentrata sulla storia di una famiglia formata da due mamme lesbiche e due figli adolescenti concepiti attraverso l´inseminazione. Una famiglia impossibile da noi, ma da tempo legale negli Stati Uniti, dove la gente è strana e si scandalizza di più se un politico frequenta giri di prostituzione minorile.
I problemi cominciano nel film quando i ragazzi vogliono conoscere il padre biologico, un seducente e simpaticissimo Mark Ruffalo. La trama riserva qualche sorpresa e quindi non è il caso di rovinare la visione. Il film, a bassissimo costo, è stato uno dei più applauditi all´ultimo Festival di Berlino ed è diventato uno dei fenomeni d´incassi in estate negli Stati Uniti. In realtà, se si superano i pregiudizi, la famiglia raccontata è non solo piuttosto normale, ma anche molto tradizionale, una vera famiglia americana d´una volta, perfino un po´ puritana. Questo moltiplica l´effetto prima comico e poi drammatico dell´intrusione dell´anarcoide Paul che scatena l´Edipo della figlia, la talentuosa Mia Wasikowska già ammirata nell´Alice di Tim Burton, e l´emulazione del maschio, Josh Hutcherson.
Mark Ruffalo è molto bravo a dipingere una figura di padre mancato, un quarantenne bello e fascinoso, gestore di un ristorante biologico molto californiano. In teoria, il padre ideale che tutti vorrebbero avere. In pratica, il fratello maggiore simpatico e casinista che i maschi delle ultime generazioni finiscono per incarnare. I ragazzi stanno bene più che una «commedia gay» è un bel film sulla difficoltà di essere genitori e figli. Ed è un film sulle mille strade dell´amore. Si ride, si piange. E si ammira la grandezza di due attrici straordinarie come Annette Bening e Julianne Moore, talmente brave e raffinate nel rendere il ruolo di una coppia lesbica da domandarsi come mai finora abbia recitato soltanto ruoli etero. Sono naturalmente già candidate all´Oscar dalla stampa americana e per la verità lo meriterebbero entrambe.

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Da La Stampa

Julianne Moore: il futuro è delle famiglie gay

Vivremmo meglio senza giudicare razza, sesso e religione

ROMA – E’ l’idolo del cinema Usa libero e indipendente, l’attrice che piace agli uomini ma anche, e molto, alle donne, la diva perfetta nelle commedie brillanti e nei kolossal horror come Hannibal, la signora alle soglie dei 50 (li compie tra un mese) che è riuscita a viaggiare felicemente sul doppio binario di famiglia e carriera. Del suo curriculum fanno parte premi importanti e diverse candidature agli Oscar, nel 2002 ne ha ricevute due nella stessa stagione, per Lontano dal paradiso di Todd Haynes e per The hours di Stephen Daldry. Ieri al Festival Julianne Moore ha ricevuto dalle mani di Paolo Sorrentino il Premio Marc’Aurelio che nelle scorse edizioni era andato a Sean Connery, Sofia Loren, Al Pacino, Meryl Streep. Nei Ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko (sui nostri schermi a febbraio distribuito da Lucky Red) è la compagna di Annette Bening, una coppia longeva e felice, messa in crisi dall’imprevista apparizione di Paul, padre biologico dei due figli concepiti grazie all’inseminazione artificiale. Il tema è all’ordine del giorno e l’ultima battuta del premier Berlusconi («è meglio essere appassionati di belle ragazze che gay») offre all’attrice l’occasione di una replica quieta ma netta: «E’ un vero peccato che si dicano cose del genere, nel rifiutare l’atteggiamento sessuale delle persone c’è qualcosa di arcaico e anche di idiota. Grandissimi personaggi della storia sono gay, quella frase è imbarazzante e infelice».
La realtà delle famiglie gay è sempre più diffusa, secondo lei in che cosa questi nuclei sono meglio o peggio di quelli tradizionali?
«I miei figli vanno a scuola a New York e hanno tanti compagni con due mamme o due papà. Di recente è stato pubblicato sul New York Times uno studio su famiglie gay, monitorate per vent’anni. Risultato? I ragazzi hanno ricevuto un’ottima educazione, sono ben inseriti nel sociale e nel mondo del lavoro. Insomma, come vediamo nel film, l’importante non è il sesso dei genitori, ma l’amore che riescono a dare ai loro figli».
Il film dice anche che gli equilibri di una famiglia gay sono identici a quelli di una famiglia etero. Il suo personaggio, Jules, tradisce in un momento di confusione e infelicità.
«Si, Jules attraversa una fase in cui fatica a esprimere se stessa, quando incontra Paul ha la sensazione di ricevere quel riconoscimento che le mancava. Sono cose che succedono, le persone non hanno sempre le idee chiare».
Alla fine il nucleo si ricompone, la famiglia, di qualunque tipo sia, è sempre importante. La pensa così anche lei?
«Certo, noi esseri umani tendiamo sempre a dividere la realtà in categorie, ma sarebbe molto meglio non farlo. Oltre a divenatre più tolleranti, potremmo imparare a conoscere persone diverse da noi e capire che questa diversità non esiste».
In questi anni è riuscita a costruirsi un percorso professionale scintillante e anche a tenere in piedi la famiglia. Come ha fatto?
«Non è una realtà scontata, mi sento per estremamente fortunata per questo, nella vita si ha bisogno di tutte e due le cose, affetto e realizzazione nel lavoro».
Quando ha capito di essere diventata una star?
«La mia è una storia particolare, la vera carriera è iniziata tardi, a 32 anni, prima avevo fatto tanta tv e tanto teatro off Broadway, poi, negli Anni 90, sono stata scoperta dal cinema quasi per caso. Dopo America oggi di Robert Altman, mi è capitato di girare tanti film e di incrociare la mia strada con quella del cinema indipendente statunitense. Adesso continuano a chiedermi fino a quando andrò avanti, ma la questione dell’età è un problema per i media, non per me».
E’ un’attrice che si prepara molto oppure no?
«A me piace fare e basta, ma c’è anche gente che, al contrario, preferisce provare molto prima di girare, sul set le esigenze possono essere differenti, ma non è un problema».

