Dalla rassegna stampa Personaggi

Mangiamoci Pasolini in salsa piccante

Escluso e osteggiato in vita, non solo da destra, trasformato oggi in una sorta di santino – È la contraddizione che il poeta stesso ci addita. Ma occorre una fraterna e totale complicità

Ingerirlo per capirlo meglio e trarne forza: a 35 anni dalla morte è ora di andare oltre l’amore o la repulsa. Dal nuovo libro di Belpoliti

Nella notte tra l’1 e il 2 novembre di 35 anni fa un «ragazzo di vita» assassinava sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia Pier Paolo Pasolini. Marco Belpoliti, in Pasolini in salsa piccante (in uscita martedì per Guanda, pp. 138, e 12,50) riparte da quel drammatico momento per fare i conti con una figura centrale della nostra cultura e della nostra storia. In questa pagina anticipiamo uno stralcio dell’introduzione.

Parole nette: lo scandalo, la contraddizione, l’essere con te e contro di te, il cuore e le viscere, la luce e il buio. Parole che commuovono e che chiedono, com’è stato detto, una fraterna e totale complicità. La complicità con chi ti sta dicendo che è con te e contro di te nel medesimo tempo. Una contraddizione, ma anche un’identificazione. Questo è Pasolini.
Alfonso Berardinelli in un suo saggio ha perfettamente individuato la «sublime autocommiserazione» e l’«orgoglio irremovibile della vittima » grazie al quale Pasolini ha potuto esprimere al meglio il suo messaggio. L’effetto è quello dell’emozione e della repulsa insieme: «I conflitti morali in cui Pasolini trascina il lettore sono conflitti che riguardano anzitutto lui: amarlo o respingerlo. Ma è lui stesso che sembra costretto, nello stesso tempo, ad accettarsi o a respingersi ». Che è quello che ci chiede con i suoi versi – sulla mia generazione, ma anche su quella dei miei fratelli maggiori, e anche dei padri, l’intellettuale corsaro e luterano ha avuto un’influenza decisiva, sino al ricatto, o all’auto-ricatto morale -: essere con lui e contro di lui.
Un esercizio difficile, ma necessario quasi non fosse possibile che l’aut aut, e non già l’et et. Tuttavia ora è venuto il momento dell’et et: possiamo accettarlo e respingerlo nel contempo. Per fare questo occorre penetrare nelle motivazioni con cui Pasolini, a partire dal 1968-69, ha acuito la sua analisi della società italiana, della omologazione in corso, dell’inarrestabile «mutazione antropologica». Ragioni che risiedevano, e risiedono, nella sua estetica, che è poi la fonte della sua etica. Pasolini è stato osteggiato, escluso e perseguitato in vita, non solo dalla destra, dai giudici, dai giornali benpensanti e reazionari, ma anche dalla sinistra. Che non apprezzava la sua contraddizione, che respingeva la sua scandalosa omosessualità, mai nascosta ma sempre esibita, fonte e ragione della sua ispirazione poetica. E soprattutto politica.
L’etica di Pasolini infatti si fonda sull’estetica omosessuale, come è evidente sin dal primo articolo comparso sul Corriere della Sera nel gennaio 1973 e dedicato ai «capelli lunghi», ai corpi dei ragazzi, scritto che ora apre Scritti corsari (1975).
Certo c’è chi l’ha amato incondizionatamente anche a sinistra, in particolare tra i giovani aderenti al Partito comunista, cui Pasolini ha dedicato dopo il 1970 una forte attenzione e un’incrollabile speranza; ma anche questi ammiratori con ogni probabilità non hanno mai davvero preso atto della sua omosessualità, l’hanno ideologicamente sublimata, come accade sovente nell’entusiasmo dell’essere giovani, cogliendone gli esiti politici polemici ma non certo le premesse estetiche.
Poi l’atteggiamento si è rovesciato: il mondo intellettuale, la società letteraria e quella giornalistica, e perfino la politica, sia di destra sia di sinistra hanno vissuto la morte di Pasolini alla stregua di un’accusa, come un ricatto cui era impossibile sottrarsi. Comein una nemesi divina, l’ammirazione verso il poeta ha finito per nascondere una sorta di rancore, di risentimento, prodotto dalla sua «diversità », e tramutato nel suo opposto. Oggi, a 35 anni di distanza, c’è chi ne fa la vittima, se non proprio il martire, delle trame occulte che dal 1969, e anche prima, hanno intorbidato e manipolato la storia del nostro paese: Pasolini assassinato dai servizi segreti deviati; Pasolini che scopre le piste nere, gli autori degli attentati neofascisti e per questo viene eliminato. Una fantasia? Con ogni probabilità sì,maanche il sintomo, in senso psicoanalitico, della propensione alla paranoia che attanaglia la sinistra italiana, o almeno alcuni intellettuali, scrittori, e persino giudici. Il Grande complotto, quello che Umberto Eco e Carlo Ginzburg hanno raccontato con efficacia in due opere diversissimema illuminanti, Il pendolo di Foucault e Storia notturna, alla fine degli anni Ottanta, nella convinzione che occorresse liberarsene in modo definitivo. In questo modo l’attesa messianica di una Giustizia finale sul delitto Pasolini, come su tanti altri attentati, omicidi, atti eversivi degli anni Settanta – visti come un’unica catena -, finisce per diventare paralizzante e per sostituirsi a una più terrena e contingente giustizia. Come se rivelando il Complotto al paese, per questo solo fatto, lo si potesse davvero, e di colpo, dissolvere.
Senza rinunciare a ricercare gli autori dell’omicidio del poeta – molte cose restano oscure – è però venuto il momento di fare i conti con Pasolini seguendo le sue stesse indicazioni, ovvero perseguendo quella contraddizione che ci addita nei versi de Le ceneri di Gramsci, quella contraddizione che spesso costituisce una sorta di scacco per chi legge le sue opere, per chi vuole comprenderne le ragioni e farle sue: andare oltre Pasolini con Pasolini. Le accogli o le respingi. Tutto nel poeta e nel corsaro e luterano è così: innocenza e colpevolezza, onestà disarmata e mistificazione ingegnosa. Pasolini lo si accetta in toto o lo si rifiuta. È il suo ricatto, condotto sino alle forme estreme, di cui la stessa morte, al di là delle molte cose oscure, appare in definitiva come il ricatto dei ricatti.

