Dalla rassegna stampa Cinema

Emoziona il destino di un’artista geniale «umiliata» dalla vita

Yolande Moreau, attrice da Oscar

Se i pittori «primitivi» sono quelli che, al di fuori di ogni accademia o tradizione, riescono a cogliere il senso più profondo del rapporto tra l’uomo e la natura — pensate alle «foreste» del doganiere Rousseau, alle «bestie feroci» del nostro Ligabue — la storia della pittrice naïve Séraphine de Senlis (dal nome del paese in cui visse) è forse la più indicativa ed esemplare: della forza fantastica di quest’arte, del suo valore metaforico e psicologico ma anche del contrastato e spesso drammatico rapporto che nette gli artisti contro la società in cui vivono. E probabilmente è proprio questa la ragione profonda che ha spinto l’appartato regista francese Martin Provost (tre film in dieci anni, i primi due rimasti inediti in Italia, Tortilla y cinema, 1997, e Ventre de Juliette, 2002) a portare al cinema una storia così poco «avventurosa» ma così profondamente «emozionante».

In effetti la vita di Séraphine Louis (questo il suo vero cognome) è quanto di meno romanzesco si possa immaginare: orfana poverissima, cresciuta grazie anche alla compassione delle suore locali, campa lavando biancheria e pulendo le case di una borghesia che — siamo poco prima che scoppi la Prima guerra mondiale — non sembra curarsi molto di quella donna sgraziata, per niente loquace e psicologicamente piuttosto fragile.

Così come nessuno prende in considerazione i quadretti (per lo più frutti e fiori) che dipinge di notte. Il fatto che lei, poi, sostenga di essere stata spinta verso pennelli e colori dalla voce di un angelo e che spesso, mentre dipinge, intoni canti religiosi e salmi, non depone molto a suo favore di fronte alla ambiziosa e benpensante borghesia di provincia.

Ci vuole un vero colpo di fortuna perché qualche cosa cambi, come il fatto che il gallerista tedesco Wilhelm Uhde scelga di trasferirsi a Senlis, non distante da Parigi, per evitare i pettegolezzi sulla propria omosessualità e il crescente disprezzo xenofobo sulle sue origini. Andando ad abitare in una casa dove proprio Séraphine è incaricata di fare le incombenze domestiche.

La casuale scoperta dei suoi quadri potrebbe cambiare la vita a Séraphine ma lo scoppio della guerra costringe Uhde a espatriare e lascia la donna sola e smarrita di fronte a quello che comincia a capire essere un talento da difendere e coltivare.
Peccato che quando Udhe torna in Francia a metà degli anni Venti e ritrova la sua pittrice, prima la crisi economica del 29 (che blocca molti investimenti nel campo dell’arte, riducendo le possibilità finanziarie dello stesso collezionista) e poi la sempre maggiore fragilità psicologica della donna (che nel 1929 verrà ricoverata in manicomio, dove finirà la sua vita nel 1942) rallenteranno notevolmente il ricono scimento pubblico di Séraphine e inaridiranno definitivamente la sua vena artistica.

Questa, grossomodo, la storia vera che Provost racconta al cinema con sostanziale fedeltà cronachistica ma anche con personalissimo stile. Perché da una parte cerca di far identificare il pubblico con lo sguardo di Wilhelm Uhde, all’inizio superficiale e frettoloso e poi sempre più conquistato da questa strana pittrice, affidata all’interpretazione di un’attrice qui davvero gigantesca, Yolande Moreau. E, dall’altra parte, cercando di far emergere il contrasto tra la crudeltà e la durezza del mondo e la sorprendente serenità e determinazione della pittrice, circondata da una società che neppure si accorge della propria oppressione di classe e che umilia quotidianamente chi sta in basso nella scala sociale.

Mentre all’occhio educato ed esercitato di Uhde (e dello spettatore) si chiede di saper riconoscere in un mondo dominato dall’egoismo e dall’interesse chi invece insegue la bellezza e la dolcezza dell’arte.

In fondo è questo il senso profondo dell’arte «primitiva» e anche la ragione del libro che la psicologa Françoise Cloarec ha dedicato a Séraphine (appena pubblicato anche in italiano presso le edizioni Archinto), la stessa che Provost mette in scena facendo spesso «smarrire» la sua protagonista tra i boschi e i campi, componendo l’inquadratura con una raffinatezza visiva che non lascia indifferenti, come per ricreare sullo schermo quelle sfumature equelleat mosferec hela vera Séraphine inseguiva nella realtà, preparando i suoi colori esclusivamente grazie a materiali naturali di recupero.

Ed è la ragione per cui il film in Francia, dove è stato prodotto nel 2008, ha conquistato non solo il pubbli c o ma a nche sette César (compresi quelli per il miglior film, la miglior sceneggiatura e la miglior attrice) ed è stato selezionato per concorrere all’Oscar come miglior film straniero. Probabilmente la medesima ragione che ha spinto la neonata e coraggiosa casa di distribuzione One Movie a proporlo agli spettatori italiani.

Voto: 3 stelle (su 4)

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