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da Il Gazzettino

Julianne Moore premiata

Premiata ieri al Festival di Roma per mano di Paolo Sorrentino col Marc’Aurelio alla carriera (in… corso, ha solo 49 anni) Julianne Moore, notevole attrice americana – 4 candidature Oscar di cui due nel 2002 per ‘Lontano dal Paradiso’ e ‘The hours’- è la più giovane star a ricevere il riconoscimento capitolino dopo Connery, Loren, Pacino, Streep. Elegantemente trasgressiva, capelli rossi e occhi verdi, la Moore parla del film fuori concorso ‘I ragazzi stanno bene’ di Lisa Cholodenko, commedia con lati drammatici sulle famiglie di fatto, già lo scorso febbraio a Berlino e a febbraio 2011 nelle nostre sale.
Film che in parte riflette la vita della regista sposata – in California si può – con un’altra donna, nucleo in fondo classico dati i caratteri in cui entrambe le donne (interpretate bene da Annette Bening più maschile e perfezionista e dalla Moore più fragile e insoddisfatta) grazie a un unico anonimo donatore di seme. Tale regime matrimoniale è scosso dall’idea di uno dei due figli adolescenti delle donne di scovare il loro padre biologico (Mark Ruffalo) evento che ridefinisce anche paradossalmente i rapporti.
La Julianne non è al suo primo personaggio gay: «La sfida era nel dare verità al personaggio, non necessitavo di ricerche sul campo perché ho molta esperienza di coppia e da genitore; il film inquadra chi sta insieme da tempo con figli che crescono e crisi che si presentano. Ogni tipo di famiglia è impegno comune a lungo termine fra sbandamenti e perdoni. Il film è anche elogio del matrimonio in sé».
In Italia tali famiglie sono legalmente tabù: «Negli Stati Uniti aumentano, il futuro spero sia con matrimoni i più… diversi: a New York nelle scuole dei miei figli non pochi hanno due mamme o due papà. Secondo una ricerca letta sul New York Times questo contesto educativo dà in genere figli sereni».
La Moore è a Roma proprio nel giorno della battuta di Berlusconi che dichiara “meglio guardare le ragazze che essere gay”. Lapidaria l’attrice: «Affermare che è male essere gay, dopo tutti i grandi omosessuali della Storia, è arcaico, idiota e imbarazzante».

