Dalla rassegna stampa Libri

Il desiderio genera mostri

Walter Siti – Nel nuovo romanzo dello scrittore modenese il vero oggetto dell’ossessione erotica non è la persona ma la sua immagine

È un antiquario sessantenne che si inventa un rivale per alimentare la passione
Gli esseri umani in quanto tali non gli interessano così come i culturisti da cui è attratto

Esce domani da Mondadori Autopsia dell’ossessione il nuovo romanzo di Walter Siti (312 pag.; 19 euro). Walter Siti ha 63 anni, alterna all’attività di saggista quella di romanziere. E’ anche critico televisivo della Stampa. Ha pubblicato tra l’altro Il realismo dell’avanguardia (Einaudi, 1973) e Il neorealismo nella poesia italiana (Einaudi, 1980). È il curatore delle opere complete di Pasolini per la collana I meridiani della Mondadori
L’involucro esterno suona democratico, guarda con distaccata simpatia ai rituali della sinistra. Quello interno è puntato su un inquietante assoluto, nella forma di un’ossessione che forse non è nemmeno erotica. In realtà, come ammette Walter Siti, il personaggio che dilaga nel nuovo romanzo, Autopsia dell’ossessione (da domani in libreria per Mondadori) è un serial killer. Magari non in senso letterale, visto che si limita a massacrare un coniglio e commettere poi un vero omicidio, uno solo anche se profondamente rituale e persino liberatorio; ma certo lo è nel profondo dell’animo. Potremmo aggiungere che è una sorta di nazicomunista, e non perché la sua sessualità, o quel che ne resta, abbia una forte curvatura sadomasochista, ma per l’ostinato desiderio di negare ogni umanità.
Le persone non gli interessano, e tantomeno in quanto persone i culturisti dai cui corpi modellati e imponenti è attratto in modo rapinoso, e sui quali esercita, pagando, il proprio dominio; che umilia e maltratta con una pignoleria quasi parodica, anche se i cerimoniali sadomasochisti un po’ lo fanno ridere, o meglio lo fanno sentire ridicolo. Non vuole legarsi a nessuno, si difende col denaro che spende a piene mani, e trova il vero piacere non nei corpi ma nelle immagini di quei suoi fondamentalmente inattingibili oggetti di desiderio. Il protagonista di Autopsia dell’ossessione è ricco, è nobile, a sessant’anni ha quasi finito di sperperare i beni di famiglia; è per certi versi un radical chic. E nella sostanza è un mostro.
Già, ma chi è davvero il protagonista? Walter Siti è l’autore italiano che spinge fino al limite estremo la tecnica dell’autofiction, e cioè della biografia fittizia, del parlare di un sé che non è mai davvero lo scrittore eppure è quasi indistinguibile perché si presenta sempre come tale. Con questo libro affascinante e – diciamolo – terribile, compie a ritroso il viaggio della sua trilogia iniziata con Troppi Paradisi e Il Contagio. Un viaggio nell’ombra. I personaggi sono in qualche modo famigliari al lettore. Quello principale, Daniele Pulvirenti ha un rivale odiatissimo ma in qualche modo fratello, un «doppio» che è proprio il «Walter Siti» in quanto personaggio letterario dei libri precedenti. Ne rappresenta il lato oscuro, o per usare una metafora cara all’autore, il «demone meschino», dal titolo di un romanzo poco noto di Sologub, ovvero Fëdor Kuzmic Teternikov, autore russo d’inizio Novecento. Là si narra la vita atroce e quasi demoniaca di un insegnante di provincia. Qui, ci spiega Siti (attenzione, quello in carne in ossa: per il maestro dell’autofiction italiana la specificazione è inevitabile) Sologub funge da modello letterario: un personaggio totalmente negativo attraverso cui riusciamo a capire il mondo. Col filtro di un’ossessione. Quella delle immagini non è un’esclusiva romanzesca dell’inquietante antiquario: è un modello, un paradigma. «Il tema su cui mi arrovello – dice ancora Siti – è cercare di capire che cosa sta accadendo ai nostri desideri, perché è in questo campo che si gioca tutto, anche la partita politica». Ciò che desideriamo decide della nostra vita sociale, e «l’immagine non è la spiegazione. E’ il sintomo».
Il Siti dell’autofiction, l’uomo che scrive, ci racconta un’ossessione particolarissima, assoluta appunto, nell’ambito di una sessualità molto specifica, che può apparire scandalosa spinta com’è al suo estremo. L’uomo che vive si spinge oltre: «Penso ai romanzi come a un’enorme didascalia che cerca di capire che diavolo succede dietro queste immagini dotate di una sorta di attrattiva diabolica. C’è un assoluto che non sa dove andare». E diventa mostruoso. «Pensi al caso di Sarah, la ragazza di Avetrano, e a quel che racconta lo zio omicida; sostiene di continuare a vederla, a parlarle, come a una sorta di santino. Si tende a non credergli, a liquidare le sue parole come deliri in malafede: ma l’ossessione funziona proprio così, proietta davanti a te qualcosa cui non puoi resistere, e l’immagine diventa una specie di icona sacra».
Il risultato è che l’oggetto del sesso, del desiderio sessuale, non è la persona ma la sua immagine. Questo racconta il nuovo romanzo al modo dei romanzi, inseguendo cioè una storia e apparentemente divagando. Nell’avventura di Danilo Pulvirenti, nel suo rapporto con il culturista Angelo, con la madre amata-odiata, col Rivale, si celebra il tempo in cui «il delirio di immagini è il portatore del desiderio»: il nostro tempo. Volendo cercare un punto d’appoggio persino ovvio, siamo al rovesciamento del ritratto di Dorian Gray. Nell’idea di Oscar Wilde l’immagine invecchiava al posto del suo corrispettivo reale, e cioè, ragiona Siti, «poteva essere ancora un testimone della verità. Adesso ho l’impressione che abbia sostituito quel tanto di verità e menzogna di cui abbiamo bisogno nella nostra vita».
Rispetto alla trilogia, Autopsia dell’ossessione è allora come «il retro di quei trittici medioevali, con assi, sconnessure, incastri del legno». E il sadomaoschismo, che nella trilogia non c’è, diventa l’ordito segreto. La conseguenza è persino ovvia: a questo punto diventa ozioso interrogarci quale dei due Siti ci stia parlando. L’autofiction è un esercizio labirintico, rappresenta «uno spossessamento notevole», anzi, «un lavoro pericoloso» come è della letteratura quando venga presa sul serio. Valga l’esempio di Victor Hugo, ci ricorda Siti, che paragonava il lavoro dello scrittore a quello del minatore: entrambi intenti a scavare nel profondo. «Capitano degli incidenti, là sotto», scriveva. E non solo in Cile.

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