Dalla rassegna stampa Cinema

Séraphine: arte e follia

Il regista Martin Provost dipinge il ritratto della sofferta e controversa vita della grande artista francese …Finché non arriva qualcuno a stravolgere il mondo di Séraphine. E’ Wilhelm Uhde, critico d’arte omosessuale tedesco adottato dalla Francia. Séraphine è la sua domestica. …

Il lavoro di un artista è lo specchio della sua anima. Riflette il suo turbolento mondo interiore, ne coglie gli istinti e i desideri piu’ nascosti, libera la tensione e i pensieri dandogli forma e colore. Un processo intimo e personalissimo, che trova nel riconoscimento da parte di altri un incentivo per continuare a esprimersi. E uno sfogo alla propria “follia creativa”.

Martin Provost sceglie di ricostruire la storia di Séraphine de Senlis, grande artista francese dei primi anni del ‘900, resa famosa solo dopo la morte. Il regista ne esplora il complesso e turbolento genio, concentrandosi sulla seconda parte della sua vita, da quando un incontro speciale cambia per sempre il suo destino. Ma partiamo dall’inizio.

E’ il 1912: la guerra è alle porte, ma un’apparente quiete sembra regnare a Senlis, piccolo borgo del dipartimento dell’Oise, in Francia. Séraphine ha una cinquantina d’anni ma ne dimostra settanta. Capelli raccolti alla meno peggio, vestiti larghi e vecchi, piedi e mani consumati dal lavoro e dal tempo. La troviamo in apertura a strappare viscide alghe da un fiume, sentirle con le mani prima di metterle in una cesta. Strana, è il primo pensiero, eccentrica, un po’ matta, sola.

Séraphine sembra vivere in una dimensione parallela, silenziosa e burbera si aggira per il paese rubando alla natura tutto quello che puo’ trasformarsi in colore per i propri dipinti. Quelle stesse mani che ogni giorno lavano i pavimenti e i panni di altri per pochi centesimi, la notte riescono a far esplodere su una tela un’energia infinita. Nature morte che sembrano respirare, vivere di una vita propria, dai colori accesi fatti di vernice bianca mista a sangue di pesce, terra, acqua e cera rubati in Chiesa sotto gli occhi complici del suo amato Dio. Una passeggiata tra gli amici alberi, un bagno nuda nel fiume “bastano” a combattere tristezza e solitudine e distrarsi da una vita che non le appartiene ma che sembra l’unica possibile.

Finché non arriva qualcuno a stravolgere il mondo di Séraphine. E’ Wilhelm Uhde, critico d’arte omosessuale tedesco adottato dalla Francia. Séraphine è la sua domestica. Con la stessa umiltà di sempre fa “i mestieri” in casa di Uhde, notando pero’ da subito la connessione tra l’uomo e la sua segreta amante arte. Il caso vuole che il critico scopra un piccolo lavoro di Séraphine e riconosca in lei l’artista che si nasconde dietro i suoi stracci. Tra i due nasce un rapporto speciale, interrotto a un certo punto a causa della guerra, quando Uhde è costretto a tornare in patria. Di ritorno in Francia 15 anni dopo, Wilhelm ritroverà quell’artista che aveva riconosciuto e stimolato a far sbocciare. Quasi niente della squallida vita di Séraphine è cambiato da allora. Le piccole tavolette di legno di un tempo, pero’, si sono trasformate in tele enormi in cui mille colori si mischiano e creano stupore e scompiglio in chi li guarda. Séraphine ormai non fa che dipingere, rinchiusa nei suoi pochi metri quadrati, piegata sulle sue tele notte e giorno.

Quando Wilhelm decide di farsi suo mecenate e assicurarle una casa piu’ grande, tele e colori in quantità, la donna raggiunge dentro di sé la consapevolezza che il suo lavoro è finalmente apprezzato e riconosciuto. A sorpresa, si lascia trasportare dalla sua nuova condizione, spendendo a dismisura e alimentando, nel frattempo, quella sottile follia che ha sempre fatto parte di lei. E che prima o poi la farà rinchiudere in un manicomio.

Due solitudini si fanno protagoniste in questa storia. Tormentate dalla propria inadeguatezza e appassionate dalla vita in uno stesso modo, nonostante l’abisso che li separa. Il loro incontro ha qualcosa di speciale per entrambi, da vita a una forza nuova. Grazie a Uhde, la straordinaria arte segreta di Séraphine de Senlis è stata resa famosa, dando alla donna almeno dopo la morte quei riconoscimenti e quella gioia che la sua vita disgraziata le ha negato. Séraphine muore in un manicomio nei primi anni ’40. Tre anni dopo Uhde ottiene finalmente a Parigi quella mostra personale dei suoi dipinti che troppo a lungo aveva lottato per avere.

Provost dipinge a suo modo la storia vera di una grande artista, tenendosi fedele il piu’ possibile alla verità. Filo conduttore costante la fortissima contrapposizione tra il grigio della vita di Séraphine e la soffocata gioia estrema del suo animo. I colori accesi delle sue tele accendono lo schermo contrapponendosi a quelli freddi e spenti di tutto il resto. Insieme a loro, quel guizzo che ogni tanto si intravede negli occhi della donna, a tradire la sua incondizionata tristezza e solitudine e dare la speranza che qualcosa nella sua vita possa davvero, finalmente cambiare. Una luce che è valsa diversi premi all’attrice Yolande Moreau, per la sua interpretazione – o meglio totale incarnazione – del personaggio. Il lungo e appassionato lavoro del regista e della sua eroina danno come risultato un ritratto realistico, commovente e divertente insieme di una grandissima artista e della straordinaria follia che l’ha resa unica. Drammatico e lento, il film riesce a trasmettere nelle sue due lunghe ore la complessa e sofferta dimensione della vita dell’artista.

Passione, impossibilità di dare alla propria vita i colori che merita, pazzia. Ma l’arte è pazzia. Struggente e meravigliosa insieme, come il film di Provost.

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