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da La Gazzetta del Sud

Julianne Moore: coppie gay? È normale Ieri sera è stata premiata da Paolo Sorrentino con il “Marc’Aurelio d’oro” per la recitazione

Beatrice Bertuccioli

Roma – Il film che presenta al Festival Internazionale del film di Roma, “I ragazzi stanno bene”, parla della normalità di una famiglia formata da una coppia lesbica e dai loro due figli, un ragazzo e una ragazza che hanno concepito con lo sperma dello stesso donatore.
«Negli Stati Uniti è una famiglia come le altre. Non c’è nessuna differenza», assicura Julianne Moore, la star americana che ieri sera ha ricevuto dalle mani di Paolo Sorrentino il Marc’Aurelio d’oro per la recitazione. Quando le viene riferito che il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha detto «meglio guardare le donne che essere gay», l’attrice commenta decisa. «È imbarazzante che si continui a parlare in questo modo degli omosessuali. Viviamo in un’epoca in cui è ormai chiaro che l’orientamento sessuale ha una natura biologica. Ognuno è quello che è. Si sa che ci sono stati grandi personaggi storici omosessuali e che esistono tante famiglie felici con coppie dello stesso sesso. Che si continui a dire che è un male, è davvero imbarazzante».
Julianne Moore è protagonista con Annette Bening del film che racconta dei contraccolpi che produce sulla vita familiare, la conoscenza del padre biologico dei due adolescenti, figli della coppia lesbica.
Scritto e diretto da Lisa Cholodenko, “I ragazzi stanno bene”, presentato al Festival fuori concorso, sarà nei cinema italiani a febbraio.
Julianne Moore, una famiglia come quella del film è davvero un fatto normale negli Stati Uniti?
«Negli Stati Uniti ci sono sempre più famiglie di questo tipo. I miei figli vanno a scuola a New York e molti loro compagni hanno genitori dello stesso sesso. Di recente il New York Times ha pubblicato uno studio, il primo del genere, sulle famiglie omosessuali in questi ultimi vent’anni. Si è visto come si tratti di famiglie straordinarie con figli altrettanto straordinari: ragazzi equilibrati e perfettamente inseriti. Ciò che serve ai figli è essere amati e accompagnati nel loro percorso di crescita: che a farlo siano due persone di sesso diverso o dello stesso sesso, non ha importanza».
Nessun problema?
«Quelli di qualsiasi altra coppia e famiglia. Come, del resto, mostra anche il film. I problemi di una coppia sposata da molti anni e con i figli adolescenti che stanno per lasciare la casa. Il mio personaggio è in crisi perché non si sente abbastanza apprezzata dalla compagna e perché, dopo essersi dedicata per diociotto anni ai figli, ora che loro sono grandi, non sa più qual è il suo ruolo».
Insomma, il sesso non c’entra?
«Dopo un po’ che si segue il film, ci si dimentica anche che stiamo parlando di una coppia lesbica. E è così anche nella vita. Io con i miei figli faccio un gioco da tavolo che si chiama “Il gioco della vita” in cui, tra le varie domande, c’è anche quella “chi sposerò da grande? un ragazzo o una ragazza?”. Niente di strano, lo considerano un fatto normale».
Il film contiene elementi autobiografici, della vita della regista?
«In effetti, proprio mentre stava scrivendo la sceneggiatura, Lisa parlava con la sua compagna di utilizzare un donatore per avere un figlio».
Il 3 dicembre compirà cinquant’anni. Bilanci?
«La mia carriera è iniziata tardi, dopo i trent’anni. Prima ho fatto televisione e teatro nell’off Broadway. Poi, verso il ’92, sono usciti uno dopo l’altro tre film: “America oggi” di Altman, “Vanya sulla 42esima strada” e “Safe”. Prima non ci avevo mai nemmeno pensato, ma dal quel momento è iniziata la mia carriera, fatta anche di molte esperienze nel cinema indipendente. E spero di continuare cosìanche nella vita. Ciò di cui ognuno di noi ha davvero bisogno, è lavoro e amore».

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da Il Tempo

Il film di Moore «Ecco la famiglia lesbo e felice»

di DINA D’ISA

Prima il film scandalo sulla storia lesbica di due madri che hanno due figli dallo stesso padre biologico («The kids are all right» di Lisa Cholodenko) e poi il Premio Marc’Aurelio alla carriera, ricevuto dalla mani del regista Paolo Sorrentino.