Una morte di cui non sembriamo più in grado di liberarci; per farlo, come accade e ancora accadrà, ci s’inventa un complotto e ci si fa detective e accusatori per stornare da sé quella estorsione, più interiore che esteriore, che Pasolini compie in ognuno di noi. Per andare oltre Pasolini con Pasolini bisogna seguire il consiglio che il Corvo dà ai due suoi compagni di strada, Totò e Ninetto, in Uccellacci e uccellini: i maestri si mangiano in salsa piccante. Piccante, se possibile, per digerirli meglio. Attuare il procedimento di cui il poeta è stato un maestro: divorare chi ci ha preceduto in sapienza, intelligenza ed età, ingerire con il maestro anche il suo sapere e la sua forza. Restando a livello del solo amore o, al contrario, della sola repulsa, non c’è scampo. Amarlo fino al punto di divorarlo, e ingerirlo per digerirlo.
Se negli anni Settanta la sinistra intellettuale e politica disdegnò gli articoli del poeta comparsi su giornali e riviste, spesso pensando, o dicendo ad alta voce, che si trattava di cose già dette e ridette, da Marcuse, da Adorno, da Horkheimer, una sorta di divulgazione di ben maggiori pensieri espressi decenni prima, oggi invece Pasolini diventa l’unico sociologo, o pensatore, o moralista, in grado di interpretare la grande trasformazione italiana dagli anni Sessanta in poi, mutando l’indifferenza o l’ostilità di un tempo in ammirazione sconsiderata; e non solo la sinistra, ma anche la destra non fa che manifestare questa devozione senza riserve ora, dopo averlo crocifisso con calunnie e campagne di stampa. Dell’autore di Salò, ora ci viene sovente offerto un santino quasi fosse – e per tanti magari lo è – il Padre Pio della sinistra, bisognosa, come i fedeli dello stigmatizzato di San Giovanni Rotondo, di uno sciamano che decifri in modo rabdomantico il presente, un sant’uomo cui rivolgersi con religioso stupore e abbandonata fiducia per conoscere il nostro futuro anteriore. Mangiare Pasolini per capirlo meglio, per trarre forza da lui, dalla sua contraddizione, per non subirla, ma per declinarla. Per non restare vittime del complesso-Pasolini che attanaglia ancora chi attende la palingenesi generale della nostra società, tutta da salvare o tutta da perdere, inclinazione moralistica che il poeta per primo avrebbe, ne sono certo, colpito e sferzato con la sua urticante vis polemica.

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Siamo tutti in pericolo

Furio Colombo

Pasolini, tu hai dato, nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi…
«Io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, “assurdo”, non di buon senso. Eichman, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici: a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina».

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La versione integrale

Parla l’autore dell’ultima intervista, per Tuttolibri:
“Una svolta, non aveva mai parlato con quel linguaggio”

MARIO BAUDINO

Nei primi giorni della prossima settimana sarà scaricabile gratuitamente da Apple store la prima edizione di Tuttolibri su i-Pad, un numero speciale realizzato per i 35 anni del nostro supplemento. Conterrà la versione integrale dell’intervista di Furio Colombo a Pasolini e un commento audio dello stesso Colombo sulle circostanze nelle quali l’intervista venne realizzata.