Così, Julianne Moore, la bella diva hollywoodiana di «America oggi» ha scaldato ieri le sale dell’Auditorium. In Usa, le coppie gay che convivono e hanno bambini non sono affatto rare ed ecco che la pellicola (fuori concorso) al Festival di Roma mette in primo piano la vita di Nic (Annette Bening) e Jules (Moore), da anni ordinaria coppia di fatto, con casa, cane e due figli adolescenti, che hanno per padre lo stesso sconosciuto donatore di sperma. Saranno proprio i ragazzi a voler sapere il nome di quell’uomo che li ha generati e conosceranno così Paul (Mark Ruffalo), ristoratore bravo negli affari ma senza voglia di assumersi alcuna responsabilità. Però, la sua presenza nella collaudata famiglia lesbo provocherà non pochi squilibri, causando persino il tradimento della fragile Jules, che sarà da lui sedotta. «Far parte di una famiglia gay a New York non è poi così strano, oggi coppie come quella raccontata nel film sono abbastanza normali e forse questo sarà sempre più frequente in futuro – ha azzardato l’attrice con disinvoltura – In fondo, recenti studi hanno mostrato che questo genere di famiglie funziona benissimo e i figli sono educati bene. Spero che nei prossimi decenni non ci saranno più intolleranze nei confronti delle scelte sessuali delle persone né sulla loro religione. Credo sia un commento arcaico e infelice pensarla diversamente», ha sottolineato Moore quando una giornalista le ha riferito una battuta fatta dal presidente del Consiglio proprio ieri mattina (“meglio guardare le donne che essere gay”). Riguardo alla paternità assente, nel film e spesso anche nella realtà, la diva ha aggiunto che «veri genitori sono coloro che crescono i propri figli, non basta generarli biologicamente per identificarsi come padri. Un altro tabù che dovrebbe essere abbattuto è quello riguardante l’età. Il prossimo 3 dicembre compirò 50 anni e, da quando ne ho 30, la gente mi chiede cosa avrei fatto quando sarebbe finita la mia carriera».

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da L’Arena

FESTIVAL DI ROMA. La star americana premiata con il “Marco Aurelio”

Julianne Moore: «Berlusconi sui gay è arcaico»

«Meglio guardare le ragazze»: frase «imbarazzante» del premier, dice l’attrice, il cui film racconta la vita di una coppia omosessuale

La superstar del Festival di Roma, Julianne Moore, protagonista del film I ragazzi stanno bene, su una famiglia con genitori omosessuali, rabbrividisce quando qualcuno le riferisce che il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi ha affermato: «Meglio guardare le donne che essere gay». Commenta l’attrice: «Penso che sia un commento arcaico, infelice, idiota. Credo che questo atteggiamento sia imbarazzante».
Raggiante, l’atrice presenta il film I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko, fuori concorso al Festival di Roma e che sarà distribuito da Lucky Red a febbraio 2011. «Far parte di una famiglia gay a New York non è poi così strano, oggi coppie simili sono abbastanza normali. Io stessa con i miei figli faccio un gioco molto noto che si chiama “Il gioco delle vità” in cui loro dicono: “chi sposo, un ragazzo o una ragazza?” E questo perché sono abituati a vedere coppie composte da due donne o da due uomini. Anzi», ha ribadito l’attrice, che nel film fa il ruolo di Nic, sposata con Jules, (Annette Bening) e con due figli avuti dallo stesso donatore di sperma, «credo che questo sia il futuro».
Sempre sul tema della tolleranza ha detto poi la Moore delle coppie omosessuali: «Sono in genere famiglie che funzionano benissimo e i cui figli sono educati bene. Dunque nessun problema».
Riguardo al suo prossimo compleanno il 3 dicembre, in cui compirà 50 anni, la Moore, vestita con una semplice maglietta rossa e una gonna color ruggine, spiega con grande serenità: «Ho cominciato la mia carriera cinematografica tardi, a 32 anni, e così per tutta la mia carriera mi hanno chiesto quando sarebbe finita. Il problema dell’età è un problema montato dai media. Invece non c’è problema, io ho un buon lavoro e una bella famiglia e per questo sono davvero grata».
L’attrice, che ha ricevuto il premio Marco Aurelio dell’attore del Festival di Roma dalla mani di Paolo Sorrentino, dice che in fondo questo film, nonostante l’originalità, è «una meditazione su cosa significa essere una famiglia. Quella di Jules e Nic, alla fine è una famiglia piuttosto normale e dopo un po’ che si guarda il film ci si dimentica che la coppia è composta da due donne».
Comunque è chiaro, spiega la Moore sull’intrusione del donatore di seme (Mark Ruffalo) nella famiglia gay «qualsiasi scelta si faccia, lui è solo il genitore biologico, ma non ha cresciuto i figli. Quello ti rende davvero genitore».
Riguardo alla svolta nella sua carriera dopo venti anni di tv e teatro off-Brodway, l’attrice afferma: «Non me ne sono accorta neppure io, ma a un certo punto dopo tre film fatti quasi in contemporanea agli inizi degli anni Novanta», e cioè America oggi, Vanya sulla 42a Strada e Safe, «mi sono ritrovata all’improvviso ad avere una carriera cinematografica e ho incrociato la strada del cinema indipendente».

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da Corriere della Sera

Giuseppina Manin

Julianne Moore: «Giudizio arcaico»

ROMA — «Ha detto davvero così? Mi sembra un giudizio arcaico, idiota, infelice, imbarazzante». Un po’ incredula Julianne Moore (foto sopra) ribatte così quando le riferiscono la battuta mattutina di Berlusconi. Battuta che risuona quanto mai stonata dopo il film che l’attrice americana ha appena presentato al Festival di Roma, «I ragazzi stanno tutti bene», scene da un matrimonio di una coppia lesbica, con figli, in un Paese dove nessuno, tanto meno un premier, si sognerebbe mai di pronunciare, neanche per scherzo, frasi del genere. «Viviamo un’epoca in cui è assodato che l’orientamento sessuale dipende dalla tua biologia — prosegue —. Siamo quel che siamo. Nessuno ha il diritto di dire cosa sia giusto, cosa sia meglio. Molti artisti, molte grandi personalità della storia erano gay… Sostenere ancora che essere omosessuali è un male, significa essere fuori dal tempo». Anche perché, sostiene, la famiglia del futuro sarà «non convenzionale, aperta a più combinazioni. Due madri, due padri, coppia mista…» Omo, etero, poco conta. «L’importante è amare e dare tempo ai tuoi figli, giorno dopo giorno. Questo vuol dire essere genitori, al di là del sesso. Classificare non aiuta a capire. Dobbiamo imparare a dividere meno le cose per categorie: per razza, genere, religione… Siamo tutti esseri umani». Lontana dal Festival, un’altra signora dello schermo, Catherine Deneuve, in un’intervista su «A» oggi in edicola, loda Veronica Lario: «Mi piace perché si è rifiutata di essere trattata da bella statuina», dice Deneuve protagonista di un film, «Potiche», che significa proprio «Bella statuina». «Purtroppo — aggiunge — gli uomini di potere hanno bisogno di “potiche” per far lievitare il loro ego». E Carla Bruni? «È una bella statuina quando dice “mon marì, mon marì”. Non lo era quando si è schierata per Sakineh».
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Giuseppina Manin

«Famiglie gay, etero e padri in provetta? Sono solo dettagli…» Insolito ménage lesbico per Julianne Moore
Certo che festeggerò i miei imminenti cinquant’anni: ne sono fiera e felice. Mi sento realizzata come moglie, madre e attrice

ROMA — Moglie di collaudata esperienza, tre compagni alle spalle, l’ultimo anche padre dei suoi due figli, Julianne Moore, superstar dai capelli rossi al Festival, ieri premiata con il Marc’Aurelio dal regista Paolo Sorrentino, racconta del suo quarto matrimonio. Con la deliziosa Annette Bening, suo «marito» Nic, in jeans e camice da chirurgo, mentre lei, la morbida Jules, sta in casa, cura i loro bambini e coltiva l’arte del giardinaggio. Succede in I ragazzi stanno bene, commedia intelligente di Lisa Cholodenko sulla vita coniugale di una coppia lesbica, il gioco dei ruoli, il rapporto con i figli e con un padre biologico che, a sorpresa, s’inserisce nel ménage.

Julianne Moore, 50 anni il 3 dicembre, a Roma è stata premiata con il Marc’Aurelio; qui sopra l’attrice con Annette Bening, 52 anni, sua compagna di vita nel film «I ragazzi stanno bene», diretto da Lisa Cholodenko

Ménage insolito, come si è preparata? «Perché insolito? Negli Stati Uniti le coppie di genitori omosessuali sono una realtà sempre più frequente e normale. Nella scuola che frequentano i miei figli a New York, ci sono bambini con due mamme, altri con due papà… Bambini sereni, equilibrati, come ha dimostrato un recente studio, pubblicato dal New York Times, che ha seguito i figli di queste nuove famiglie per 20 anni concludendo che sono spesso più maturi e socialmente meglio inseriti degli altri».