C’era qualcosa di angosciosamente profetico che ha segnato la nostra intervista». A 35 anni di distanza, Furio Colombo riflette su quel Pasolini, e sul testo che consegnò a Tuttolibri, diventato una sorta di testamento della scrittore e appena ripubblicato dall’editore Avagliano con un saggio di Gian Carlo Ferretti. Si trovò dinanzi a una persona diversa da quella che conosceva. «Che io sappia, è la prima volta che parlò con quel linguaggo».
La stupì?
«Fino a un certo punto. In lui c’era stata una svolta, che coincideva con il romanzo incompiuto cui stava lavorando, Petrolio, e con Salò o le centoventi giornate di Sodoma. Di Petrolio ovviamente non sapevo nulla, ma il film (proiettato per la prima volta al Festival di Parigi il 22 novembre, quando già Pasolini era morto, ndr) lo conoscevo; ne avevo visto in proiezioni private la maggior parte della produzione. Ora guardo a quell’intervista come al compimento di una trilogia».
Che cosa la colpì in particolare?
«Ero impressionato dal drammatico cambiamento avvenuto in lui, con la perdita di quel francescanesimo cristiano o comunque vicino a una forma di fede che era stata la sua caratteristica principale. Salò ha segnato la nostra intervista. Stava compiendo un balzo verso un territorio che nessuno aveva esplorato; nella sua ultima opera c’era la percezione della distruzione come elemento fondamentale».
La condizione del pericolo?
«Ero certo che avremmo usato il titolo suggerito da lui, appunto “Siamo tutti in pericolo”. Dovevamo lavorarci ancora, perché Pasolini voleva riflettere sulle risposte che mi aveva dato e semmai arricchirle e completarle; ma quella sera in cui mi sono ritrovato in mano la prima stesura, poche ore prima che Michelangelo Antonioni mi chiamasse annunciandomi che l’avevano ucciso, capii subito quanto fosse importante».
Lei in quegli anni era legato al Gruppo ’63, alla neoavanguardia italiana, che aveva un taglio razionalistico e nei confronti della quale Pasolini ebbe modo di polemizzare. Il suo profetismo avrebbe dovuto lasciarla piuttosto freddo.
«È vero, avrei dovuto sentirmi estraneo, anche se le distanze non erano poi così grandi. Ricordo quando ebbi la mia prima automobile e ce ne andammo con Umberto Eco a fare un giro delle Alpi svizzere. Io guidavo, e lui mi leggeva Le ceneri di Gramsci. Con Pier Paolo le frequentazioni non erano intensissime, ma regolari. E tutti noi, intendo Alberto Moravia, Dacia Maraini, Laura Betti, il cugino Nico Naldini che a quel tempo era sempre a Roma, gli riconoscevamo questo rintocco profetico e anticipatore».
Ritiene che lo scenario disegnato allora si sia realizzato?
«Completamente. Molte parti di esso erano già lì, nell’Italia dei primi anni Settanta; i segnali tragici non mancavano di certo. Quel che ancora non c’era era il contesto in cui inserirli per comprenderli».
Il contesto contempla anche la possibilità che la morte di Pasolini abbia altre spiegazioni? Ci sono state molte discussioni, al proposito. Nel suo libro, per esempio, Belpoliti non crede al complotto.
«E non parla mai dell’intervista, il che un po’ mi ha stupito, visto che è stata sempre un passaggio obbligato per chi ha scritto di Pasolini. Al complotto non ho mai creduto nemmeno io, se è per questo, e per un semplice motivo: sono stato vicinissimo all’evento, siamo andati subito sulla spiaggia di Ostia con Antonioni e ci abbiamo trovato Moravia. Poco dopo mi sono trasferito in America, ma sono stato sempre in stretto contatto con quanti avevano frequentato Pasolini. Nessuno di noi ha avuto mai la sensazione di un complotto. Ci siamo fermati sulla soglia del delitto come appariva, perché non c’era alcun elemento per procedere oltre. I fatti si sono svolti quasi esattamente come li racconta Marco Tullio Giordana all’inizio di Un delitto italiano, il film del ’95».
Che resta di Pasolini?
«Dei grandi poeti resta molto. E poi c’è il suo segno sul volto dell’Italia: alcune poesie, articoli, brani di saggi, scene di film. Ancora non sappiamo se diventeranno un bagaglio permanente o se avranno la leggerezza del materiale archiviato dai media contemporanei. Io, come molti altri, penso sia un segno profondo. Il problema sarà di passarlo, e come, alle nuove generazioni».

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