In questo senso, assicura, non ha dovuto fare particolari training per prepararsi al ruolo. «Sulla famiglia e i suoi meccanismi sono piuttosto preparata. Che sia declinata al maschile, al femminile, o mista, sono solo dettagli. Una delle tante combinazioni possibili. Un po’ come in “The Game of Life”, il gioco di ruolo che spesso faccio con i miei figli, dove ciascuno può scegliere di volta in volta un partner del suo sesso o dell’altro, sperimentando le relative conseguenze. Un gioco molto istruttivo».
Sembra strano a Julianne che da queste parti le cose non stiano proprio così. Quando le riferiscono dell’ultima battuta di Berlusconi («Meglio le belle ragazze che essere gay»), ribatte secca: «Mi sembra un commento arcaico, infelice e imbarazzante». E aggiunge: «Ciascuno è quel che si sente, alcuni dei personaggi più celebri della storia erano gay. Sostenere oggi che l’omosessualità sia un male è fuori dal tempo».

La storia della regista rispecchia a grandi linee quella del film: Cholodenko vive con una donna, ha fatto un figlio con la fecondazione artificiale, ha scritto il copione con uno sceneggiatore ex donatore di sperma. Un atto meccanico, eppure i figli di Nic e Jules sentono il bisogno di conoscere quel padre biologico. «E’ il ragazzino a chiederlo. E’ comprensibile che voglia confrontarsi con una figura maschile così vaga e misteriosa. E Paul a sua volta è curioso di sapere chi sono i ragazzi nati dal suo seme».

Se non fosse che Paul è attratto da Jules e viceversa. Un tradimento che mette a rischio l’unione tra le due donne. «I meccanismi della coppia, omo o etero che sia, sono gli stessi: l’amore che con il tempo diventa consuetudine, il desiderio che scolora, l’attrazione per qualcun altro… Bisogna capire perché si tradisce. In una famiglia con due mamme, Jules si sente confinata in quella di fatto. Adesso che i figli sono cresciuti, la più grande va al college, lei si sente sperduta, la sua identità va in crisi. Paul sembra riconoscerle meriti che Nic ha un po’ trascurato».

Perché mentre le scene di sesso tra Jules e Paul sono esplicite, quelle tra Jules e Nic sono nascoste, sotto le coperte, con un filmetto porno e il ronzio di un vibratore? «Perché così è il sesso nel matrimonio dopo tanti anni. Succede in ogni tipo di coppia. Quando incontri un nuovo amante, l’eros riesplode prepotente, esplicito». Il 3 dicembre compirà 50 anni: festeggerà? «Come no? Questa storia dell’età è un incubo solo perché i media insistono e peggiorano le cose. Sono fiera e felice dei miei anni. Mi sento realizzata come moglie, madre e attrice».

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da La Sicilia

Moore mamma lesbo in crisi
«La famiglia gay? E’ il futuro»
Il sesso. «Non conta, l’importante è che vogliano bene ai figli»

Roma. Il matrimonio? E’ una maratona. Faticoso allo stesso modo, non tutti ce la fanno ma chi ce la fa deve cambiare più di una volta strada facendo. E poi che sia un matrimonio tra un uomo e una donna, tra due donne o tra due uomini non conta nulla. O, almeno, ne è certa Julienne Moore che a spada sguainata difende la sua coppia di mamme lesbiche del film di Lisa Cholodenko, appena presentato al Festival, The kids are all right e lo difende in nome della normalità.
Che cosa significa? Lei lo dice così: «Che non fa differenza il sesso. e coppie gay con figli? L’importante è vogliano bene ai figli, non importa che siano due padri o due madri. Il film parla delle difficoltà di un matrimonio che dura da un paio di decenni , difficoltà emotive ma anche sessuali e lo tratta a prescindere dal tema gay, io stessa ho avuto questo approccio nell’interpretare una delle due protagoniste e sono da sempre una convinta sostenitrice non della tolleranza ma della normalità gay. Ognuno nasce diverso dagli altri, ognuno è quello che è e c’è spazio per tutti. Con i miei figli gioco alle famiglie anche composte da gay e penso che il futuro sia in questa mescolanza».
Come si può, allora, con una tale focosissima premessa, non domandarle che cosa pensa dell’ultima battuta del nostro premier per cui «è meglio andare con le donne piuttosto che essere gay»?
Lei resta un attimo interdetta. Poi procede: «Sono valutazioni arcaiche, vergognose e imbarazzanti. La storia ci ha mostrato che erano gay anche grandi uomini e molti studi dimostrano che i figli allevati da genitori gay vivono benissimo e in grande equilibrio. Quindi penso si tratti di parole davvero stupide e imbarazzanti».
Dunque correte a vedere questo tragicomico girotondo di mamme lesbiche senza paura. Di donne senza compagni pronte a diventare mamme, magari con lo sperma di un donatore che può sempre ricomparire se qualcuno dei figli lo chiama in causa e che ricompare all’orizzonte col fisico rudemente sexy di Mark Ruffalo. Vedrete delle mamme di famiglie normali anche se in situazioni decisamente anormali.
Julienne Moore al fianco di Annette Bening, a litigare, amare, sbagliare e difendere la battaglia di queste mamme contro tutto e tutti. Storia lineare ma battaglia su ogni fronte. Storia di Nic, dottoressa, e di Jules, architetto. Sono due donne e si amano, anche se il loro rapporto mostra le crepe del tempo. Sono due donne e ciascuna con un figlio, avuto con l’inseminazione artificiale ma dallo stesso donatore. Sono due donne e dentro una quotidianità borghese come tante, almeno sino al momento in cui la figlia maggiore arriva alla tappa dei suoi diciotto anni e si mette in testa di cercare il suo padre biologico. Allora tutto cambia.
Ma ciò che più conta è ciò su cui il film zooma e non solo gli angoli e gli spigoli più eclatanti della storia. Come dice la Moore: «Non so che cosa farei io in una situazione del genere, non so se vorrei conoscere il padre biologico dei miei figli, non credo che ci andrei a letto ma ciò che conta non è neppure il tradimento (perché nella vita c’è anche spazio per l’ambiguità e il perdono) ma il fatto che il film non si focalizza solo su che cosa significhi crescere in una famiglia con due mamme lesbiche. Certo ce lo racconta ma con naturalezza, così come un’esperienza del genere andrebbe comunque affrontata da chi decide di viverla, cioè senza paura. E il punto è altrove. Raccontando una famiglia con due mamme è facile sottolineare il fatto fondamentale che ciascuno, e in ogni genere di famiglia, deve trovare la propria strada ma anche capire e dare attenzione ai bisogni degli altri, che possono essere diversissimi dai nostri ma che vanno comunque rispettati».
Così l’attrice che, per prepararsi al ruolo, è partita «proprio dall’esperienza dei figli nella nostra vita reale, così come ha fatto Annette Bening, nel senso che l’esperienza della maternità non cambia a seconda della predisposizione sessuale del genitore. Per questo credo che il film tocchi corde del tutto universali». Riguardo al suo prossimo compleanno il 3 dicembre, in cui compirà 50 anni, la Moore, vestita con una maglietta rossa e una gonna ruggine, ha detto: «A me non importa, ho 49 anni, la mia carriera è partita tardi a 32 con film indipendenti e così per tutta la mia carriera mi hanno chiesto quando sarebbe finita. Il problema dell’età è un problema più montato dai media. Io non mi pongo nessun problema di tempo o di fermate o di vecchiaia .Se lo pongono gli altri».

SILVIA DI PAOLA

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da Il Messaggero

Julianne Moore trasmette allegria allo stato puro

di ROBERTA BOTTARI

ELEGANTISSIMA, bella e con una forte personalità, Julianne Moore trasmette allegria allo stato puro. L’attrice americana è al Festival del Film di Roma per presentare I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko (fuori concorso), ma anche per ricevere il Marco Aurelio alla carriera (dopo Sean Connery, Sophia Loren, Al Pacino e Meryl Streep), direttamente dalle mani di Paolo Sorrentino, tornato dall’America dopo aver terminato le riprese del nuovo film con Sean Penn, This Must Be the Place. «Vi ringrazio, è un onore ricevere questo premio. Lavorare con Sorrentino? Accetto l’invito»: sono la prime frasi pronunciata da Julianne Moore, appena ricevuto l’Acting Award.
«Dedico questo riconoscimento a tutti gli attori con cui ho lavorato, prima di tutto al cast di questo film: soprattutto ad Annette Bening».
I ragazzi stanno bene, che sarà nei cinema in febbraio con Lucky Red, affronta il tema delle famiglie gay, attraverso la storia di Nic e Jules (Annette Bening e Julianne Moore), due donne che vivono tutti i problemi tipici delle coppie sposate da tempo, con due figli avuti grazie a un donatore di seme: una ragazza di 18 anni e un maschio di 15. La vicenda, in parte, ripercorre la storia della regista, sposata con un’altra donna e madre. Ma solo in parte, perché nel film invece la routine della vita di Nic e Jules viene mandata in corto circuito dall’arrivo di Paul, il padre biologico dei due figli della coppia: una scossa di da cui o ci si riprende e si cambia vita o si soccombe. Paul (Mark Ruffalo) gradualmente si inserirà nelle loro vite, provocando un imprevisto effetto a catena su tutti i componenti. A cominciare dall’inattesa attrazione fra Paul il “buzzurro” e Jules, insoddisfatta per aver lasciato il lavoro in favore della famiglia, mentre Nic faceva carriera.
«Il mio obiettivo – afferma Julianne Moore – è sempre dare verità ai personaggi, ma in questo caso non ho dovuto affaticarmi troppo, ho già molta esperienza nel rapporto di coppia e anche come genitore. Il bello di questo film è che racconta la storia di una famiglia, mostrando quanto poco conti se i genitori siano un uomo e una donna, due donne o due uomini: ciò che è veramente importante per i ragazzi è avere due genitori che li amino e li seguano quando devono camminare da soli. Negli Usa ci sono sempre più coppie gay: a New York, dove i miei figli vanno a scuola, le famiglie con due mamme o con due papà sono quasi la metà di una classe. Il New York Times ha pubblicato una ricerca in cui si legge che i ragazzi educati in questo tipo di famiglie sono ben inseriti socialmente e sereni».
Il film negli Stati Uniti ha avuto grande successo. «Forse – spiega Julianne Moore – perché è trasversale: se da una parte c’è il tema gay, dall’altra il film contiene anche una specie di elogio del matrimonio. In questo senso è anche controcorrente. In più, affronta il tema del tradimento, che tocca proprio tutti. Il mio personaggio, per esempio, che da 18 anni fa solo la mamma, ora che sua figlia va al college si sente vuota: non più riconosciuta socialmente, quindi entra in crisi. E, se il tradimento entra in scena è perché lei non riesce a esprimere bene quello che prova, proprio come succede nella vita. Tenta qualche lavoro, ma con poco senso e poca convinzione, litiga con la sua donna… poi incontra Paul, che le dà importanza: da lì nasce la sua storia con lui. Infatti si pente subito, ama la sua famiglia ed è lì che vuole stare. Non c’è giudizio: a tutti noi capita di non avere le idee chiare, per fortuna se da una parte in amore c’è sempre spazio per l’ambiguità, dall’altra ce n’è anche per il perdono».
A chi le domanda se ha letto la dichiarazione di Silvio Berlusconi, che afferma «è meglio guardare le donne che essere gay», l’attrice replica senza scomporsi: «È una frase arcaica. L’orientamento sessuale dipende dalla biologia, ormai lo sappiamo tutti».
Un premio alla carriera spingerebbe chiunque a fare una specie di bilancio: «Che devo dire? Ho 49 anni e la fortuna di avere lavoro e amore, due cose che non do mai per scontate».
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L’attrice Julianne Moore: frase idiota e

«È un peccato sentire queste cose. È qualcosa di arcaico e idiota. Viviamo in un’epoca in cui l’orientamento sessuale dipende dalla tua biologia. Ognuno è quello che è, rifiutare l’omosessualità è davvero arcaico, in considerazione del fatto che ci sono stati anche grandi esempi di personaggi storici oltre a studi sociali su famiglie gay dove i figli crescono in perfetta armonia. È arcaico, infelice, imbarazzante che si continui a perpetrare questo tipo di idea». Così la famosa attrice americana Julianne Moore, arrivata ieri al Festival Internazionale del Film di Roma per presentare il suo «The Kids are All Right», e per ricevere l’Acting Award, ha risposto a chi le chiedeva in conferenza stampa un commento sulla dichiarazione del premier Silvio Berlusconi fatta ieri mattina a Milano: «È meglio guardare le belle ragazze che essere gay». Battuta che non è proprio piaciuta alla Moore premiata l’anno scorso a Venezia come migliore attrice.

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